Lavoro, il futuro è nero Cresce il rischio povertà

Manifesto 17/9/09

OCSE Disoccupazione persistente in arrivo

Carlo Leone Del Bello
La recessione sta rallentando, e a breve dovrebbe iniziare nel mondo una tenue ripresa. Su questo scenario il consenso è praticamente unanime fra economisti, centri studi – governativi e non – ed organismi internazionali. C’è tuttavia molto poco da stare allegri: il consenso è unanime anche sull’ondata di disoccupazione che ha investito il mondo industrializzato e che si riassorbirà molto lentamente. Secondo l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), nei trenta paesi membri si rischia di toccare, alla fine del 2010, la cifra record di 57 milioni di disoccupati, pari al 10% della forza lavoro.
La recessione mondiale ha già colpito duramente i lavoratori: il tasso di disoccupazione è attualmente all’8,5%, con 15 milioni di posti di lavoro persi dalla fine del 2007. Secondo una stima l’Ocse, alla fine 2010, la conta dei lavoratori vittime della crisi potrebbe raggiungere quota 25 milioni. Visto che solitamente la disoccupazione continua ad aumentare anche dopo la fine della recessione – specialmente se la crescita del reddito nazionale riparte al di sotto del suo potenziale – è facile inferire che per il lavoratore dipendente non si vede alcuna luce in fondo al tunnel. Specialmente in Italia, dove la crisi ha colpito un mercato del lavoro particolarmente problematico, con i più bassi tassi di attività e fra le più alte disoccupazioni giovanili (il 26,3% di chi ha dai 15 ai 24 anni risulta disoccupato). Il colpo più duro (finora) è stato subito dai lavoratori precari che da soli, secondo l’organizzazione di Parigi, con 261 mila posti perduti, totalizzano l’intero ammontare di disoccupati in più a marzo 2009. Il peggio infatti deve ancora venire: la stima dell’Ocse parla di oltre un milione di posti di lavoro in meno per la fine del 2010, di cui 850 mila a partire dal marzo del 2009.
L’Italia inoltre, che già ha una rete di protezione sociale fra le peggiori del mondo industrializzato, subisce anche un governo che – fra quelli dell’area – ha speso di meno in politiche di stabilizzazione del mercato del lavoro. Questo per i noti problemi fiscali italiani, che limitano la possibilità di ricorre all’indebitamento, riconosce l’Ocse. Tuttavia, nonostante i fondi addizionali per la cassa integrazione, atti a fermare il crollo della domanda di lavoro, «importanti segmenti della popolazione rimangono con una limitata rete di salvaguardia».
La cosa è particolarmente grave se si considera che la crisi economica porterà con sé disoccupazione di tipo persistente, strutturalmente alta in Italia: già prima della recessione, la metà dei disoccupati italiani era senza lavoro da più di un anno, il doppio della media Ocse. Se questa è la situazione, dato lo scenario di alta disoccupazione persistente, non potrà che peggiorare la condizione della povertà in Italia. Già ora, il 14% delle famiglie con figli vive sotto la linea della povertà relativa (cioé con un reddito inferiore al 50% del reddito mediano), cosa che piazza l’Italia al quintultimo posto fra i paesi dell’area. Visto che il 36% delle famiglie senza un lavoro è povera, è facile immaginare cosa accadrà in seguito all’onda lunga della recessione.
Nonostante in Italia il problema della povertà e della disoccupazione sia particolarmente preoccupante, la minaccia della crisi globale sul mondo del lavoro risulta grave anche per gli altri paesi industrializzati. L’Ocse quindi consiglia ai governi di intraprendere politiche di intervento nel mercato del lavoro, specialmente di qualificazione fra i giovani, per evitare il formarsi di una vera e propria «generazione perduta». Anche la minaccia della povertà fra i neo-disoccupati dovrebbe essere evitata tramite forme di assistenza sociale. Infine i governi dovrebbero aumentare la spesa in politiche attive, volte a favorire la ricerca di lavoro e l’addestramento, per aiutare il reinserimento nel mercato del lavoro.
Se questa è la situazione, il ministro del lavoro Maurizio Sacconi ha invece dichiarato che «le previsioni disegnano l’ipotesi peggiore tra quelle possibili ma non la più probabile, e si basano su dati di giugno, che successivamente la stessa Ocse ha corretto in meglio a settembre». Non è daccordo il segretario confederale Cgil, Fulvio Fammoni, secondo il quale «il quadro attuale, su cui si basano affermazioni di falso ottimismo, è falsato dal fatto che il dato sull’occupazione italiana a cui si fa riferimento è quello relativo al primo trimestre, quando la disoccupazione era al 7,4% e sicuramente inferiore rispetto a quella attuale».

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