Senza prevenzione ed una diversa politica penale non c’è “piano carceri” che tenga
Mattino di Padova, rubrica "Lettere dal carcere", 18 gennaio 2010 Il Ministro Alfano ha proclamato lo stato di emergenza per le carceri. Certo il problema del sovraffollamento nelle galere italiane è drammatico, anche per tutto quello che porta con sé, in termini di disumanità della carcerazione, basta pensare che l'anno è appena iniziato e già si contano cinque suicidi. Ma davvero è solo un problema che riguarda l’edilizia? e non succederà poi che, con le procedure previste per l’emergenza, costruiranno senza nessun controllo ancora una volta casermoni inutili, dove le persone saranno parcheggiate senza nessuna possibilità di costruirsi un percorso per rientrare nella società? Bisogna iniziare a trattare diversamente la tossicodipendenza Emergenza carceri: il Ministro della giustizia Alfano l’ha dichiarata in televisione, in prima serata, se fossi un telespettatore chiederei a mia moglie o a mio figlio se le galere sono crollate o si sono allagate. Emergenza è sinonimo di catastrofi naturali, che notizia è questa che deve essere trasmessa all’ora di cena dalla tv? Come definire allora i terremoti, le esondazioni dei fiumi, le valanghe? Da detenuto posso dire che 66000 ristretti nelle 206 carceri italiane non sono un’emergenza, sono una violazione dei diritti umani più elementari, dato che siamo diventati un ammasso umano depositato in un contenitore, dove molti di noi vivono in condizioni prive di ogni dignità. Se uno viene a fare una visita qui dentro, trova a stretto contatto malati mentali, portatori di patologie quali AIDS, malati terminali e tossicodipendenti. Su questi ultimi poi, mi sento di dire che non esiste solo un’emergenza "numerica", ma esiste un’emergenza nell’emergenza. Purtroppo nelle carceri il numero di tossicodipendenti, anche molto giovani, è in aumento, e i reati commessi sono sempre legati alla necessità di acquistare la dose di droga. Per questa ragione, il Ministro Alfano dovrebbe tenere sempre presente che per risolvere questa emergenza bisogna iniziare a trattare diversamente i tossicodipendenti. Costruire carceri, arrestare di più, non risolve il problema, anzi lo rende più drammatico. Gentile Ministro, mi permetta, esiste una legge, si chiama Fini/Giovanardi, e una cosa buona l’avrebbe, permette ai tossicodipendenti e alcoldipendenti almeno gli ultimi anni di pena (fino a sei) di essere curati e osservati invece che in carcere, in strutture idonee e da operatori competenti, il tutto in osservanza a quella futura sicurezza di cui il cittadino ha bisogno. Rendiamo operativa la legge, di fronte ad una emergenza sanitaria, come è giusto e corretto chiamarla, facciamo in modo che siano i Servizi per la tossicodipendenza a decidere i percorsi adatti, e la loro concessione diventi automatica. Quello che si chiede è semplicemente che, per questi detenuti, la pena non superi la colpa. Franco Garaffoni È il momento giusto per una riforma delle carceri, ma non basata sull’edilizia Alcuni parlamentari, Rita Bernardini in particolare, hanno richiamato l’attenzione sulla situazione delle carceri presentando una mozione con diverse proposte, gran parte delle quali sono state approvate dalla Camera dei deputati, e questo è per noi un segnale positivo. Ma l’allargamento di quella enorme macchina di contenzione che è il sistema penale è l’ultimo atto del dramma di cui sono protagonisti migliaia di italiani e stranieri, che si sono macchiati di reati considerati di allarme sociale - furti, spaccio, clandestinità. Certo hanno violato la legge, ma se sono così tanti, e con pene così lunghe, forse non è dovuto solo alla loro responsabilità individuale. Chi abita le carceri vede che la maggior parte dei detenuti sono persone con problemi di tossicodipendenza, e per questo hanno commesso reati, oppure sono stranieri che, trovando solo lavoro in nero, sono finiti in quell’altro mercato, che è lo spaccio degli stupefacenti. Poi ci sono sempre più persone condannate per clandestinità e soprattutto ragazzi giovani, vittime di una povertà ormai travolgente. Se per conoscere una società bisogna visitare le carceri, io che in galera ci vivo posso affermare che l’odierno affollamento è dovuto soprattutto