Detenuto si lascia morire di fame
Manifesto 9/9/09
CARCERE Sami Mbarka Ben Gargi è morto a Pavia dopo che per 51 giorni aveva rifiutato cibo e acqua
L’avvocato: «Era sconvolto perché la sua ex l’aveva accusato di stupro»
Luca Fazio MILANO
MILANO
Sami Mbarka Ben Gargi, 41 anni, lo scorso 16 luglio aveva detto che si sarebbe ucciso. Ci è riuscito sabato 5 settembre, 51 giorni dopo aver deciso di rifiutare il cibo per protestare contro una condanna che riteneva ingiusta e infamante. Un mese e mezzo di agonia che oggi la direttrice del carcere Torre del Gallo di Pavia dice di aver seguito giorno per giorno, e che il procuratore generale della Corte di Appello di Milano fino a pochi giorni fa aveva mostrato di non prendere sul serio respingendo l’istanza di scarcerazione presentata dal suo legale, quando il tunisino ormai aveva perso 21 chili ma non la sua lucida determinazione. Adesso sarà la magistratura a stabilire se davvero non c’è colpevole per la morte di un uomo che ha avuto il coraggio di levare la mano su di sé facendo lo sciopero della fame e della sete nel silenzio più totale. Non era mai successo in Italia, paese dove negli ultimi 28 anni (1980-2007) si sono uccise 1.363 persone detenute.
Il tunisino aveva quasi finito di scontare una pena di tre anni e mezzo per spaccio di stupefacenti nel carcere di Pavia, ma non è per questo che ha deciso di togliersi la vita. Il 7 luglio, infatti, il Tribunale di Milano lo ha condannato per violenza sessuale a 8 anni e 5 mesi, un’accusa che Sami Mbarka Ben Gargi ha sempre respinto come «inconcepibile», «infamante» e «bestiale». Nove giorni dopo, valutando il rischio del pericolo di fuga in quanto la detenzione per spaccio stava per scadere, la Corte d’Appello di Milano ha deciso di trattenerlo in carcere. Fine pena: 2017.
Ad accusarlo di stupro è stata la sua ex convivente, una donna marocchina con cui aveva vissuto per 13 anni a Milano. Era disperato, racconta chi lo ha conosciuto, perché non avrebbe rivisto la sua nuova compagna italiana e i tre figli piccoli avuti da lei. «Non riesco a vivere lontano da loro», avrebbe continuato a ripetere agli altri detenuti che lo invitavano a smettere di morire giorno dopo giorno. «E’ un uomo che ha sempre mantenuto la sua lucidità, l’ostinata voglia di morire e a cui la struttura che io dirigo ha fatto tutti gli interventi sanitari possibili», con queste parole si è giustificata Jolanda Vitale, direttrice della Casa circondariale di Pavia (l’amministrazione penitenziaria, con una sentenza del Tribunale di Milano, lo scorso febbraio è stata condannata «per omissione di vigilanza» a risarcire con 150 mila euro la famiglia di un ragazzo che si suicidò nel 2002 proprio in una cella dell stesso carcere). Ma non è questo il caso di Ben Gargi, che a più riprese è stato visitato e monitorato dai sanitari, e per questo risulta ancora più incredibile una morte così lenta e così annunciata.
Il 5 agosto, l’avvocato Aldo Egidi presenta alla Corte d’Appello di Milano un’istanza di scarcerazione per motivi di salute. I medici il 25 dello stesso mese presentano un rapporto drammatico, ricordando anche un infarto miocardico pregresso e una importante patologia ai testicoli. Lui intanto si ostina a voler morire conservando la capacità di intendere e volere, e in queste condizioni è impossibile procedere a un trattamento sanitario obbligatorio (Tso).
Se questo era il quadro clinico, come ha potuto la Corte d’Appello respingere la rischiesta di scarcerazione? L’avvocato Egidi sostiene che è proprio questo lo scandalo. «Lui voleva morire al punto che se glielo avessero impedito si sarebbe dato fuoco. Non tanto per sollevare il caso ma perché era scandalizzato e sconvolto per il fatto che la sua ex compagna l’avesse accusato di violenza sessuale. Diceva che l’aveva sempre amata e che quella era una storia finita. Il mio assistito è morto la mattina del 5 settembre al Policlinico San Matteo e la sera prima la Corte d’Appello ha dichiarato che non sussistevano le condizioni per la scarcerazione, considerato che era lucido e ben assistito: incredibile! Non solo. Questa mattina (ieri, ndr) l’ufficiale giudiziario mi ha notificato un provvedimento del Tribunale di sorveglianza che anticipava di 45 giorni la sua uscita dal carcere per buona condotta».
Ieri i detenuti di due sezioni del carcere di Pavia hanno rifiutato il cibo per protesta dopo aver rumoreggiato per tutto il giorno (sono rinchiuse 436 persone, la capienza regolare sarebbe di 244, quella «tollerabile» 442). La magistratura ha avviato un’indagine con l’accusa di omicidio colposo e la deputata radicale Bernardini ha presentato un’interrogazione al ministro della Giustizia Alfano. L’autopsia stabilirà le cause della morte di Ben Gargi. Ma non è agli anatomopatologi che bisogna andare a chiedere

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