Diario dal Treno della Memoria

Walter Massa, presidente di Arci Liguria e promotore della partecipazione di una delegazione di studenti liguri al Treno della Memoria, ci manda, come già lo scorso anno, il suo Diario dal Treno della Memoria.

29 gennaio 2010 Siamo a Cracovia.

Il freddo non è pungente come la settimana scorsa e infatti nevica. Si arriva a Cracovia dopo 25 ore di treno belle ed entusiasmanti come ci aspettavamo. Cracovia ti accoglie ma non ci stupisce più; è bella, piena di ragazze e ragazzi che cercano nei locali (tanti) un po’ di tepore e di umanità con cui scaldarsi.

Ci divertiamo in questa prima serata e soprattutto ci ritroviamo. Tanti visi nuovi ma anche tante facce vecchie si ritrovano con uno scopo ben preciso; fare in modo che la memoria abbia un futuro oltreché un presente.

Non sono solo; ci sono i ragazzi del secondo treno provenienti dalla Calabria, dal Piemonte, dalla Sicilia ma soprattutto ci sono i ragazzi e le ragazze della Liguria che da quest’anno fanno parte della comunità viaggiante del treno.

Lo posso dire con un certo orgoglio. E’ merito anche nostro se la Regione Liguria ha permesso a 22 giovani liguri di vivere questa unica esperienza.

Ci ritroviamo a cena. Sono davvero belli questi ragazzi che provengono da storie ed esperienze diverse ma che hanno una gran voglia di raccontarsi.

Finisce che a tavola i più atei (almeno così si descrivono) discutono del percorso dei pellegrini di Santiago de Compostela o di quanto sia importante viaggiare sempre individuando una meta. Già una meta. Anche quest’anno per me la metà sono i campi di sterminio voluti, costruiti e gestiti da chi teorizzava la supremazia della razza.

Non so se è indotta ma la prima associazione mentale rimanda ai pochi tromboni che stanno costruendo barricate mentali e materiali verso la Moschea a Genova.

Del resto se sostituissi il termine Moschea con Sinagoga il salto indietro nel tempo non sarebbe poi troppo azzardato.

Sono contento di essere qui. A domani

Walter

30 gennaio 2010 - Ci svegliamo sotto una fitta nevicata.
Buon segno; vuol dire che fa caldo…oggi il programma prevede la visita nella parte di città ebraica e nel ghetto che non sono la stessa cosa. Lo capisco qui, scoprendo che il ghetto è stato il luogo dove 63.000 ebrei hanno dovuto traslocare per forza sotto il nazismo e dove, soprattutto, solo 17.000 sono riusciti a sopravvivere.
L’appuntamento è per le 14 davanti alla cattedrale (la mattina era per il riposo dopo le 25 ore di treno…); una parte del gruppone è già ad Auschwitz (circa 350 ragazzi). Noi qui. Si parte e dopo un brevissimo giro
turistico della città la nostra guida Giovanna (polacca che parla un bellissimo italiano) entriamo nel ghetto.
Una parte del nostro gruppo è un po’ fuori; sembrano in gita scolastica e questo scatena la “rumorosità” di una parte significativa che, infastidita, comincia ad urlare allo scandalo. Ci stanno entrambi. I primi sono
giovanissimi, forse non capiscono ancora; i secondi sono più grandi e impegnati e si rendono conto.
Confido nel tempo: i due gruppi troveranno prima della fine del viaggio del Treno la giusta mediazione. Anche e soprattutto dopo Auschwitz e Birkenau…
Sconvolge intanto vedere quale muro i nazisti fecero costruire agli ebrei per delimitare il ghetto: un muro che ricordava le tombe ebraiche. Come a dire siete vivi ma qui dentro prima o poi morirete tutti. Si prosegue e la
rappresentazione teatrale di fronte alla vecchia sinagoga riesce ad ammutolire i nostri ragazzi. Anche i più scalmanati.
E’ un bellissimo pezzo che ci racconta della caccia che gli ebrei dovettero subire nel 1943 nel ghetto quando si diede inizio alla “soluzione finale”. Rabbrividiamo e non solo per il freddo che nel frattempo è sceso.
Finisce il nostro giro; i ragazzi tornano verso il centro di Cracovia con un tono diverso. Vuoi dire?
Ci aspetta lo spettacolo teatrale della sera alle 20. Sono contento, nonostante tutto. Sono contento di essere in questa “comunità viaggiante” che ama ricordare la storia per meglio costruire il presente ed anche il
futuro.
Buona notte. Domani è davvero un giorno nuovo.
Walter
30 gennaio 2010

