Genova G8, processo d’appello: ultime battute

www.nuovasocieta.it, di Fabrizio Dentini

Tribunale di Genova. Ultimo giorno per la requisitoria degli avvocati difensori di 5 dei 25 manifestanti, che in seguito al G8 di Genova nel 2001, vennero imputati di devastazione e saccheggio e condannati in primo grado complessivamente a più di 200 anni di carcere. Gli avvocati Alboretti e Lamma hanno rievocato i giorni del summit svoltosi in quel luglio lontano ormai quasi un decennio ed hanno contestato in totum le accuse mosse ai loro assistiti. La prima contestazione è di tipo metodologico, come si arrivò all’identificazione degli imputati rinviati a giudizio? L’avvocato Alboretti pone forti dubbi sul metodo utilizzato: un filmato che identifica gli imputati all’interno del corteo e in seguito durante gli scontri, senza mostrarne il volto, e senza rappresentare la totalità delle azioni dei singoli, ma presentando invece un accostamento di immagini senza soluzione di continuità, una realtà filmicamente unitaria, laddove nella realtà tale situazione era ben differente. L’accusa si fonda pertanto sull’accostamento di immagini, montate, e quindi portatrici di un significato autonomo, che rimane ben lungi da poter essere confermato come aderente alla realtà dei fatti accaduti. Se all’insufficienza degli elementi probatori si somma la rievocazione dei meri fatti avvenuti in quel tragico pomeriggio, la cronologia degli eventi racconta una realtà più scomoda e ingombrante, un operato criminoso delle forze dell’ordine che le più alte cariche dello Stato osannarono per abnegazione e dovere, quando avrebbero dovuto condannare l’arbitrarietà degli interventi e gli abusi compiuti.

Ore 15.00 il corteo regolarmente autorizzato scende compatto lungo Via Tolemaide indirizzandosi verso la stazione di Brignole, ore 15.14 parte la prima carica della polizia con un blindato. Ore 15.23 seconda carica del blindato. Ore 15.25, terza carica del blindato. Ore 15.28 quarta e ultima carica del blindato. Il corteo accusa le cariche e risponde. Negli occhi di tutti rimangono le immagini del blindato dato alle fiamme dai manifestanti all’incrocio di Via Torino. Cosa spinse gli agenti a caricare un corteo autorizzato? Chi diede loro l’autorizzazione ad agire contro una manifestazione pacifica? Punto di incontro fra le requisitorie dei due avvocati è proprio questo agire per difendere l’ordine pubblico, senza trovare un limite d’azione all’interno dei diritti costituzionali. L’avvocato Lamma parla di un’interpretazione restrittiva del concetto di ordine pubblico, interpretazione non orientata costituzionalmente. Agirono al di fuori dei limiti propri di uno stato di diritto. I comportamenti delle forze dell’ordine non furono solo illegittimi ma delittuosi e ciò venne provato durante l’istruttoria aldilà di ogni ragionevole dubbio. L’avvocato Lamma prosegue adducendo la sua ipotesi di come si giunse all’incriminazione dei 25 manifestanti: gli imputati vennero colpiti a random, perché tratti in arresto durante gli scontri. Dal loro fermo si è cercò di costruire poi una colpevolezza attraverso un reato, devastazione e saccheggio, ripristinato dal buio della storia giuridica del paese.

Mentre al primo piano del Tribunale gli avvocati dei manifestanti peroravano una causa che reca in sé tutta la storia ed i limiti del movimento no global, al piano terra dello stesso edificio, l’ex numero uno della polizia De Gennaro patteggiava a porte chiuse e con rito abbreviato una condanna per induzione al falso in atto pubblico. Questo paese dai due volti e dalle due velocità, legalità e alegalità, si trova dunque, nell’aule del Palazzo di giustizia di Genova a confronto con se stesso. La settimana prossima, entrambe le sentenze, chiariranno agli italiani quale sia la parte che bisogna sostenere ad oltranza e quanto la cornice politica congiunturale del 2001 contribuì a costituire una contesto dove gli imputati di ieri sono diventati le parti lesi di oggi.

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