alle politiche punitive portate avanti verso quelle categorie della società, che media e politici hanno presentato come causa dei più gravi mali del Paese. Forse le paure della popolazione sono state inizialmente placate dal pugno di ferro mostrato da chi governa, l’idea di carceri che scoppiano può far sentire più tranquillo qualche cittadino. Ma la carceri si sono trasformate in luoghi di una sofferenza talmente disumana, che rimarranno nelle pagine della storia italiana. E allora, i recenti impegni presi dal governo dovrebbero offrire l’occasione per riflettere che quando si lancia una guerra alla droga, in realtà si fa la guerra ai tossicodipendenti e agli spacciatori di strada; quando si dichiara guerra alla clandestinità, si fa la guerra agli immigrati che non riescono a costruirsi altra vita se non quella da clandestino; ma visti i costi, uno dovrebbe pur chiedersi se vale davvero la pena fare la guerra contro i tossici, gli spacciatori e i clandestini usando armi come certe leggi e certi pacchetti sicurezza, che criminalizzano ogni comportamento che disturba, forse perché non si riesce a gestire le dinamiche di una società sempre più complessa. Il Parlamento si è impegnato a intraprendere una riforma radicale in materia di trattamento penitenziario e se lo augurano tutti i detenuti, che oggi si trovano a vivere sempre più stretti in celle dove si sta chiusi per venti ore al giorno, parcheggiati nell’inerzia, per cui gran parte di noi lascia il carcere senza alcun programma di reinserimento graduale. E allora provate a chiedervi se è questo che serve alla società per avere più sicurezza. Elton Kalica Nuove carceri, ma i conti non tornano Il ministro Alfano ha proclamato l’EMERGENZA CARCERI dicendo che i detenuti presenti nelle carceri in questo momento sono 20000 in più della capienza consentita, e che le condizioni di vita sono diventate tanto insopportabili da non poter essere più tollerate né dai detenuti né dal personale. Il ministro insiste sul fatto che la soluzione è quella di costruire nuove carceri, come se costruire un carcere partendo da zero sia una cosa che si può fare in pochi giorni e con poca spesa. L’esperienza insegna che per costruire un carcere medio, di 500 posti, sono sempre stati necessari dai 10 ai 15 anni e un mare di soldi. Ammettendo che si riesca a farli in tempi brevi, con quali soldi li farà se soldi non ce ne sono? All’interno delle carceri è stata perfino diminuita drasticamente la distribuzione di prodotti di prima necessità come sapone, detersivo, dentifricio, carta igienica, e tutto ciò per mancanza di soldi. Dove troverà il ministro quel miliardo e 500 milioni per fare carceri nuove? E i soldi per pagare il personale per gestirli? Lui dice che fra tre anni saranno disponibili 20000 posti in più, non considerando che fra tre anni, con un aumento della popolazione detenuta di 800 soggetti al mese come sta attualmente avvenendo, i detenuti non saranno più 67000 ma attorno ai 95000. Al ministro Alfano questo particolare non sarà sfuggito, così come non gli sarà sfuggito che per combattere questa emergenza ci sono altre soluzioni a costo quasi zero e soprattutto "realizzabili nell’immediato", come la gravissima situazione richiede. Forse non tutti sanno che nella marea di gente che tutti gli anni viene arrestata, oltre 30000 persone vengono scarcerate dopo pochi giorni. Se ciò succede probabilmente si poteva evitare di portarle in carcere, ma in quei pochi giorni che sono state in galera hanno occupato 30000 posti letto. Non sarebbe più conveniente ritoccare la legge per fare in modo di limitare inutili arresti? Perché non si mettono a pieno regime le misure alternative già previste dalla legge? Ciò consentirebbe a 20.000 e più persone di finire di espiare la pena fuori dal carcere, ma inserite in un percorso di recupero, facendo così anche risparmiare soldi per il loro mantenimento e in più rendendole utili per la società. Non per essere sospettosi, ma annunciare pubblicamente un’emergenza e insistere tanto sulla costruzione di nuove carceri per sanarla non è che sia un pretesto per far sapere alla gente che è necessario mettere mano a una montagna di soldi pubblici ad esclusivo vantaggio delle imprese che le costruiscono e non della società né tantomeno