Caos e rischio di incostituzionalità per la legge Maroni – La Procura di Torino pone il tema dopo il caso di un egiziano

Caos e rischio di incostituzionalità per la legge Maroni
La Procura di Torino pone il tema dopo il caso di un egiziano
di Giorgio Mazzola
Una decisione meditata a lungo, ma che ora ha tutti i crismi dell’ufficialità. La Procura di Torino – con un documento sottoscritto dagli stessi vertici dell’Ufficio – ha sollevato questione di legittimità costituzionale sulla norma approvata dalla maggioranza di centrodestra lo scorso 15 luglio. Quella che introduce il reato di clandestinità. L’eccezione è stata formulata ieri mattina dal vice-procuratore onorario Paola Bellone. Il giudice di pace deciderà se inoltrare o meno la richiesta alla Consulta il prossimo 6 ottobre.
Secondo la Procura di Torino la legge violerebbe prima di tutto l’articolo 3 della Costituzione, che stabilisce l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge “senza distinzione di condizioni personali e sociali”. In secondo luogo contrasterebbe con i diritti inviolabili dell’uomo e l’adempimento da parte della Repubblica “dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” sanciti dall’art.2. Infine contrasterebbe con il principio di legalità dell’art.25, secondo cui sono punibili soltanto le condotte materiali conseguenti alla volontà di un soggetto e non – come nel reato di clandestinità – la mera condizione soggettiva dello straniero senza permesso di soggiorno. Una questione di “non manifesta infondatezza” basata su principi fondamentali della Costituzione che provocherà, non è difficile presagirlo, le immancabili accuse di “invasione di campo” da parte dei più accessi sostenitori della normativa. Tuttavia, tra le sei fitte pagine compilate dalla Magistratura torinese, emergono anche aspetti di forte irragionevolezza della nuova legge. In pratica, dichiara il procuratore aggiunto Paolo Borgna, “le nuove norme possono addirittura rendere più difficili le espulsioni”.
Ma andiamo con ordine. La scena è l’aula 24 al piano terra del Palazzo di Giustizia di Torino, dove di fronte al giudice di pace si susseguono ininterrottamente decine di casi di persone denunciate per clandestinità: “il lavoro di questi giorni – dice ancora Paolo Borgna – è andato al di là di ogni aspettativa. In più, la difficoltà di applicare questa legge è andata oltre ogni nostra perplessità, pur in presenza di ben sette circolari del Procuratore Capo volte ad agevolare il più possibile il nostro lavoro”.
Ben si comprende, dunque, che l’eccezione presentata ieri mattina fosse nell’aria. La fortuna, se così si può chiamare, è toccata a un giovane egiziano entrato nel nostro Paese con un visto polacco, sposato dal primo agosto con una cittadina marocchina regolarmente residente in Italia e padre di una bambina di nove mesi. Consigliato dai servizi sociali a presentare richiesta di permesso di soggiorno per ricongiungimento familiare, l’uomo si è recato lo scorso primo settembre in Questura per avere notizie della pratica, uscendone con una brutta sorpresa. In quanto privo di permesso di soggiorno è stato sanzionato, sulla base della tuttora vigente legge Bossi Fini, con decreto di espulsione del Prefetto, da ottemperarsi entro cinque giorni. E come se non bastasse, è stato denunciato penalmente in base alle nuove norme sulla clandestinità che integrano la Bossi-Fini. Ed ecco un punto fondamentale dell’irragionevolezza alla base dell’eccezione di Costituzionalità: la nuova legge non solo criminalizza l’ingresso e la permanenza di clandestini in Italia, ma il nuovo reato (che prevede un’ammenda da 5.000 a 10.000 euro) è finalizzato essenzialmente ad ottenere dal giudice di pace una sanzione penale sostitutiva alla multa, ossia l’espulsione tout court. Ma l’espulsione, eseguita coattivamente dalla forza pubblica, è già prevista sul piano amministrativo dalla Bossi-Fini senza che le difficoltà di esecuzione risultino diminuite. In pratica il clandestino colleziona espulsioni.
Sofismi da azzeccagarbugli politicizzati? Forse. Ma proviamo a metterci nei panni di un leghista doc, che il clandestino lo vuole fuori a tutti i costi. La Bossi-Fini, recependo indicazioni vincolanti della Corte costituzionale, stabilisce la non punibilità di chi non abbandona l’Italia entro cinque giorni se colpito da decreto di espulsione (quindi non perché semplicemente clandestino) in caso di “giustificato motivo”. Ora immaginiamo una persona colpita dal decreto e poi denunciata come clandestino. Per questo reato viene citato di fronte al giudice di pace ed è ben difficile che questo non sia un “giustificato motivo” per ritardare quantomeno la partenza. E questa non è – come ricorda Paolo Borgna – che una delle diverse eventualità in cui la coesistenza delle leggi non solo appare irragionevole ma rende più difficili le espulsioni. Fino al caso limite dello straniero che debba assistere il figlio minore malato. In tal caso, infatti, il clandestino dovrebbe essere assolto dalla Bossi-Fini ma condannato secondo il nuovo pacchetto sicurezza. Insomma, piaccia o no, la legge funziona male.

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