“Il Dap? Deve firmare l’appello de Il manifesto”
Carceri. Parla Mauro Palma, presidente Cpt (Comitato Europeo per la prevenzione della tortura)”L’amministrazione penitenziaria dovrebbe essere la vostra prima alleata, la prima a sottoscrivere l’appello lanciato dal manifesto e da Antigone. Perchè il carcere è un problema di tutti e non solo degli addetti ai lavori. Ridare speranza al mondo detentivo per contrastare l’impressionante sequela di suicidi”.
Mauro Palma, presidente del comitato europeo per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa, sottoscrive in pieno la campagna per aprire le carceri alle visite dei giornalisti lanciata da questo quotidiano e dall’associazione che tutela i diritti dei detenuti di cui Palma stesso è tra i fondatori.
Siamo al settimo suicidio dall’inizio dell’anno: due giorni fa nel carcere di Spoleto si è ucciso un giovane di 29 anni. Sembra inspiegabile a chi non ha occhi per vedere come vivono realmente i detenuti. Il Dap però nega che ci siano restrizioni d’accesso. E’ un appello inutile, dunque quello pubblicato sul sito del manifesto?
No, l’appello ha un senso perchè esprime una richiesta di riappropriazione sociale del problema carceri, una questione che non va lasciata agli addetti dei lavori. E’ un’iniziativa positiva perchè non dice che il carcere non è trasparente, che è opaco, ma dice invece che il problema della detenzione ci riguarda e ci coinvolge tutti. Perciò chiediamo che i nostri occhi, attraverso quelli della stampa, possano guardarvi dentro. Abbiamo sempre detto che il carcere sta diventando un mondo separato, dove la società racchiude ciò che non vuole vedere. L’appello è un segnale di controtendenza.
Com’è la situazione negli altri paesi europei?
Devo riconoscere che in Italia ci sono maggiori possibilità di ingresso nelle carceri rispetto a quello di altri paesi: possono accedere i volontari, i parlamentari, i consiglieri regionali. Ciò non toglie, però, che nei momenti di crisi ci sia il richio di tornare indietro e perdere, con la procedura d’urgenza, uno dei pochi punti di vanto che il nostro sistema penitenziario aveva, quello di non sottrarsi allo sguardo esterno.
Con la stampa però il Dap ha sempre mostrato un pò di diffidenza, tanto che l’ipotesi che un giornalista accompagnassse un parlamentare in visita ha sempre creato grandissimi problemi. Invece io credo che il Dap dovrebbe capire che la stampa è parte di quella riappropriazione sociale del problema che poi è utile anche agli stessi che hanno responsabilità amministrative.
L’espresso di oggi pubblica stralci di un dossier riservato del Dap e le dichiarazioni del giudice Alfonso Sabella secondo il quale il sovraffollamento delle carceri sarebbe dovuto anchealla riduzione degli spazi riservati ai detenuti. Intere sezioni disponibili e mai aperte in modo da ridurre la capienza regolamentere. Sabella sostiene insomma che le carceri hanno molti più posti di quanto dicano i dati ufficiali.
Sabella ha avuto grandi responsabilità nell’amministrazione penitenziaria quindi non vedo motivo di dubitare delle sue parole. E quello che ne emerge è una situazione ancora più drammatica. Allora il Dap dovrebbe muoversi su due linee: innanzi tutto, essere il primo a firmare l’appello del manifesto e a dire “ben venga la società perchè il carcere è un problema di tutti e non solo nostro”. Secondo, dovrebbe essere il primo a chiedere modifiche legislative sulle droghe, sugli immigrati e sulla ex Cirielli, per evitare che si ricorra sempre più al carcere. Quello che il Dap dovrebbe capire è che chi lancia questi appelli è un suo alleato.
Cosa pensa del piano carceri governativo che dà a Franco Ionta poteri straordinari per affrontare l’emergenza anche in deroga alle norme vigenti?
Mi deprime sapere che ad una situazione disperata si risponde con progetti di tipo edilizio e con procedure accelerate, perchè qualunque progetto edilizio non può stare dietro al ritmo di crescita della popolazione carceraria. Le misure alternative, necessarie, sono state invece espunte dal Piano. E non si dà alcuna risposta, per esempio, al problema di un intervento sanitario preventivo che tenti di ridurre il numero di suicidi. Dei poteri eccezionali, poi, non mi fido: più sono eccezionali più il progetto deve essere discusso con la società.
Da cosa dipende secondo lei la sequela di suicidi in carcere?
Più che dal sovraffollamento o dalla mancanza di spazi vitali, è il senso di abbandono. Chi entra in carcere ha la sensazione di essere precipitato in un mondo di non ritorno, un luogo che non è più un pezzo della società esterna, un mondo disperato, dove i problemi non hanno soluzione. E’ questo l’elemento scatenante del suicidio. Ecco perchè ha senso chiedere di aprire le carceri agi occhi dei giornalisti.
ELEONORA MARTINI
“Il Manifesto” 22/01/2010

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