dei detenuti? a cura della Redazione di Ristretti Orizzonti Mattino di Padova, rubrica "Lettere dal carcere", 18 gennaio 2010 Il Ministro Alfano ha proclamato lo stato di emergenza per le carceri. Certo il problema del sovraffollamento nelle galere italiane è drammatico, anche per tutto quello che porta con sé, in termini di disumanità della carcerazione, basta pensare che l'anno è appena iniziato e già si contano cinque suicidi. Ma davvero è solo un problema che riguarda l’edilizia? e non succederà poi che, con le procedure previste per l’emergenza, costruiranno senza nessun controllo ancora una volta casermoni inutili, dove le persone saranno parcheggiate senza nessuna possibilità di costruirsi un percorso per rientrare nella società? Bisogna iniziare a trattare diversamente la tossicodipendenza Emergenza carceri: il Ministro della giustizia Alfano l’ha dichiarata in televisione, in prima serata, se fossi un telespettatore chiederei a mia moglie o a mio figlio se le galere sono crollate o si sono allagate. Emergenza è sinonimo di catastrofi naturali, che notizia è questa che deve essere trasmessa all’ora di cena dalla tv? Come definire allora i terremoti, le esondazioni dei fiumi, le valanghe? Da detenuto posso dire che 66000 ristretti nelle 206 carceri italiane non sono un’emergenza, sono una violazione dei diritti umani più elementari, dato che siamo diventati un ammasso umano depositato in un contenitore, dove molti di noi vivono in condizioni prive di ogni dignità. Se uno viene a fare una visita qui dentro, trova a stretto contatto malati mentali, portatori di patologie quali AIDS, malati terminali e tossicodipendenti. Su questi ultimi poi, mi sento di dire che non esiste solo un’emergenza "numerica", ma esiste un’emergenza nell’emergenza. Purtroppo nelle carceri il numero di tossicodipendenti, anche molto giovani, è in aumento, e i reati commessi sono sempre legati alla necessità di acquistare la dose di droga. Per questa ragione, il Ministro Alfano dovrebbe tenere sempre presente che per risolvere questa emergenza bisogna iniziare a trattare diversamente i tossicodipendenti. Costruire carceri, arrestare di più, non risolve il problema, anzi lo rende più drammatico. Gentile Ministro, mi permetta, esiste una legge, si chiama Fini/Giovanardi, e una cosa buona l’avrebbe, permette ai tossicodipendenti e alcoldipendenti almeno gli ultimi anni di pena (fino a sei) di essere curati e osservati invece che in carcere, in strutture idonee e da operatori competenti, il tutto in osservanza a quella futura sicurezza di cui il cittadino ha bisogno. Rendiamo operativa la legge, di fronte ad una emergenza sanitaria, come è giusto e corretto chiamarla, facciamo in modo che siano i Servizi per la tossicodipendenza a decidere i percorsi adatti, e la loro concessione diventi automatica. Quello che si chiede è semplicemente che, per questi detenuti, la pena non superi la colpa. Franco Garaffoni È il momento giusto per una riforma delle carceri, ma non basata sull’edilizia Alcuni parlamentari, Rita Bernardini in particolare, hanno richiamato l’attenzione sulla situazione delle carceri presentando una mozione con diverse proposte, gran parte delle quali sono state approvate dalla Camera dei deputati, e questo è per noi un segnale positivo. Ma l’allargamento di quella enorme macchina di contenzione che è il sistema penale è l’ultimo atto del dramma di cui sono protagonisti migliaia di italiani e stranieri, che si sono macchiati di reati considerati di allarme sociale - furti, spaccio, clandestinità. Certo hanno violato la legge, ma se sono così tanti, e con pene così lunghe, forse non è dovuto solo alla loro responsabilità individuale. Chi abita le carceri vede che la maggior parte dei detenuti sono persone con problemi di tossicodipendenza, e per questo hanno commesso reati, oppure sono stranieri che, trovando solo lavoro in nero, sono finiti in quell’altro mercato, che è lo spaccio degli stupefacenti. Poi ci sono sempre più persone condannate per clandestinità e soprattutto ragazzi giovani, vittime di una povertà ormai travolgente. Se per conoscere una società bisogna visitare le carceri, io che in galera ci vivo posso affermare che l’odierno affollamento è dovuto soprattutto alle politiche punitive