«…Altre volte mi hanno chiesto, per esempio, se qualcuno sia mai rimasto vivo nella camera a gas. Era difficilissimo, eppure una volta è rimasta una persona viva. Era un bambino di circa due mesi. All’improvviso, dopo che hanno aperto la porta e messo in funzione i ventilatori per togliere l’odore tremendo del gas e di tutte quelle persone - perché quella morte era molto
sofferta - uno di quelli che estraeva i cadaveri ha detto: “Ho sentito un rumore”. Normalmente quando uno muore, dopo un po’ finché non si assesta, il corpo ha dentro dell’aria e fa qualche rumore. Abbiamo detto:
“Questo poverino, in mezzo a tutti questi morti, comincia a perdere il lume della ragione”. Dopo una decina di minuti ha sentito di nuovo. Abbiamo detto: “Tutti fermi, non vi muovete”, ma non abbiamo sentito niente e
abbiamo continuato a lavorare. Quando ha sentito di nuovo, ho detto: “Possibile che senta solo lui? Allora fermiamoci un po’ di più e vediamo cosa succede”. Infatti, abbiamo sentito quasi tutti un vagito da lontano.
Allora uno di noi sale sui corpi per arrivare laddove veniva il rumore e si ferma dove si sente più forte. Va vicino e, insomma, là c’era la mamma che stava allattando questo bambino. La mamma era morta e il bambino era
attaccato al seno della mamma. Finché riusciva a succhiare stava tranquillo.
Quando non è arrivato più niente si è messo a piangere - si sa che i bambini piangono quando hanno fame. Il bambino era quindi vivo e noi l’abbiamo preso e portato fuori, ma ormai era condannato. C’era l’SS tutto contento:
“Portatelo, portatelo”. Come un cacciatore, era contento di poter prendere il suo fucile ad aria compressa, uno sparo alla bocca e il bambino ha fatto la fine della mamma. Questo è successo una volta in quella camera a gas. Ci sono tanti racconti, ma io non racconto mai cose che hanno visto gli altri e non io. »
Questo racconta Shlomo Venezia internato, e che durante la prigionia fu obbligato a lavorare nei Sonderkommando («unità speciali»), squadre composte da internati e destinate alle operazioni di smaltimento e cremazione dei
corpi dei deportati uccisi mediante gas. Tali squadre venivano periodicamente uccise per mantenere il segreto circa lo svolgimento della «soluzione finale della questione ebraica» (il sistematico sterminio del
popolo ebraico). Venezia è uno dei pochi sopravvissuti - l’unico in Italia, una dozzina nel mondo - di queste speciali squadre.
Non ho trovato le parole giuste per scrivere questo piccolo diario, oggi. Non è facile del resto uscire dal portone in cui passano i binari e dire qualcosa. Neanche se questa è la terza volta. Shlomo Venezia me le ha
indicate in uno dei tanti momenti della giornata di visita ad Auschwitz e Birkenau.
Molte lacrime sono scese tra i ragazzi che ancora una volta dimostrano di essere qualcosa di diverso da quello che tv e giornali raccontano.
Non è una visita qualunque tanto che anche a cena in diversi continuano a rimuginare su ciò che hanno sentito raccontrare e su ciò che hanno visto.
“Non ci sono libri che possono raccontare l’orrore che ho percepito oggi” mi dice una delle ragazze; le rispondo che è vero; calpestare i pavimenti o
toccare le pareti dove oltre 1 milione di donne e uomini hanno perso oltre alla vita la dignità fa male, fa riflettere e soprattutto fa incazzare.
La rabbia in questi momenti credo sia un giusto sentimento e lo è anche per me mentre varco i cancelli del più “grande cimitero della storia dell’uomo”
come - giustamente - ci racconta la nostra guida.
Qualcun’altro mi dice che non sa se riuscirà a tornare; lo capisco ma provo a spiegare che invece per me questi tre anni consecutivi ad Auschwitz servono come il pane, non solo e non tanto per il futuro ma soprattutto per
il presente.
Del resto Piero Calamandrei nel suo discorso sulla Costituzione ha detto “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra
costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto
un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione”. Ecco io ho bisogno di
venire in questi posti per ricordare che quello che oggi ho di più caro - la libertà - è stata pagata con il prezzo altissimo della vita di moltissimi.
Non posso dimenticarlo. Mai.
Walter

