«Tutti gli stranieri ora sono dei nemici»

Manifesto 18/9/09

L’ONU Melandri: necessario cambiare rotta

Junko Terao
«L’attentato al convoglio italiano, così come quelli che quasi ogni giorno in Afghanistan mietono vittime sia militari che civili, sono la dimostrazione che è necessario cambiare rotta, ed è necessario farlo subito». Per Lucio Melandri, dell’Ufficio Onu per gli affari umanitari (Ocha), con sede a Kandahar, non ci sono dubbi: la strategia adottata dalla coalizione internazionale in questi otto anni è fallimentare, e i segnali in questo senso sono all’ordine del giorno.
Che impatto sta avendo sulla vita degli afghani l’aumento del numero di attentati?
Pur nel cordoglio per le sei vittime italiane di oggi (ieri ndr), non dobbiamo dimenticare che ogni giorno in Afghanistan attentati di questo tipo sono comuni e colpiscono i militari degli oltre quaranta paesi della coalizione internazionale, ma colpiscono soprattutto la popolazione locale. Questa è la nostra più grave preoccupazione, perché come Ocha il nostro impegno si concentra nel cercare di facilitare agli afghani l’accesso ai servizi essenziali. Cosa che oggi in Afghanistan, in particolare nelle regioni del sud, anziché migliorare peggiora di giorno in giorno. Tutti questi sono segnali che dovrebbero fare tornare a pensare a una strategia diversa, che già all’inizio di quest’anno, con l’arrivo della nuova amministrazione americana, aveva fatto sperare ad un cambiamento di attitudine. Segnali che però oggi non arrivano ancora o tardano ad arrivare. Questo ha un effetto devastante sui militari lì impegnati e soprattutto sulla popolazione civile.
Nella sua esperienza quotidiana, qual è oggi la percezione che la popolazione ha degli stranieri?
Ho potuto visitare l’Afghanistan in diverse fasi: mentre prima l’accoglienza, l’apertura e l’ospitalità ricevute in giro per il paese erano notevoli, oggi le cose sono cambiate. Il problema è che ora gli afghani devono sopravvivere, quindi si guardano bene dall’avvicinare chi con una mano li aiuta e con l’altra li bombarda. Sono più cauti. Il problema è che la confusione tra personale umanitario e militare è tale che non distinguono più tra chi costruisce una scuola e chi butta le bombe sui villaggi.
Questo nuovo grave attentato non stupisce data la situazione nel paese dopo il voto del 20 agosto, con la bufera dei brogli e le accuse pesantissime dell’Unione europea, secondo cui sarebbero almeno un milione e mezzo le schede nulle, che hanno delegittimato il presidente Karzai. Voi che eravate nel sud, dove si sarebbe registrato il maggior numero di brogli, avete percepito qualcosa in questo senso?
È un dato di fatto che la partecipazione alle elezioni nelle provincie meridionali sia stata molto scarsa e questo può aver favorito manipolazioni e strumentalizzazioni. Questo fatto non va verso la stabilità auspicata che da anni si aspetta in Afghanistan e denota anch’esso come la strategia applicata in quel paese non stia dando i frutti sperati. Al contrario, come purtroppo è accaduto oggi (ieri ndr), anche noi italiani ne subiamo le conseguenze e veniamo colpiti.
Parliamo di sicurezza: anche il generale McCrystal, che guida le truppe Usa e Nato, ha detto che la principale preoccupazione della coalizione dev’essere la sicurezza degli afghani. Vuol dire che invece noi occidentali stiamo più attenti alla nostra sicurezza più che a quella degli afghani?
Chi ha visitato Kabul recentemente sa che camminare per la città è diventato impossibile: il livello di blindatura e le misure di sicurezza adottate – mezzi blindati, muri di cemento armato, reticolati – fanno capire che la priorità è salvaguardare l’incolumità del personale internazionale. Davanti a un simile panorama urbano è difficile pensare che la priorità sia la sicurezza degli afghani. Che si cerchi di proteggere gli occidentali che vivono e lavorano nella capitale è comprensibile, ma bisogna tener conto che questo ha un impatto sul dialogo e sulle relazioni con la popolazione afghana, elementi che non vanno assolutamente dimenticati. Oggi la situazione è tale per cui non si capisce perché, dopo otto anni, la situazione sia peggiorata invece di migliorare, perché la questione della sicurezza vada via via deteriorandosi. Oggi è necessario cambiare rotta perché i segnali quotidiani, come quello di oggi, sono sotto gli occhi di tutti.

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