portate avanti verso quelle categorie della società, che media e politici hanno presentato come causa dei più gravi mali del Paese. Forse le paure della popolazione sono state inizialmente placate dal pugno di ferro mostrato da chi governa, l’idea di carceri che scoppiano può far sentire più tranquillo qualche cittadino. Ma la carceri si sono trasformate in luoghi di una sofferenza talmente disumana, che rimarranno nelle pagine della storia italiana. E allora, i recenti impegni presi dal governo dovrebbero offrire l’occasione per riflettere che quando si lancia una guerra alla droga, in realtà si fa la guerra ai tossicodipendenti e agli spacciatori di strada; quando si dichiara guerra alla clandestinità, si fa la guerra agli immigrati che non riescono a costruirsi altra vita se non quella da clandestino; ma visti i costi, uno dovrebbe pur chiedersi se vale davvero la pena fare la guerra contro i tossici, gli spacciatori e i clandestini usando armi come certe leggi e certi pacchetti sicurezza, che criminalizzano ogni comportamento che disturba, forse perché non si riesce a gestire le dinamiche di una società sempre più complessa. Il Parlamento si è impegnato a intraprendere una riforma radicale in materia di trattamento penitenziario e se lo augurano tutti i detenuti, che oggi si trovano a vivere sempre più stretti in celle dove si sta chiusi per venti ore al giorno, parcheggiati nell’inerzia, per cui gran parte di noi lascia il carcere senza alcun programma di reinserimento graduale. E allora provate a chiedervi se è questo che serve alla società per avere più sicurezza. Elton Kalica Nuove carceri, ma i conti non tornano Il ministro Alfano ha proclamato l’EMERGENZA CARCERI dicendo che i detenuti presenti nelle carceri in questo momento sono 20000 in più della capienza consentita, e che le condizioni di vita sono diventate tanto insopportabili da non poter essere più tollerate né dai detenuti né dal personale. Il ministro insiste sul fatto che la soluzione è quella di costruire nuove carceri, come se costruire un carcere partendo da zero sia una cosa che si può fare in pochi giorni e con poca spesa. L’esperienza insegna che per costruire un carcere medio, di 500 posti, sono sempre stati necessari dai 10 ai 15 anni e un mare di soldi. Ammettendo che si riesca a farli in tempi brevi, con quali soldi li farà se soldi non ce ne sono? All’interno delle carceri è stata perfino diminuita drasticamente la distribuzione di prodotti di prima necessità come sapone, detersivo, dentifricio, carta igienica, e tutto ciò per mancanza di soldi. Dove troverà il ministro quel miliardo e 500 milioni per fare carceri nuove? E i soldi per pagare il personale per gestirli? Lui dice che fra tre anni saranno disponibili 20000 posti in più, non considerando che fra tre anni, con un aumento della popolazione detenuta di 800 soggetti al mese come sta attualmente avvenendo, i detenuti non saranno più 67000 ma attorno ai 95000. Al ministro Alfano questo particolare non sarà sfuggito, così come non gli sarà sfuggito che per combattere questa emergenza ci sono altre soluzioni a costo quasi zero e soprattutto "realizzabili nell’immediato", come la gravissima situazione richiede. Forse non tutti sanno che nella marea di gente che tutti gli anni viene arrestata, oltre 30000 persone vengono scarcerate dopo pochi giorni. Se ciò succede probabilmente si poteva evitare di portarle in carcere, ma in quei pochi giorni che sono state in galera hanno occupato 30000 posti letto. Non sarebbe più conveniente ritoccare la legge per fare in modo di limitare inutili arresti? Perché non si mettono a pieno regime le misure alternative già previste dalla legge? Ciò consentirebbe a 20.000 e più persone di finire di espiare la pena fuori dal carcere, ma inserite in un percorso di recupero, facendo così anche risparmiare soldi per il loro mantenimento e in più rendendole utili per la società. Non per essere sospettosi, ma annunciare pubblicamente un’emergenza e insistere tanto sulla costruzione di nuove carceri per sanarla non è che sia un pretesto per far sapere alla gente che è necessario mettere mano a una montagna di soldi pubblici ad esclusivo vantaggio delle imprese che le costruiscono e non della società né tantomeno dei detenuti?
