Una doppia pena

Manifesto 1/9/09

TRATTATO ITALIA-LIBIA

Giampaolo Calchi Novati
La gestione del rapporto con la Libia è la prova suprema delle deficienze oggettive e soggettive della nostra politica estera. Esercitare i compiti di una potenza e tanto più di un’ex-potenza coloniale comporta attenzione, competenza e oneri. Per anni, nelle relazioni con arabi e africani, l’Italia ha lucrato sulla sua «innocenza» rivendicando «mani nette» a confronto del revanscismo coloniale di Francia e Gran Bretagna. Alla fine non ha potuto eludere il caso Libia. Una colonia atipica, non primogenita come l’Eritrea, né prediletta come la Somalia. CONTINUA|PAGINA10
E non temuta e rispettata come l’Etiopia. Ma la più importante per gli affari e per certi nervi rimasti scoperti. Non è solo il governo a sbandare. È la politica nel suo insieme, mal sostenuta da un «discorso» sul colonialismo asfittico e superficiale, a non fornire le risposte giuste. Con la Periferia, se ci si attiene alle regole della geopolitica, l’alternativa è fra il buon vicinato e la forza. Lo sa la Francia. Lo sanno fin troppo bene gli Stati Uniti. La forza non significa sempre guerra. La forza può anche limitarsi alla capacità di scegliere i partners e se necessario di agire per cambiarne l’identità o le richieste. È questo che ha in mente la politica italiana con i suoi distinguo su Gheddafi?
Nel tardo Ottocento il colonialismo è stato il coronamento dell’unità nazionale dell’Italia. L’espansione oltremare aveva un’impronta risorgimentale perché implicava un «ritorno» a fatti o miti della storia patria: Roma e Venezia, il Mare Nostrum, le repubbliche marinare. Il colonialismo «reale» si è rivelato una delusione. Al primo infortunio, la gente scese in piazza inneggiando a Menelik. Se non fosse stato per Ferdinando Martini, un intellettuale del partito anti-africano convertito alla politica e al colonialismo, sia pure post-crispino, l’impresa imperiale dell’Italia si sarebbe chiusa a Adua nel 1896. Per incoscienza o per disperazione, l’unico consenso di massa per il nostro colonialismo ha coinciso con la sciagurata guerra di Mussolini contro l’Etiopia. In Libia il lungimirante Italo Balbo non trovava di meglio che trasportare decine di migliaia di coloni mentre era già in vista il cataclisma che avrebbe posto fine al colonialismo. È dai tempi di re Idris, molto prima che facesse irruzione sulla scena Gheddafi con le sue frustrazioni e le sue grandi ambizioni, che l’Italia rincorre l’idea di un exploit in grado di cancellare un passato ostico che da noi nessuno, violentatori o vittime, vuole ricordare.
L’asimmetria del sistema globale è tale da falsare anche la costruzione della memoria. Si è oscillato così fra il risarcimento finanziario e l’assunzione diretta di responsabilità senza scegliere una volta per tutte se collaborare onestamente o dettare le condizioni d’imperio. Il solo Andreotti è riuscito a quadrare il cerchio praticando un pragmatismo di colore grigio uniforme. Amato e D’Alema avevano troppa supponenza di tipo ideologico. A Berlusconi interessa solo vendere e comprare. L’errore finale, e per certi versi fatale, è stato di concedere l’ultima parola a chi scambia la politica estera per ordine pubblico.
Le scuse per i crimini commessi dall’Italia in Libia sono state dette e ridette senza nessun coinvolgimento della cultura politica, bassa o alta. I miliardi per la fantomatica strada litoranea si sono sovrapposti ai miliardi del petrolio e delle commesse a società italiane come se la Libia non fosse un insieme di soggetti e di progetti ma uno spazio bianco che dispensa prodotti. Il trattato di amicizia che Berlusconi è andato a celebrare domenica scorsa a Tripoli è una pena sia per l’Italia che per la Libia: ormai lo si cita soprattutto per incattivire la guerra contro gli emigranti. Non si può richiamare il governo libico al rispetto dei diritti umani, come dice Fini e come ripetono i dirigenti del Pd per segnalare la loro esistenza, senza un’autocritica seria su come i diritti umani sono rispettati in casa nostra. Forse la Repubblica potrebbe rendersi utile formulando altre 10 domande. Con riguardo al trattato con la Libia, doveva essere chiaro a tutti, dall’inizio, che gli emigranti da bloccare o da riportare in Libia non erano libici, perché i libici non emigrano, ma stranieri privi di diritti e tutela come tutti gli «alieni» che cercano di occupare gli interstizi del mercato unico partecipando a loro modo alla globalizzazione.
Ciò che Gheddafi vuole celebrare in questo 1° settembre 2009 pensando a quarant’anni fa è in senso proprio l’inizio di una rivoluzione. Nessuno sa se compiuta o ancora da compiere. È un passaggio epocale in cui, fra sussulti di orgoglio e ricadute imbarazzanti, è impegnato a vario titolo tutto il Sud del mondo, sommariamente omologato al concetto di modernità occidentalista. È difficile usare il linguaggio del Neo-Impero da parte di chi, per esempio la Libia, da Graziani a Reagan, ha subito più soprusi che gratificazioni. Eppure sostenere e perseguire i diritti umani e la democrazia senza l’ipocrisia del Centro può contribuire a rompere le gerarchie e a svelare i lati oscuri del potere dominante. Molte sofferenze sarebbero intanto risparmiate ai libici – e a tutti gli africani che si mettono in viaggio nel deserto o per mare – se l’Italia, l’Europa, i paesi occidentali si decidessero a trainare la transizione con la forza del proprio benessere e delle proprie istituzioni, su un piede di parità, rinunciando al privilegio di essere i soli a stabilire il grado di violenza ammissibile nelle relazioni internazionali.

I commenti sono chiusi.