Cracovia 31 gennaio 2010
E’ l’ultima pagina che scrivo di questo diario. E’ finito anche questo viaggio e torno a casa carico di voglia di fare.
Ne ho bisogno se penso al mio domani. E’ molto tardi e mi metto a scrivere un po’ sopito…la vodka di stasera nella cena finale con i ragazzi di terra del fuoco mi ha dato il colpo di grazia…
Qualche ora fa, dopo ben quattro ore e mezza è terminata l’assemblea plenaria di restituzione come sempre carica di emozioni fortissime. Il Rotunda è un club/teatro che ospita i ragazzi del treno per le attività plenarie; stasera è stipato. Ottocento ragazzi più tutti gli animatori e tutta l’organizzazione. Michele Curto con la solita grinta introduce l’assemblea con una lettura che da subito colpisce i ragazzi.
Si parla di un mitico allenatore del Bologna degli anni trenta, un mito, un idolo nel mondo del calcio di allora capace di portare il Bologna a battere il Chelsea 4 a 0 nell’allora Champions League e che con l’introduzione delle leggi razziali “sparisce” dalla circolazione. Era ebreo.
Ancora oggi pochissimi almanacchi lo ricordano e la mitica Panini lo cita con un nome non suo ma con quello che il Governo fascista di allora volle fosse il suo nome. Non abbassare mai la guardia di fronte al razzismo non è un pensiero di qualche nostalgico.
E’ davvero bello. Questi ragazzi quando hanno spazio, quando sono ascoltati, quando vengono riconosciuti per quello che sono tirano fuori il meglio.
I bamboccioni, gli idioti, i buoni nulla sembrano rimasti tutti a casa, se mai ci sono.
Intervengono, raccontano, s’incazzano per descrivere la rabbia (indubbiamente il sentimento più gettonato) che hanno provato e stanno provando dopo le visite del campo di sterminio nazista di Auschwitz.
Una rabbia che mischia intelligentemente ciò che è successo ieri con ciò che accade oggi, anche sotto casa.
Le vicende dei deportati s’intrecciano con le vicende di Rosarno, di Castelvolturno, con gli sbarchi e le morti del Canale di Sicilia, l’ennesimo campo di sterminio dei giorni nostri utilizzato dai Governi occidentali e
dal nostro in particolare come il tappeto sotto cui nascondere la polvere.
E noi? Indignati per quello che è successo durante il secondo conflitto mondiale e assolutamente incuranti di quello che sta accadendo oggi. Siamo noi la zona grigia, quella che permette tutto ciò.
Anche per questo la rabbia monta in sala.
Ma non si tratta sono di ricordare, commemorare (parole stranamente poco pronunciate) ma di impegnarsi oggi.
E allora il mio intervento sull’immigrazione e sul dramma che si sta consumando, quello di Rachid, ragazzo marocchino della nazionale italiana di atletica leggera, quello di Fabio di Libera sul 21 marzo per la giornata
della memoria per le vittime delle mafie e soprattutto quello di Lorenzo, marito di una delle tantissime vittime innocenti della camorra scatenano l’entusiasmo, una liberazione, la consapevolezza che “si può lasciare questo
mondo migliore di quello che ci hanno lasciato i nostri genitori”.
La doppia soddisfazione è data dal fatto che l’entusiasmo - assolutamente contagioso - trasmette in modo inequivocabile il senso di comunità (la comunità viaggiante come amano definirsi i ragazzi di Terra del Fuoco) che uesti ragazzi hanno scoperto in questo viaggio.
Una seconda vittoria per loro - dopo la rabbia - che portano a casa come un prezioso tesoro.
L’ho detto, e lo ridico: l’impegno per il sottoscritto è quello di tornarci ogni anno ad Auschwitz e Birkenau, con loro, con questi già uomini e donne di appena 18 anni, per smetterla di pensare a quello che si dovrà fare
domani senza minimamente chiedersi che cosa devo/posso fare oggi di fronte ai nuovi orrori del nostro tempo.
Del resto Tom - la cui vicinanza, le parole e la saggezza mancano indubbiamente a questi ragazzi come a me - amava ripeterlo: arrendersi al presente è il modo peggiore per costruire il futuro. Buon cammino ragazzi.
Walter

Comments are closed.