Se la Corte cancella il lodo
Manifesto 20/9/09
COMMENTO
Gaetano Azzariti
Un’eventuale pronuncia della Corte costituzionale che accertasse l’incostituzionalità della legge che prevede la sospensione dei processi per le più alte cariche dello Stato non produrrebbe altro effetto se non quello di far cessare l’efficacia delle relative norme «dal giorno successivo alla pubblicazione della sua decisione». Così come avviene da oltre cinquant’anni in ogni caso in cui una legge sia ritenuta incostituzionale e così come prescrive in via generale precisamente e pacatamente la nostra Costituzione. Nulla di straordinario, dunque. CONTINUA|PAGINA10
Ma, ci si chiede, a seguito di una tale pronuncia il presidente del consiglio attualmente in carica dovrebbe rassegnare le dimissioni? Penso proprio di sì, sebbene anche quest’ultima eventualità mi sembra debba essere ricondotta entro la sua specifica dimensione costituzionale. Le dimissioni del premier non potrebbero direttamente dipendere dal giudizio costituzionale, il quale si sarebbe limitato ad accertare l’incompatibilità del c.d. lodo Alfano con alcuni specifici e fondamentali principi costituzionali (presumibilmente i principi d’eguaglianza, del giusto processo, della sua ragionevole durata, del diritto di difesa, dell’obbligo all’azione penale). Berlusconi dovrebbe invece prendere atto che la sua concezione della politica, quella che si fonda sulla disuguaglianza tra le persone persino dinanzi alla legge, non trova cittadinanza entro l’ordinamento costituzionale di una democrazia pluralista. Dovrebbe considerare che nessuna maggioranza può porsi al di fuori del diritto costituzionale, il «diritto più alto», quel diritto che nelle democrazie moderne non si limita a dare ragione al più forte, ovvero alle diverse maggioranze elettorali che di volta in volta si formano, ma assoggetta tutti (maggioranza e minoranze) ad alcuni principi «supremi», indisponibili alla politica, che si pongono a fondamento del vivere civile di una nazione. Dovrebbe tirare le somme, non da una singola sentenza del giudice a lui sfavorevole, che è nella natura delle cose, ma dalla ben più grave complessiva situazione di stress costituzionale cui hanno condotto le sue politiche personalistiche (le leggi ad personam). È questo che renderebbe costituzionalmente insopportabile la permanenza in carica di questo governo e del suo «Capo».
Non vi è in realtà nessun esplicito obbligo formale di dimissioni, né vi sono automatismi costituzionali (fatti salvi i casi estremi) in grado di far valere la responsabilità politico-costituzionale di un governo che mostra di operare oltre i limiti del costituzionalmente consentito. Non so se ciò debba essere considerata una debolezza del nostro sistema costituzionale. In verità, in ogni paese costituzionalmente solido non vi è alcun bisogno di prevedere obblighi o automatismi di tal genere, che finirebbero per costringere entro una troppo rigida maglia la libera dinamica dei rapporti politici. In ogni paese costituzionalmente vivo, il rispetto delle istituzioni viene ritenuto sufficiente per «imporre» ai singoli soggetti investiti di potere che si trovano in situazione di incompatibilità sostanziale con il sistema costituzionale a rassegnare spontanee e immediate dimissioni. Confidare però su questa soluzione è certamente illusorio oggi in Italia. Il rispetto istituzionale avrebbe dovuto già «imporre» a Berlusconi le dimissioni: un attimo dopo la decisione del tribunale di Milano che ha condannato l’avvocato Mills.
Una soluzione la Costituzione per la verità la prevede. Una misura potrebbe essere utilizzata dinnanzi ad un governo che non rassegna le dimissioni pur se ritenute “costituzionalmente opportune”: si tratta dell’approvazione di una apposita mozione di sfiducia parlamentare. Vero è che in Italia quasi nessun governo (salvo Prodi) è stato costretto alle dimissioni da un’esplicita pronuncia di una Camera, ma è anche vero che nessun governo in precedenza si era spinto così avanti nel rifiuto e nel disprezzo dello spirito della legge suprema. D’altronde una simile sfiducia, motivata da ragioni di rispetto della Costituzione, non necessariamente dovrebbe produrre una diversa maggioranza politica (potrei aggiungere ahimé, ma mi atterrò rigorosamente ad una riflessione di quadro costituzionale). Ciò renderebbe possibile all’attuale maggioranza di destra di dimostrare il suo «patriottismo costituzionale», liberandosi di un «Capo» ormai imbarazzante, ingombrante e pericoloso, mentre la stessa opposizione potrebbe senza remore convergere e sostenere l’azione politica che condurrebbe alla conclusione della parabola berlusconiana, senza perciò doversi «compromettere» nella politica del governo dell’attuale maggioranza o dover subordinare il suo appoggio alla preventiva indicazione di rischiose diverse alleanze politiche. Tutto ciò potrebbe essere fatto solo in nome della superiore legalità costituzionale.
In una democrazia costituzionale in buona salute questo sarebbe un quadro reale e possibile. Uno scenario che rischia di offuscarsi e tradursi nel suo opposto semmai si desse credito alle false preoccupazioni che portano a denunciare i pericoli cui ci si verrebbe a trovare qualora la corte, a seguito di un esame sereno della legge sottoposta al suo giudizio, dovesse riscontrare la violazione dei principi che legittimano il nostro vivere civile.

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