Mafia, l’eterna riscoperta
La Stampa, 1/10/09 di FRANCESCO LA LICATA
Non sarà certamente colpa del Censis, che per dovere d’ufficio si limita «semplicemente» a fotografare una situazione, né di Beppe Pisanu che alla presidenza della commissione Antimafia è giunto da meno di un anno. Eppure è difficile sfuggire al senso di frustrazione, di impotenza proveniente da un’analisi che sembra certificare l’impossibilità di redenzione per un quarto del territorio nazionale.
La capacità invasiva delle organizzazioni criminali, la loro espansione verso spazi nazionali e internazionali che sembravano immuni da qualsiasi pericolo di contagio, il “prezzo” pagato dal Meridione d’Italia alla presenza del malaffare, il divario Nord-Sud accentuato dalla palla al piede mafiosa in almeno quattro regioni, il problema del “consenso” delle popolazioni e della classe dirigente del Sud ai poteri criminali: tutti temi affrontati e mai risolti – da nessun governo, né di centrodestra né di centrosinistra – perché immobilizzati dentro schemi di politiche di parte. Un errore, questo, a suo tempo segnalato da uomini del valore di Giovanni Falcone che avvertiva: «La lotta alla mafia non deve avere colore politico perchè condotta nell’interesse di tutti».
La fotografia che ci dà oggi il Censis è identica alle numerose altre accumulate negli anni: lo stesso Pisanu è costretto a sottolineare l’attualità dell’analisi di uno dei primi meridionalisti, Leopoldo Franchetti, che, nel 1876, sulla capacità di penetrazione della mafia scriveva: «Essa ha ormai relazioni di interesse così molteplici e variate con tutte le parti della popolazione; sono tanto numerose le persone a lei obbligate per la riconoscenza o la speranza dei suoi servigi, che essa ha ormai infiniti mezzi per influire all’infuori del timore e delle violenza, per quanto la sua esistenza si fondi proprio su questa». Così quindici anni dopo l’Unità d’Italia. Ma oggi non va meglio, se dobbiamo dar credito alle analisi attuali. In tema di crisi del Meridione, si sta a discutere ancora – addirittura – se il sottosviluppo sia causa o effetto della presenza mafiosa.
Certo, la burocrazia, il malgoverno, le Regioni che non funzionano o sbandano. E’ di ieri l’incredibile “rivelazione” del governatore di Sicilia: «La mafia è a Roma». Anche qui nulla di nuovo sotto il sole: questi ritornelli li avevamo sentiti da una pletora di politici discutibili, “in difesa” del “buon nome” della Sicilia. Ma c’è una via d’uscita a tanto conformismo, che periodicamente scopre – per esempio – l’incompatibilità della presenza mafiosa con le libertà più elementari, non ultimo il libero mercato?
Si predica la fiducia nello Stato, anche se spesso i governi fanno di tutto per sfiancare pure i più fiduciosi. Ma forse andrebbe conseguito, oltre alla necessaria repressione giudiziaria, un obiettivo “semplice”: capovolgere il rapporto di forza oggi esistente – almeno in gran parte del Meridione – tra cittadino e poteri illegali, rendendo “conveniente” la scelta della legalità. Solo così si potrà interrompere il sistematico ricorso alla protezione mafiosa, percepita come più efficiente dello Stato.

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