Bossi: ritiro a Natale Governo nel panico

Manifesto 18/9/09
Il ministro per le riforme rompe il clima da «unità nazionale» allestito dal collega alla Difesa La Russa e chiede il rientro dei soldati dall’Afghanistan entro l’anno. Berlusconi: «Uscire presto ma non da soli». Di Pietro: votiamolo subito. Pd: conferenza di pace
Matteo Bartocci ROMA
ROMA
La missione in Afghanistan continua. Anzi no. Forse finirà a Natale. Forse non finirà finché il terrorismo non sarà sconfitto. Alla notizia della morte dei nostri soldati a Kabul, l’intera politica italiana ammutolisce, ricomposta più o meno all’unanimità dietro il lutto, la solidarietà alle vittime e alle forze armate. La guerra continua, oggi è il tempo del dolore. Per discutere si vedrà.
Il ministro della Difesa Ignazio La Russa riferisce quasi subito al senato e nel pomeriggio alla camera le dinamiche dell’attentato suicida nella capitale afghana e assicura che la strage dei militari italiani a Kabul, costi quel che costi, «non cambierà nulla, questa missione continuerà». Sulla stessa linea il ministro degli Esteri Franco Frattini, pronto a rassicurare alleati e Nato. Muti e allineati alle scelte del governo anche Pd e Udc.
Nessuna opposizione
Contrariamente a come faceva col governo Prodi, l’Idv chiede ora a Berlusconi di confrontarsi «in sede Nato e Onu» e di aprire da subito in parlamento un dibattito «per stabilire i tempi e i modi di una exit strategy». Bersani e Franceschini convocano il «caminetto» con tutti i big del Pd concordano una posizione comune: niente ritiro ma conferenza internazionale di pace. Intanto tutto, piano piano, si ferma. Sospese conferenze stampa, dibattiti, concerti, manifestazioni. Il lutto è già nazionale prima ancora di essere dichiarato. L’unità politica, in momenti simili è quasi una coazione a ripetere. «Oggi più che mai – sottolinea Francesco Rutelli – sono valide le ragioni di una efficace presenza in Afghanistan». ««Il Parlamento oggi è lo stato – sintetizza Pier Casini dell’Udc – non è il momento delle divisioni tra maggioranza e opposizione». Solo le sinistre «extra-parlamentari» comuniste (Prc, Pdci e Pcl) chiedono il ritiro delle truppe. In Sinistra e libertà all’inizio c’è un po’ di tutto. I Verdi chiedono il ritiro. I socialisti giurano che la missione continua. Nichi Vendola (Mps) rimanda a dopo il lutto qualsiasi «bilancio politico» sulla missione afghana. Dopo un po’ un comunicato ufficiale congiunto ricalca quasi alla lettera la posizione del Pd.
Anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in visita di stato in Giappone, è pronto a tornare immediatamente a Roma. Ma è un lungo colloquio telefonico con Silvio Berlusconi a dissuaderlo. Il premier rassicura il capo dello stato e lo invita a tornare sabato sera come previsto. Non poteva immaginare, forse, quello che sarebbe successo da lì a poco.
Bossi chiede un consiglio dei ministri
E’ in questo quadro ovattato e bipartisan che alle 18.30 irrompe la speranza di Umberto Bossi: «Spero che a Natale i nostri ragazzi possano venire tutti a casa», dice il ministro delle riforme in un comizio a Monfalcone. «Le missioni costano un sacco di soldi e purtroppo anche delle vite umane». «Il tentativo di portare la democrazia in Afghanistan è fallito, le elezioni ci sono state e quello che si poteva fare democraticamente è stato fatto, ora a casa quanto prima, la missione è esaurita» è il suo monito. E poi aggiunge: se ne discuterà nel prossimo consiglio dei ministri. Così mentre l’opposizione aveva offerto la tregua in nome della tanto invocata unità nazionale il primo a spaccarsi è proprio il Pdl e perfino la Lega. A caldo, infatti, dopo l’informativa di La Russa al senato, il ministro dell’Interno Maroni era sicuro: «Non c’è nessuna ipotesi di ritiro dall’Afghanistan, sarebbe una resa al terrorismo». Idem per Roberto Cota, capogruppo leghista alla camera:«Ritirarsi ora significherebbe cedere all’intimidazione».
Maggioranza a pezzi ma il premier apre
Le reazioni a Bossi non si fanno attendere. La Russa gli dà quasi del matto: «Se parla del rientro dei militari della Folgore attualmente impegnati a Kabul allora ha ragione, altrimenti sarebbe una dichiarazione incomprensibile». Anche Frattini non prende nemmeno in considerazione l’ipotesi. Si schiera con la Farnesina anche il capogruppo del Pdl alla camera Fabrizio Cicchitto. Mentre il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto (sempre Pdl) attacca: «Sento il dovere morale di dire a Bossi che le sue parole aumentano il pericolo per i soldati italiani. I talebani potrebbero intensificare gli attacchi per forzare il ritiro».
A gelare mezzo governo e tutta la maggioranza è invece Silvio Berlusconi da Bruxelles. «Siamo tutti evidentemente speranzosi che si debbano portare a casa i nostri ragazzi al più presto». Entro natale? «Non c’è nessuna idea sui tempi, è un problema internazionale, non è un problema che un paese può assumere da solo perché tradirebbe la fiducia dei partner. Del resto una riduzione era già prevista dopo le elezioni e quindi proseguiremo in questa direzione». E poi mente sapendo di mentire: «Abbiamo parlato con Obama durante il G8 e stiamo preparando un piano che può essere tanto più veloce quanto migliore risulterà l’addestramento che saremo riusciti a dare alle forze afghane». Cota (Lega) si corregge subito (è il quasi candidato di Bossi alla regione Piemonte): «Ritirare le truppe oggi non è possibile, ma ragionare come fa Bossi sulla tempistica è saggio». Ad An, in rotta con la Lega, non pare vero di poter forzare l’asse Bossi-Berlusconi. Il «finiano» Italo Bocchino invoca subito un vertice di maggioranza. E Di Pietro spara l’ultimo colpo a effetto utile solo alla politica interna: votiamo subito in parlamento. Un primo assaggio sulle intenzioni di Bossi si avrà, salvo sorprese, nel consiglio dei ministri convocatoe per oggi.

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