(Fonte Corsera) - Settimo suicidio nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno: Ivano Volpi, detenuto italiano di 29 anni, si è impiccato nel reparto infermeria del carcere di Spoleto. L’uomo - secondo quanto si è appreso - sarebbe stato arrestato lo scorso 16 gennaio per reati di resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento. Secondo le prime informazioni, Volpi, con precedenti penali, sarebbe stato processato per direttissima e poi trasferito nel carcere di Spoleto.
Leggi l’opinione dei detenuti: ”Perché spendere valanghe di soldi per costruire galere-deposito?”
Con la morte di Mohamed El Aboubj, 25 anni (15 gennaio a San Vittore - Milano), e quella del ventisettenne Abellativ Eddine (13 gennaio a Massa Carrara) sono già 6 i detenuti suicidi dall’inizio dell’anno.Mohamed El Aboubj, in particolare, era stato condannato in primo grado a 6 mesi di carcere per aver partecipato alla “rivolta” avvenuta 5 mesi fa nel Centro di Identificazione ed Espulsione (CIE) di Via Corelli, a Milano. Tra un mese sarebbe stato scarcerato, probabilmente senza che arrivasse la sentenza definitiva, quindi dopo aver “scontato” in custodia cautelare una vera e propria “anticipazione della pena”.
L’avvocato Mauro Straini - legale di El Aboubj - ha commentato ad Apcom la morte del suo assistito spiegando che “nel 2009 in Italia si è registrato un record di suicidi tra i reclusi, 72 casi, e in questo primo scorcio dell’anno si sono già verificati alcuni casi. Invece di discutere solo in merito alla costruzione di nuovi penitenziari - ha aggiunto il legale - bisognerebbe ripensare seriamente al senso della pena e della custodia cautelare che andrebbe applicata soltanto in casi estremi ridimensionando la facilità con la quale viene disposta oggi”.
6 detenuti suicidi in soli 15 giorni (1 morto ogni 60 ore, in media): una frequenza mai registrata prima, a fronte della quale non c’è alcun “piano carceri” che tenga, anche perché gli interventi recentemente annunciati dal ministro Alfano non prevedono alcun rafforzamento dell’attività “trattamentale” verso i detenuti, quindi l’assunzione di psicologi, educatori, assistenti sociali.
Si edificheranno nuove celle (”se” e “quando” si edificheranno), si assumeranno nuovi agenti di polizia penitenziaria (”se” e “quando” si assumeranno), in modo da poter “contenere” e “sorvegliare” fino a 80.000 detenuti. Che possano arrivare vivi al termine della pena - possibilmente conservando anche un po’ di salute fisica e mentale - non sembra essere tra le preoccupazioni di chi governa (il Paese e le carceri).
Ieri, 7 gennaio, nell’arco di poche ore 2 detenuti si sono tolti la vita: si tratta di Giacomo Attolini, 49 anni, nel carcere di Verona, e di Antonio Tammaro, 28 anni, a Sulmona (AQ), dove negli ultimi 5 anni ci sono stati 8 suicidi. Sale così 4 il numero totale dei suicidi, dopo quelli di Celeste Frau, 62 anni, a Cagliari e quello di Pierpaolo Ciullo, 39 anni, ad Altamura (Ba). A questi si aggiunge il giovane di 23 anni, a Quartu Sant’Elena (Ca), impiccatosi due giorni dopo la scarcerazione. Silenzio del ministro della Giustizia e del capo del Dap, Franco Ionta, che chiede però poteri speciali per affidare senza gare d’appalto i lavori per i 24 nuovi istituti da costruire. Ricordate il ministro Nicolazzi e le “carceri d’oro”?
