Caso Uva, per i poliziotti fu autolesionismo
OMISSIONI E ASSENZE NELLE VERSIONI SULLA MORTE DI GIUSEPPE. IL PM: NUOVA INCHIESTA
Sulla morte di Giuseppe Uva molte cose non tornano. Il 44enne artigiano di Caravate muore il 14 giugno 2008. Alle 10 del mattino e per arresto cardiaco dovuto, secondo il pm, a un errore di due medici che, non tenendo conto del suo stato di ebbrezza, gli somministrano dosi massicce di calmanti. Su questo fronte c’è una richiesta di rinvio a giudizio. Le certezze, però, iniziano a vacillare quando si tenta di capire cosa possa essere accaduto nelle due ore (dalle 3 e 30 alle 5 e 30 del 14 giugno) che Giuseppe, assieme all’amico Alberto Biggiogero, ha passato nella caserma di via Saffi dove convergono e stazionano anche le tre le volanti del turno. Uva arriverà all’ospedale con un codice verde. In realtà l’ispettore del posto di polizia rileva ferite traumatiche, lividi su tutto il corpo e una grossa quantità di sangue tra i testicoli e la parte anale. Su questo fronte, proprio ieri, il procuratore di Varese Maurizio Grigo ha annunciato una nuova inchiesta (a carico di ignoti), mentre il legale della famiglia Uva, Fabio Anselmo, ha chiesto “la riesumazione del cadavere per una nuova autopsia”. In quella stanzetta di via Saffi, dunque, qualcosa deve essere capitato. Eppure i fatti non vengono riportati, come è invece prassi, sulla relazione di servizio della polizia. Lo si capisce leggendo il verbale di sommarie informazioni, datato 16 giugno, rese da Gianluca Dalfino, responsabile delle volanti alla Questura di Varese. Un interrogatorio dove il poliziotto, a detta del pm Agostino Abate, tiene “un comportamento da stigmatizzare”. Dopodiché il magistrato legge la relazione degli agenti: “Ausilio a Cc unitamente Palermo 40 e Volante 7 in piazza XXIV maggio per accompagnamento persone moleste presso compagnie CC”. Quindi esclama: “Questa non è una relazione perché non si dice niente di quello che è successo in caserma!”. A domanda, sulle “finalità dell’intervento”, Dalfino si produce in uno dei troppi “non lo so”. Di più: pur avendo letto queste relazioni, il sabato 14 giugno non gli viene in mente di sentire il capo turno. Nemmeno lo farà, il lunedì successivo, giorno del suo interrogatorio. Ombre
emergono anche dalla relazione fatta dai due carabinieri che fermarono Giuseppe e Alberto. I militari Paolo Righetto e Stefano Dal Bosco (non indagati) scendono dall’auto, chiedendo ai ragazzi di mettere a posto i cassonetti. A questo punto Uva avrebbe urlato: “Mi avete rotto i coglioni, non metto a posto un cazzo”. Parole che a dire di Alberto Biggiogero, “il mio amico Beppe non ha mai detto”.
Quattro giorni dopo la morte dell’artigiano, gli agenti Bruno Bellisario e Vito Capuano (non indagati) presenti quella sera, riportano i fatti. E’ solo in questo momento che le due ore passate in caserma (inizialmente tanto poco
rilevanti da non farne cenno nel mattinale) si trasformano in ore di follia. E così, subito dopo aver
appreso la notizia del suo possibile deferimento, Giuseppe Uva impazzisce.
“Il soggetto – scrive l’agente Capuano – improvvisamente sferrava una violenta testata all’armadio di ferro”. Riammanettato,”anche da terra Uva continuava a picchiare volontariamente il capo al suolo”. Prende corpo la tesi dell’autolesionismo a oltranza. Così, Giuseppe,alla vista del medico (chiamato dai carabinieri, dopo che gli stessi avevano annullato la richiesta al 118 fatta da Bigioggero)
“dopo aver sferrato un pugno perdeva l’equilibrio battendo la nuca “. L’agente Bellisario aggiunge particolari: “Urlava di non toccarlo che ci avrebbe rovinati. Pur ammanettato, l’Uva si è buttato a terra e ha ricominciato a picchiare la testa sul pavimento”.
L’agitazione ormai è quasi convulsiva. Tanto che “il sottufficiale gli ha messo un piede sotto la testa in modo
che almeno la picchiasse contro i suoi anfibi anziché sul pavimento”. Una ricostruzione che Lucia Uva, sorella di
Giuseppe, definisce “da film”. E poi aggiunge: “E’ la stessa ricostruzione che i poliziotti fecero per giustificare la morte di Federico Aldrovandi”.
di Davide Milosa
Il Fatto Quotidiano, 23/03/2010

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