“Il carcere va visto da vicino”

Quando la notte di Capodanno ho attraversato, accompagnando Marco Pannella e Rita Bernardini, tutto un carcere, la Casa di reclusione di Padova, cella per cella, ho pensato che fino a quel momento neppure io, che faccio volontariato da dodici anni e mi occupo di informazione, e sulle galere  “la so lunga”, conoscevo realmente la vera vita lì dentro. Ho visto, in una notte di festa, persone, che di giorno incontro in redazione in una situazione di “quasi normalità”, affacciarsi tra le sbarre, strette in tre in spazi pensati per uno, ho guardato dentro quelle che il Regolamento penitenziario chiama “camere di pernottamento” e mi si è chiuso lo stomaco a vedere che cosa può voler dire la convivenza forzata quando si è accatastati in un buco dove ci si deve muovere a turno, ho allungato lo sguardo sull’angolo cucina che è anche un cesso, sulle docce verdi di muschio, cinque che adesso devono servire 75 persone. E ho fatto una riflessione: la Casa di reclusione di Padova è un “buon carcere” con ottime attività lavorative, una bella biblioteca, la redazione di Ristretti Orizzonti, e le televisioni vengono un giorno sì e uno no a riprendere queste “buone e brave” carceri. Ma le galere per “conoscerle” bisogna vederle da vicino entrando nelle sezioni, senza troppo preavviso, magari anche di notte, fermandosi a respirare gli odori, guardando le facce di chi passa venti e più ore in branda perchè non c’è proprio nient’altro da fare.
La nostra redazione si sta battendo da anni perchè le carceri siano luoghi “aperti”, da cui anche le persone detenute possano far uscire una informazione più libera possibile, e in cui giornalisti televisivi, radiofonici e della carta stampata possano entrare per vedere e raccontare la vita “dentro”. Per questo riteniamo importante la richiesta, avanzata dal quotidiano il Manifesto e dall’Associazione Antigone, di aver riconosciuto ai giornalisti il diritto di entrare nelle carceri per visitare sezioni e reparti detentivi, senza rivere ingiustificati dinieghi.
Il problema della trasparenza è davvero fondamentale nelle sovraffollate galere italiane: ce ne accorgiamo amaramente ogni giorno, quando raccogliamo i dati per il nostro dossier “Morire di carcere”, e ci scontriamo con le grandi omertà di storie come quella di Stefano Cucchi, ma anche con i piccoli silenzi, come quelli che riguardano certi suicidi, per cui non si riesce a sapere neppure il nome e il cognome del detenuto che si è ucciso. E poi riceviamo le segnalazioni di padri, madri, fratelli, sorelle di persone detenute che di “carcere” sono morte, e ogni volta emerge la difficoltà delle istituzioni a misurarsi con la trasparenza, e a essere chiare e umane quanto basta per trattare i parenti dei detenuti da persone, informarli quando succede qualcosa a un loro caro, e non dimenticare mai che è meglio per tutti se le carceri sono luoghi che si aprono senza segreti all’informazione.
Per questo è importante, e va ripetuta, l’esperienza che ha fatto la nostra redazione, di organizzare, con l’Ordine dei giornalisti del Veneto, un seminario di formazione sui temi dell’esecuzione della pena, dedicato proprio a chi poi dovrebbe informare su queste questioni.
Un seminario in cui a raccontare la galera, a spiegare le misure alternative, a smontare tanti stereotipi sulla “certezza della pena” sono stati da una parte i magistrati di sorveglianza, dall’altra i detenuti stessi.
Sessanta giornalisti hanno partecipato, e si sono misurati proprio sulla necessità che le carceri siano “aperte e trasparenti”, ma anche che l’informazione sappia vedere quello che succede “dentro” senza fermarsi ai luoghi comuni e alle semplificazioni.

ORNELLA FAVERO
Redazione di Ristretti Orizzonti
Il Manifesto 23/01/2010

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