Il primo a morire, intorno alle 19.00, è Antonio Tammaro, 28enne ristretto nel carcere di Sulmona. L’uomo era detenuto nella parte dell’Istituto adibita a “Casa di Lavoro”, quindi non stava scontando una pena per aver commesso reati, ma era sottoposto ad una “misura di sicurezza”, in quanto ritenuto socialmente pericoloso. (Nel concreto gli internati in Casa di Lavoro affrontano una detenzione identica a quella dei detenuti comuni, mancando l’occasione di far loro svolgere una qualche attività lavorativa). Tammaro, che occupava una cella da solo, era tornato in carcere mercoledì dopo un permesso premio. Si è impiccato, legando le lenzuola alla grata della sua cella.
Poco prima di mezzanotte, nel carcere di Verona, si è ucciso Giacomo Attolini, 49 anni: si è impiccato utilizzando una maglietta legata alle sbarre della finestra del bagno in cella. Negli ultimi 5 anni questo è terzo suicidio che avviene nel carcere di Verona, mentre sono morti in totale 8 detenuti.
Suicidi in carcere: possono essere previsti? possono essere evitati?
(A cura dell’Osservatorio permanente sulle morti in carcere)
Con la necessaria premessa che ogni caso di suicido contiene fattori di imponderabilità poiché deriva da situazioni e scelte personalissime, con il nostro lavoro stiamo cercando di comprendere meglio le motivazioni del suicidio tra i detenuti che, ricordiamolo, ha una frequenza 20 volte maggiore rispetto a quella nella cittadinanza italiana.
Non dappertutto è così: anche in alcuni paesi che riteniamo meno “democratici” e “civili” rispetto all’Italia i suicidi tra i detenuti sono meno frequenti: in Romania, ad esempio, ci sono 40.000 detenuti circa e avvengono di media 5 suicidi l’anno. In Polonia ci sono oltre 80.000 detenuti e si registra un numero di suicidi che è la metà rispetto a quello dell’Italia (dati del Consiglio d’Europa).
Negli Stati Uniti in 25 anni il numero dei detenuti suicidi si è ridotto del 70%, anche grazie al lavoro di una sezione “ad hoc” per le carceri all’interno del Dipartimento Federale per la Prevenzione del suicidio.
Nel Centro Studi di Ristretti Orizzonti (con l’elaborazione del dossier “Morire di carcere”) abbiamo analizzato oltre 1.400 suicidi avvenuti nelle carceri italiane nell’arco di 30 anni (1980-2009) ma anche un numero molto maggiore di tentati suicidi avvenuti nello stesso periodo (oltre 19.000), da tutti i possibili punti di vista; personologico, giudiziario, ambientale, etc.. .
Questo significa che oltre il 90% dei detenuti che tentano di togliersi la vita vengono “salvati” e, nel 70% dei casi, il suicidio viene sventato dall’intervento dei compagni di cella, mentre nel restante 30% circa sono gli agenti di polizia penitenziaria ed intervenire in tempo e salvare la vita al detenuto.
Quindi il regime di isolamento è assolutamente controproducente, rispetto al tentativo di evitare i suicidi. Di seguito potete vedere alcune indicazioni “di massima” (contenute nel libro), che speriamo possano aiutare quantomeno a ridurre le morti in cella.
Cosa non fare
Con un detenuto “a rischio”
· Non metterlo nella cosiddetta “cella liscia”
· Non togliergli tutto quello che potrebbe usare per suicidarsi: se vuole farlo trova lo stesso il modo
· Non controllarlo in modo ossessivo
· Non minacciare di mandarlo in “osservazione” all’Ospedale Psichiatrico Giudiziario
Con tutti i detenuti
· Non creare “sezioni ghetto”
· Non aspettare che chiedano aiuto!
