SE IL CARCERE DIVENTA UN SUPPLIZIO
Il Secolo XIX – 4/11/09, di MARCO MENDUNI
Prima le immagini di StefanoCucchi, smagrito, ferito, tumefatto. Morto mentre i suoi ultimi giorni di vita passavano, rapidissimi, da una caserma dei carabinieri a una cellaaunlettodiospedale. Po il suicidio in carcere di DianaBlefari, ex brigatista che ha tanto annunciato e volutolasuamortefinoarenderlainevitabile. Ma proprio quegli annunci e quella volontà avrebbero dovuto, invece, evitarla. Poi c’è l’agghiacciante espressione sfuggita, e intercettata, al capo degli agenti penitenziari di Teramo: «In sezione non si può massacrare un detenuto, si massacra sotto». Tre flash, tre tuffi al cuore, tre inchieste giudiziarie. Il segno di un pianetacarcere in cui la situazione, negli ultimi mesi, è sfuggita dimano. Modi bruschi, violenza, prevaricazione fanno parte della storia carceraria italiana,ma sembravano un retaggio del passato, dell’emergenza terrorismo. Le “squadrette” punitive, o i corpi specialidestinatiadaffrontarelerivoltee a reprimere le proteste: roba da consegnare alla naftalina dei ricordi. Intantocisonoinumeri,neiqualicercare una spiegazione di quel che sta accadendo. Ieri è stato raggiunto il nuovo record di presenze in carcere: 65.225 persone detenute. Sono il 51 per cento in più diquellepreviste.Controllatedapocopiù di 35mila agenti. Suddivisi in turni: sempre piùmassacranti, sempre più onerosi. Val la pena di ascoltare le parole di Salvatore Mazzeo, direttore della casa circondariale di Marassi, a Genova. Istituto nato per accogliere 450 detenuti, ne ospita oggi 750 e altri cento arriveranno dopo l’inaugurazione del nuovo centro clinico. Racconta Mazzeo: «Se in certe situazioni c’è un solo agente per trecento detenuti, ognuno dei quali ha una richiesta, una protesta, un’esigenza, si può correre il rischio di perdere la calma, il controllo. Può succedere anche ai più temprati». Ancora: «Gli agenti, ormai,sonoinsultati,offesi,aggreditiverbalmente. Comereagiscono?Fannofinta di niente. Bisognerebbe fare continui rapporti, punire con isolamenti che poi non si potrebbero nemmeno realizzare perché mancano gli spazi. Insomma: in quelle condizioni sipuòquasi rischiaredi impazzire». È un’analisi che non giustifica: maserveacapireinchecondizionesi lavora oggi dietro quelle mura. E sicuramente il sistema carcerario non ha bisogno di agenti impazziti o sull’orlo di una crisi di nervi.Ma sensazioni ed emozioni non aiutano a comprendere i fenomeni. Occorre analizzare i dati. Il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria pubblica ogni anno una relazione intitolata “Eventi critici negli istituti”. I detenuti che si sono uccisi in cella sono passati dai 23del 1990ai46del2008.Neipriminove mesi del 2009 erano già 56, oggi 61. La crescita più elevata degli ultimi quattro lustri. Gli episodi di autolesionismo: tremila nel 1990, quasi cinquemila (4.928) nel 2008. Le aggressioni sono arrivate a 3.080 l’anno passato, erano 1.142 del 1992. Gli indicatori raccontano il trend di un ventennio in cui non è mai arrivato un significativo miglioramento, a dispetto delleistanzediunasocietà più civile. I braccialettielettronici( costati più di cento milioni) stanno ammassati nei magazzini. Negli istituti pieni oltre ogni ragionevolezza rimangono abbrutimento, suicidi, morti sospette. E agenti «che rischiano di impazzire».Una delle possibili vie d’uscita sarebbe la costruzione di nuovi istituti, piùmoderni e “umani”. Ma il “piano carceri” annunciato dal governo, che doveva essere all’ordine del giorno degli ultimi due Consigli deiministri, sembramisteriosamente scomparso dall’agenda politica. MARCOMENDUNI

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