LA LETTERA IO DETENUTO VIDICO: FATECI LAVORARE
MI CHIAMO Claudio Pinto, ho 26 anni, e sono detenuto presso il carcere di Pontedecimo aGenova. Ho già scritto aimezzi di informazione e alle autorità sottolineando l’inefficienza del sistema carcerario e la durezza delle condizioni all’intemo del carcere.Questa volta vorrei porre l’accento su una questione che ultimamente si pone allamia attenzione in maniera preponderante: perché non si fanno lavorare i detenuti? Nonvogliosoffermarmi sullasofferenza indotta dal maxisovraffollamento (benedetto l’indulto del 2006 sennò saremmo 120.000 detenuti e speriamo che qualcosa per svuotare le galere si trovi o si arriverà a1 collasso psicologico e fisico…); vedo che ultimamente imassmedia sono tornati sull’argomento e lamaggioranza ribatte la solfa delle nuove carceri da allestire: ci rendiamocontodiquanto tempo ci vuole per attuare questo progetto?
Il motivo che mi spinge a scrivervi è molto serio, i carcerati sono per antonomasia coloro che hanno fatto qualcosa di sbagliato per guadagnare denaro. Perquellochehannocommesso sono tenuti a stare un tot di tempo in una gabbia. A cosa serve stare ingabbia?Ecco il punto: a niente! I1 fatto è che in carcere uno non può che peggiorare, limare la propria verve delinquenziale, trovare nuovi spunti per la sua arte (che può essere lo spaccio, i furti in abitazioni, le rapine, le estorsioni, ecc.), incontrare nuovi soggetti che lo aiutanoamigliorarelasuaabilità,trovarepusheroclientimiglioriecosìacquistare punti nellamalavita:microcriminalità o maxicriminalità il concetto è ilmedesimo. Perché in questo flagellato Paese non si riesce a costruire un impianto carcerario che dia possibilità di reinserimento concreto nella società? Perchénonsi”sfrutta”lapopolazione detenuta a fini positivi? Mi viene da urlare:MANDATECIALAVORARE! Mandateci a spaccare pietre, a tagliarelegna, amungerecapre,asgomberare edifici,mandateci a fare qualcosa che ci insegni cosa significa il lavoro, inmododa avere la cognizione una volta fuori di cosa ci aspetta. Io ho 26 anni, sono entrato in carcere4volte, nellamiavitanonhopraticamente mai lavorato, non so cosa vuol dire lavorare, tornare a casa la sera stanco ma soddisfatto o incazzato col capo, non so cosa sia la vita di tuttelepersone”normali”,nonsoche cosa voglia dire avereunmutuo, delle tasse da pagare, delle responsabilità. Edigentecomemeèpienoall’interno diquestemura,diquestimuridi cinta che nascondono una drammatica realtà: se non ci insegnate come si fa come lo impariamo? A mandare a lavorare i detenuti ci guadagnerebbero tutti, dal singolo detenuto al capo dello Stato, sarebbe un’azienda che dà sviluppo economico e sostegno finanziario. So che nelle carceri francesi, spagnole, svizzere, nordiche questo problema non esiste, come entri in carcere timettono a lavorare e ti pagano anche bene, ti istruiscono e ti insegnanocosìameditaresulmalechehai fatto e che stai pagando. In Italia dobbiamo per forza essere il fanalino di coda. Possibile che nell’ex Belpaese di artisti e poeti e nell’attualePaese di calciatorieveline vi sia uno scempio così grande, che nessunovuole vedere?Finoaquando questasaràlacondizionedeidetenuti (qua dentro per fare lo scopino o il portavitto dove la paga fa ridere ci si “scanna”) nulla potrà cambiare.
CLAUDIO PINTO dal carcere di Genova Pontedecimo.

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