· Non sottovalutare i tentativi di suicidio e le autolesioni, considerandoli “dimostrativi”
· Non applicare sanzioni o punizioni per atti autolesionistici o tentativi di suicidio
· Non esprimere un giudizio morale sugli atti autolesionistici o i tentativi di suicidio
· Non suggerire (provocatoriamente) di “tagliarsi” per ottenere qualcosa
Cosa fare: qualche piccolo suggerimento per gli operatori penitenziari
· Dare attenzione alla persona (gruppi di attenzione e di ascolto) durante tutto il periodo detentivo, e non solo limitandosi al primo ingresso, o alla fase di accoglienza;
· Aumentare le possibilità di lavoro e di attività intramurarie;
· Cercare di credere a quello che i detenuti dicono, rispetto ai problemi propri o dei compagni;
· Ridefinire il concetto di rischio suicidario: il suicidio in carcere viene spesso visto come una malattia;
· Migliorare il contesto relazionale all’interno della struttura;
· Pensare a sostenere l’autore di reato nel rielaborare il reato commesso
· Pensare a una mediazione tra l’autore di reato e la sua famiglia;
· Uscire dall’ottica assistenzialistica;
· Fare progettualità con il detenuto;
· Fare più formazione a tutto il personale.
Giustizia: appalti senza regole, con le “carceri d’oro” di Ionta (Terra, 7 gennaio 2009)
di Giacomo Russo Spena
Mentre gli istituti scoppiano, il capo del Dap, Franco Ionta, ha chiesto al ministro Alfano poteri speciali per l’edilizia penitenziaria. Così da affidare senza gare d’appalto i lavori per i 24 nuovi istituti e secretando i nomi delle ditte scelte.
Bertolaso ha fatto scuola. Così Franco Ionta, capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e commissario straordinario per l’edilizia carceraria, ha preso carta e penna e con una lettera ha chiesto al ministro della Giustizia Angelino Alfano “mano libera” per l’ingresso di imprenditori nel suo piano carceri. Una missiva, insomma, per chiedere poteri speciali da “commissario delegato”, sul modello del potentissimo capo della Protezione Civile. Il piano carceri del governo, sbandierato ai quattro venti da mesi e che dovrebbe portare entro il 2012 al reperimento di nuovi 21.479 posti letto in più grazie alla costruzione di 24 nuovi penitenziari, resta al momento un’utopia: manca la copertura finanziaria.
Il Parlamento ha stanziato 500 milioni di euro, pochi rispetto ai 2 miliardi necessari per realizzare il progetto. Ecco, allora, puntare sui privati. E sui loro affari speculativi. Già con un emendamento nella scorsa Finanziaria il centrodestra chiedeva di cedere ad imprenditori parte del patrimonio immobiliare a disposizione dell’amministrazione penitenziaria in cambio della edificazione di nuove e più capienti strutture in grado di risolvere il sovraffollamento delle carceri. Un esempio concreto? Il trasferimento in periferia del carcere di San Vittore a Milano e la riqualificazione dell’area, centralissima e a meno di un chilometro dai navigli, oggi occupata dal penitenziario.
“Si va verso la privatizzazione delle carceri - denuncia Donatella Ferranti, capogruppo del Pd in commissione Giustizia della Camera - con la presa in carico da parte di imprenditori delle strutture, la cui costruzione e gestione dovrebbe invece spettare allo Stato, al pari della sicurezza pubblica”. Alla fine l’emendamento è considerato inammissibile.
Ma il governo, ora, ci riprova. Ecco, quindi, i poteri speciali che consentirebbero a Ionta di aggirare le normali procedure di edilizia penitenziaria, arrivando a togliere le gare pubbliche di appalto in modo da scegliere, in prima persona, a quali ditte assegnare i lavori. Ma c’è dell’altro: “Questa idea dei poteri speciali è scandalosa - denuncia Franco Corleone, garante dei diritti dei detenuti di Firenze ed ex sottosegretario alla Giustizia. E Ionta vorrebbe anche secretare il nome delle imprese scelte, creando un sistema totalmente privo di trasparenza”.
C’è un precedente: nel 1977 una legge, ribattezzata delle “carceri d’oro”, stabiliva “procedure eccezionali per lavori urgenti ed indifferibili negli istituti penitenziari”. Il ministero della Giustizia sceglieva direttamente le ditte, ne nacque un giro di corruzione e truffa ai danni dello Stato. Tanto che nel febbraio 1988 lo scandalo portò alle dimissioni del ministro socialdemocratico Franco Nicolazzi, condannato durante Tangentopoli per concussione proprio nell’ambito del processo per le “carceri d’oro”. “Una nuova edilizia non risolve il problema del sovraffollamento”, afferma Francesco Quinti della Fp Cgil che ricorda come gli agenti siano sempre più oggetto di attacchi dei detenuti e 5mila unità in meno. “Gli operatori sono stanchi di lavorare in condizioni del genere - aggiunge il sindacalista -, le prigioni sono luoghi invivibili sia per i reclusi che per noi”.
