«Di fatto nelle carceri c è la pena di morte»

Manifesto 10/9/09

PAVIA · Fa (un po ) scandalo il suicidio di Sami Mbarka Ben Gargi

Luca Fazio
Di fatto nelle carceri c’è la pena di morte. Un’affermazione forte. Non lo diciamo noi, che per vocazione dovremmo stare sempre dalla parte del torto, dei colpevoli o presunti tali, questa volta lo mettono nero su bianco i deputati Pd Guido Melis e Donatella Ferranti, membri della Commissione giustizia alla Camera. Sono scandalizzati per la morte del detenuto tunisino Sami Mbarka Ben Gargi, che si è lasciato morire nella Casa circondariale di Pavia dopo 51 giorni di sciopero della fame, un lenta agonia che le autorità carcerarie hanno monitorato giorno per giorno senza riuscire ad evitare l’irreparabile. «Abbiamo appreso con sgomento – scrivono – della morte del detenuto tunisino. Il direttore del carcere dell’istituto, commentando questo suicidio lungamente annunciato, ha parlato di facoltà di poter decidere e di autodeterminazione mentre era dovere dell’autorità carceraria e giudiziaria quello di scongiurare questa tragedia. E’ una vergogna che nelle carceri italiane continui questo insopportabile stillicidio di suicidi più o meno tollerati dalle strutture che dovrebbero fare di tutto per impedirli». Sono 1363 le persone che si sono tolte la vita in carcere negli ultimi 27 anni (1980-2007), con un tasso medio di suicidi di 11,1 ogni 10 mila detenuti: circa 50 morti all’anno. Non sono fredde cifre, sono storie mai raccontate che accadono tutti i giorni. «Nel carcere romano di Rebibbia – scrivono ancora Melis e Ferranti – che abbiamo visitato a luglio insieme al Presidente del Partito dei Romeni in Italia, un detenuto romeno in attesa di giudizio, malato terminale di cancro, aspetta ancora, mesi dopo le richieste formali, che sia riconosciuto il suo diritto alle cure». Proprio l’altro ieri, nel carcere Castrogno di Teramo, si è tolto la vita Khole Abib, 32 anni, senegalese: anche lui come Ben Gargi era accusato di violenza sessuale e si era sempre proclamato innocente. In Sardegna, invece, come denuncia da settimane Maria Grazia Caligaris, consigliere regionale sarda e membro della Commissione Diritti Civili, c’è un detenuto del Buoncammino di Cagliari che dal 17 agosto rifiuta acqua e cibo per protesta contro accuse che ritiene ingiuste. «E’ indispensabile che i giudici in casi come questo individuino soluzioni alternative al carcere…restano incontrovertibili i rischi per la vita che richiedono immediati provvedimenti». Proprio ciò che non è stato fatto per il tunisino Ben Gargi. Lo si poteva salvare? Luigi Pagano, uomo di grande esperienza – oggi Dirigente generale del Provveditorato regionale dell’amministrazone penitenziaria lombarda – dice che «far desistere dallo sciopero della fame un detenuto che si ritiene innocente è quasi impossibile». Però, se l’uomo è stato ricoverato in ospedale solo dopo 45 giorni di digiuno, e se la Corte d’Appello ha rigettato l’istanza di scarcerazione quando nemmeno si reggeva sulle gambe, forse qualcosa non ha funzionato come doveva. Inoltre, non risultano così frequenti i casi per morte da sciopero della fame. Alberto Guarisio, rappresentante dell’ Associazione studi giuridici sull’immigrazione , è convinto che si potesse agire diversamente: di fronte a condizioni cliniche molto gravi, «il trattamento sanitario è obbligatorio e deve essere disposto dal magistrato di sorveglianza sentito il parere del medico del carcere». Guarisio formula tre ipotesi, o «un’inadempienza prolungata da parte del medico del carcere», o «un suo errore tecnico di valutazione del caso clinico» o «il ritardo del magistrato di sorveglianza nel prendere una decisione». Infine, «questa vicenda sembra caratterizzata da una indifferenza pazzesca».

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