Strage a Kabul, sei morti

Secolo XIX 18/9/09
Kamikaze su un’autobomba s’infila tra i due “Lince” che tornavano dall’aeroporto
IL SERGENTE MAGGIORE Roberto Valente scende la scaletta dell’aereo. A Kabul è quasi mezzogiorno e il tempo è perfetto, sole e 17 gradi, qualcuno in meno che a Napoli. Qui l’inverno arriva presto ma questa volta me lo eviterò, pensa Valente, a novembre torno a casa e non più per 15 giorni soltanto, ma per sempre. Dopo tredici anni di missioni all’estero me lo merito pure. Il caporalmaggiore Massimiliano Randino è dietro di lui. Ha già indossato la divisa da combattimento, anche per lui è finita la licenza, 12 giorni a Sesto Fiorentino dalla moglie, anche lui è un veterano con dieci anni di servizio.
Ad attendere i ragazzi del 186esimo e del 183esimo Reggimento della Folgore c’è la sagoma imponente e rassicurante del tenente Antonio Fortunato, che spiega il programma: due blindati Lince sono già pronti per portare loro e gli altri due commilitoni (un fine licenza e un prima assegnazione) a presentarsi al comando Isaf in centro città. Poi torneranno all’aeroporto per riunirsi al convoglio di giornalisti e visitatori diretti a Camp Invicta, scortati da 34 militari con 4 VTML Lince, 2 cingolati blindati, un autocarro pesante.
«Siamo pronti, Ricchiuto» dice il tenente e Davide, il più giovane del gruppo con i suoi 26 anni, mette in moto il Lince. «Occhi aperti, mi raccomando», fa segno il tenente a Giandomenico Pistonami che non ha perso concentrazione neppure per un attimo, lassù sulla ralla del secondo Lince. Il suo è il compito più difficile e lo sa, la torretta non è blindata e in caso di attacco è quello che rischia di più: il veicolo resiste bene alle mine e chi è dentro è abbastanza protetto, mentre lui deve sperare che l’elmetto e il giubbotto antischegge limitino i danni.
È il momento dei saluti, delle confidenze. Valente deve chiamare la mamma, le ho promesso di farlo appena atterrato. Anche la mamma del giovane caporalmaggiore Matteo Mureddu è preoccupata, non lo vede da maggio e gli ha chiesto di tornare, ma come si fa? Quel lavoro gli piace e per andare in Afghanistan ha rimandato le nozze fissate a giugno. Pensano alle famiglie ma finché sono lì la loro famiglia è la Folgore, la guerra e il rischio li uniscono come e più dei legami di sangue e ciascuno di loro, quando è insieme agli altri, sente di valere un po’ di più.
Si parte, e dietro gli occhiali da sole il mitragliere Pistonami tiene sotto controllo le auto, i passanti troppo puliti e troppo ben vestiti, i movimenti sospetti, pronto a intimare l’alt e se necessario a sparare. Ad agosto è scampato per miracolo a un attentato, sa che Kabul sta diventando sempre più pericolosa, anche i generali americani lo ammettono e gli studi dicono che i talebani si sono ripresi quasi l’80% dell’Afghanistan.
A Massoud Circle, Hedayatullah è al volante della Toyota Corolla bianca parcheggiata al bordo della strada. Il suo nome significa “Rettitudine del Padreterno” e non ha dubbi che chi glielo ha dato abbia indovinato il suo destino. I dieci crociati stanno arrivando, lui li aspetta seduto su 150 chili di esplosivo . Ha estinto i suoi debiti e ha chiesto perdono a chi aveva offeso. Ha digiunato e vegliato e studiato il Corano che questa mattina, dopo le abluzioni e la visita in moschea, ha infilato nella veste, vicino al cuore. Con quello stesso Corano, e un fucile mitragliatore in mano, ha registrato ieri sera il suo testamento in un video.
Ricchiuto guarda la strada e bada a tenere la velocità di crociera, Mureddu pensa forse alla sorella che domani compie gli anni, Randino controlla la tenuta da combattimento, Valente guarda fuori dal finestrino la polvere che ricopre il quartiere di Bibi Mahro. Tra un po’ saremo a Massoud Circle e da lì al comando manca solo un chilometro, pensa il tenente Fortunato mentre Hayatullah lascia la frizione, gira il volante e preme l’acceleratore.
«Attenti!» urla Pistonami vedendo la Corolla che s’infila all’improvviso nello spazio tra i due Lince, ma non fa in tempo a reagire. Hedayatullah attiva il telecomando e l’onda dell’esplosione attraversa la città, il primo Lince vola via decine di metri più in là, finisce la sua corsa contro un albero e in un istante il tenente, il sergente maggiore alla sua ultima missione, il giovane autista, il ragazzo sardo, il caporalmaggiore appena tornato sono corpi bruciati e fatti a pezzi, sulla strada che porta a Kabul.
Sulla seconda jeep Pistonami è investito a sua volta dall’esplosione e non ha scampo, mentre gli altri quattro, Rocco Leo di Brindisi, Sergio Agostinelli, svizzero, Ferdinando Buono, di Napoli, Felice Calandriello, di Salerno, se la cavano con danni ai timpani e qualche escoriazione.
L’esplosivo ha sventrato auto, passanti, case, negozi. Non piangono solo i nostri militari ma anche gli afghani: ci sono altri venti morti e sessanta feriti. E i talebani sono sempre più vicini a Kabul. claudio paglieripaglieri@ilsecoloxix.it

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