Tutto ciò mentre i numeri sulle galere sono impietosi: 66mila persone detenute di fronte ai 47mila posti letto. I suicidi (71 nel 2009) e le rivolte aumentano. Per questo l’11 e 12 gennaio in Parlamento si discuteranno le mozioni sul sovraffollamento. C’è attesa per la votazione del testo presentato dai radicali e firmato da 92 deputati di tutti gli schieramenti, tranne la Lega. La mozione prevede la messa in campo di misure alternative alla detenzione, l’utilizzo dell’istituto della messa in prova e per i tossicodipendenti, che rappresentano il 25% della popolazione delle galere, un cammino di recupero nelle comunità. “Se passasse soltanto quest’ultimo punto si avrebbe già un bello sfoltimento dei detenuti - dice la radicale Rita Bernardini -. Il governo deve pronunciarsi, è finita l’epoca degli annunci”.
Intanto il commissario straordinario del Sappe per la Liguria, prendendo lo spunto dalla vicenda di un detenuto che ha aggredito due agenti, non trova di meglio che farneticare di detenuti in divisa e contenuti “nelle sezioni detentive con manette e catene”. (leggi l’a notizia all’interno)Genova: Sappe; 2 poliziotti penitenziari aggrediti da detenuto (Ansa, 1 gennaio 2010)
Non posso che giudicare con estrema preoccupazione l’ennesima grave aggressione a due poliziotti penitenziari, avvenuta ieri sera nel carcere di Genova Marassi. I due sovrintendenti - a ci sono stati dati 10 e 7 giorni di prognosi ed ai quali esprimiamo tutta la nostra vicinanza e solidarietà - sono stati improvvisamente e violentemente aggrediti da un detenuto, che opponeva resistenza ad un cambio di cella. Tutto questo è gravissimo ed inaccettabile, tanto più che si tratta della sedicesima aggressione avvenuta a danno di appartenenti alla Polizia penitenziaria quest’anno a Marassi.
Basta, basta, basta! Bisogna contrastare con fermezza questa ingiustificata violenza in danno dei rappresentati dello Stato in carcere e punire con pene esemplari chi li commette. Servono provvedimenti veramente punitivi per i detenuti che in carcere aggrediscono gli agenti o provocano risse: mi riferiscono alla necessità di introdurre un efficace isolamento giudiziario ed una esclusione dalle attività in comune che punisca i comportamenti violenti. E sarebbe anche l’ora che in Italia, in analogia a quanto avviene ad esempio in America, i detenuti indossassero in carcere tutti una divisa e si potesse eventualmente contenerli anche nelle sezioni detentive con manette e catene. In una situazione di emergenza, come è quella attuale, servono provvedimenti straordinari.
È quanto dichiara Roberto Martinelli, segretario generale aggiunto e commissario straordinario per la Liguria del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, la prima e più rappresentativa Organizzazione dei Baschi Azzurri, a commento del grave episodio accaduto ieri sera nel carcere genovese di Marassi.
Aggiunge Martinelli: “Marassi patisce una gravissima situazione deficitaria per quanto riguarda gli organici del Personale di Polizia Penitenziaria: mancano infatti, ben 165 poliziotti! I detenuti, invece, aumentano ogni giorno di più. Nel carcere della Valbisagno, in cui 456 sono i posti letto regolamentari, le presenze sono ben oltre le 720 unità e, di questo passo, si raggiungerà a breve il numero di ottocento detenuti (oltre il 55% gli stranieri presenti). Nonostante ciò i nostri valorosi Agenti lavorano ogni giorno, nel silenzio e tra mille difficoltà ma con professionalità, umanità, competenza e passione nel dramma delle sezioni detentive di Marassi, sventando anche tentativi di suicidio e atti di autolesionismo dei detenuti. Ma servono con urgenza nuovi agenti. Servono fatti concreti, altrimenti il sistema implode!”.

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