Il cinema riparte dai migranti: corto in 3D firmato Wenders

La troupe del regista tedesco ha appena finito di girare in Calabria per raccontare in dieci minuti la storia dell’accoglienza a Riace e Badolato dopo gli sbarchi. Il produttore: ”Volevamo fare una prova che non aveva mai fatto nessuno”

Sul set de ‘Il Volo’. Il cortometraggio sui rifugiati di Wim Wenders
BADOLATO (Cz) – La storia del cinema cammina tra i vicoli sospesi nel tempo di un borgo medievale calabrese. È questa la favola de ‘Il Volo’, il cortometraggio che Wim Wenders ha girato per dieci giorni in Calabria, tra Badolato (Cz), Riace e Scilla (Rc). Il primo lavoro d’autore in 3D, che ha per soggetto lo sbarco dei migranti sulle coste dello Jonio e la loro accoglienza da parte di un sindaco lungimirante (interpretato da Ben Gazzara), deciso a ripopolare con i nuovi venuti le case lasciate vuote dai suoi concittadini, a loro volta emigrati all’estero in cerca di lavoro.Una storia di accoglienza che trae spunto da un fatto realmente accaduto, quando a metà degli anni Novanta l’allora sindaco di Badolato, Gerardo Mannello, decise di ospitare in paese i profughi curdi che sbarcavano continuamente sulla costa. Una vicenda che oggi si trova al centro della pellicola di Wenders per una scommessa tecnica di altissimo livello, con il cinema che muove i primi passi verso la rivoluzione tridimensionale, la terza grande svolta, secondo molti esperti paragonabile per importanza all’invenzione del sonoro e del colore. Una sfida di cui è conscio lo stesso regista che, in una pausa delle riprese sul set, ha dichiarato “Ci vuole molta pazienza con il 3D, è una tecnica difficile”. Una modalità di realizzazione che non permette il più piccolo errore.
“Volevamo fare una prova che non aveva mai fatto nessuno – racconta il produttore Mauro Baldanza – mi occupo di 3D stereoscopico da tanto tempo con un consorzio europeo. Wenders era interessato e ha accettato di fare un film insieme”. “Il volo” è frutto dell’incontro tra le case diroccate e le pietre antiche di Badolato con la tecnologia più avanzata del monitor in 3D al massimo delle potenzialità oggi conosciute e l’innovazione di un ‘camcopter’ per le riprese. Si tratta di un piccolo elicottero del peso di 15 chilogrammi e del costo di 35mila euro, che sostituisce il carrello su cui classicamente venivano montate le telecamere per riprendere gli esterni.
A illustrare i risvolti tecnici della stereoscopia è lo stereografo Giampiero Piazza, un ruolo parallelo a quello del direttore della fotografia. “La stereografia si occupa del corretto posizionamento delle camere per un’immagine che poi ricrea quella in tre dimensioni nel cervello umano – spiega – esistono diverse scuole di pensiero, americane ed europee sulla tecnica di ripresa da applicare, noi seguiamo quella che si appoggia sulla visione dello spettatore”. Wenders si è servito sia del direttore della fotografia sia dello stereografo per vagliare la validità di ogni inquadratura. I circa dieci minuti de “Il volo” rappresentano il primo contenuto basato su una storia vera mai girato con questa tecnologia, usata finora solo per produzioni spettacolari. Al contrario di quanto si potrebbe pensare, l’uso del tridimensionale in questo caso non ricorre all’effetto per attrarre, serve invece ad enfatizzare la realtà del racconto. “E’ adatto a una bella storia perché diventa vera – continua Piazza – l’obiettivo è fare in modo che lo spettatore abbia la sensazione di essere nel posto in cui è girata la scena. La storia è pura, non rovinata dagli effetti”. Non si usano accorgimenti come lo sfuocare campo e contro campo, né lo zoom. “Perché nella realtà non abbiamo gli occhi a zoom”, spiega ancora lo stereografo. “Noi per 120 anni abbiamo guardato i film con un occhio solo, questa tecnica ci permette di aprirli tutti e due”, conclude. (rc)

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