Propaganda di guerra, informazione di pace
L’editoriale di Arcireport (Scarica il n_31, 22/09/09)
I promotori della manifestazione per la libertà di stampa ne hanno deciso il rinvio in segno di rispetto per il lutto che ha colpito il Paese. Rispetto che non ha avuto il Governo, impegnato nelle stesse ore ad aizzare la rissa con offese farneticanti di un suo Ministro. L’imbarbarimento del confronto politico ha toccato ormai il fondo. Il discorso pubblico è mortificato da superficialità e banalità disarmanti, chi parla al Paese sembra non aver l’onere di argomentare ciò che dice: conta solo la propaganda con ogni mezzo, ingiurie comprese.
Non sfugge a questa logica nemmeno il dramma della guerra. In Afghanistan si muore tutti i giorni, da troppi anni: civili, donne e bambini, militari di ambedue i fronti. Eppure quasi non se ne parla, il tema è monotono nel suo orrore quotidiano, fa meno audience delle nostre risse di cortile, escort veline e tutto il resto. Finché il lutto non ci arriva in casa col suo carico di dolore. Allora anche la guerra, condita di insulsa retorica patriottica, diventa argomento buono per la propaganda.
Continuano a raccontarci che siamo laggiù in missione di pace per difendere i civili e rafforzare la democrazia, ma la realtà è un’altra: in Afghanistan c’è una guerra d’occupazione, che distrugge territori e vite umane e cancella ogni speranza di pace e diritti; la verità è che la democrazia imposta con l’occupazione militare è una farsa, come dimostra l’esito delle recenti elezioni; che i bombardamenti sui civili creano ostilità assai più dei fondamentalismi.
Il Governo dovrebbe spiegare ai cittadini cosa ci stiamo a fare realmente in Afghanistan. Guardare in faccia la realtà, ammettere gli errori, prendere atto che la missione ha fallito i suoi obbiettivi, cambiare strategia. Aprire il dibattito nelle sedi internazionali, lavorare per un’alternativa politica e diplomatica, la conferenza di pace, una missione internazionale sotto il comando Onu.
Ma c’è bisogno della spinta di una società informata e consapevole, non imbevuta di propaganda. Perché se la guerra si alimenta di menzogne, la pace si nutre di conoscenza e circolazione delle idee.

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