ONU: SHOW GHEDDAFI; VIVA OBAMA, MORTE CONSIGLIO SICUREZZA

Secolo XIX 24/09/2009
CON UNO SHOW di oltre un’ora e mezza, invece dei 15 minuti previsti, il leader libico Muhammar Gheddafi è intervenuto per la prima volta in 40 anni di potere all’assemblea dell’Onu. E ne ha approfittato per muovere un attacco a tutto campo al Palazzo di Vetro, e al significato stesso dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.
Salito sul palco con la carta dell’Onu in mano, Gheddafi l’ha brandita dicendo sostanzialmente che le premesse su cui era stata fondata («Tutte le nazioni sono uguali, grandi e piccole». «Tutte le nazioni devono adoperarsi per fermare le guerre») sono diventate lettera morta. E a un certo punto ha anche accennato il gesto di strapparla, la carta dell’Onu, salvo poi ripensarci.
Gheddafi ha ricordato che da quando esiste l’Onu ci sono state ben 65 guerre, provocate per la maggior parte da poche nazioni, che hanno causato milioni di morti, «più della seconda guerra mondiale». E che il grande consesso non è riuscito a fermarle. Perché non c’è riuscito? Perché nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu siedono cinque nazioni, Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna, che hanno diritto di veto. E che possiedono l’arma nucleare. In pratica, ha detto Gheddafi, «il Consiglio di Sicurezza è un Consiglio del Terrore. È terrorismo».
Il leader libico ha chiesto poi che l’Onu vada via da New York, dove gli americani hanno creato molti problemi di visti alla sua delegazione. La prossima Assemblea Generale sia convocata a Delhi o a Pechino, ha detto il Colonnello chiedendo la riforma del Consiglio di Sicurezza: niente più diritto di veto e tutte le unioni internazionali rappresentate. Dalla Ue all’Unione degli Stati Africani, dalla Federazione Russa agli Stati Uniti d’America e all’America Latina, dalla Conferenza islamica ai non allineati.
Una proposta seria e logicamente fondata, che rispecchierebbe gli equilibri mondiali che non sono più quelli di sessanta anni fa. L’Africa e l’Islam all’Onu hanno la forza del numero nell’Assemblea generale (ogni Paese ha un voto, indipendentemente da superficie e popolazione), ma nel Consiglio non sono rappresentate se non tra i membri a rotazione, senza diritto di veto. Stesso discorso per un Sudamerica che è cresciuto dopo essersi affrancato dal Fondo monetario internazionale (anche ieri il presidente brasiliano Lula da Silva ne ha chiesto la riforma con più rappresentanti dei Paesi in via di sviluppo).
La visione di Gheddafi, in teoria, non è distante da quella immaginata da Obama dove «nessuna nazione dovrà cercare di prevaricare le altre». E infatti il leader libico ha molto lodato il discorso del presidente Usa, che pure non è rimasto ad ascoltarlo, definendolo «amico», «un figlio dell’Africa e un barlume di luce nel buio». «Saremmo contenti se il presidente Barack Obama restasse presidente per sempre», ha detto il leader libico, aggiungendo subito però che «siccome questo non può succedere, «nessuno può garantire per l’America». Anche la frase di Obama sul fatto che «la democrazia non si può imporre» si rispecchia in parte in quella di Gheddafi sul fatto che le nazioni non devono impicciarsi negli affari delle altre nazioni, dittature comprese.
A questo proposito il Colonnello ricorda le ingiustizie perpetrate dal colonialismo e chiede che l’Europa risarcisca l’Africa, come l’Italia ha fatto con la Libia «presentando le sue scuse», accettando di pagare un risarcimento di cinque miliardi di dollari in 20 anni e «dicendo che non occuperà più il territorio di altri Paesi». «L’Italia ha fatto una cosa molto civile», ha detto riscuotendo l’applauso del ministro degli Esteri Franco Frattini.
Ieri Gheddafi ha approfittato del fatto che la presidenza dell’Assemblea fosse toccata proprio alla Libia e ha potuto parlare ad libitum, in parte a braccio, in parte leggendo appunti scritti a mano (è rimasto però lontano dal record del leader cubano Fidel Castro, che in una occasione parlò per ben 4 ore e mezza). Il suo intervento-fiume ha fatto slittare tutti gli altri, compreso quello molto atteso di Mahmoud Ahmadinejad. Intervistato dalla stampa Usa prima di recarsi al Palazzo di Vetro, il presidente iraniano ha detto che il suo Paese non rappresenta una minaccia agli Stati Uniti, come afferma il presidente Obama, ma è piuttosto «un’opportunità». Secondo Ahmadinejad, se Obama farà«grandi cambiamenti» nella politica del suo Paese in Afghanistan, Iraq e in Medio Oriente troverà nell’Iran un amico. claudio paglieri paglieri@ilsecoloxix.it

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