Permessi di soggiorno ricorsi in impennata

Secolo XIX 1/9/09
il 46% in più si è rivolto al tar nel 2009
Nella maggior parte dei casi arrivati a sentenza hanno avuto ragione gli stranieri che si sono opposti al rifiuto del documento
«UN MILIONE di domande di regolarizzazione in Italia, diecimila solo a Genova? La metà finiranno davanti ai giudici del Tar». Gli avvocati specializzati nel diritto dei migranti affilano le armi, all’avvio della nuova campagna di emersione dalla clandestinità rivolta alle donne extracomunitarie che aspirano a lavorare come badanti al fianco dei nostri anziani. E sono armi già ben rodate, a giudicare dall’impennata dei ricorsi al giudice amministrativo che si è registrata nei primi sette mesi di quest’anno: oltre il 45 per cento in più di processi, di cui già definiti meno della metà ma con una precisa indicazione nei confronti di questure e prefetture. Si perché in oltre il 30 per cento dei casi totali (ma è la gran parte di quelli arrivati a sentenza) hanno prevalso le ragioni dello straniero che si è opposto al rifiuto del permesso di soggiorno, alla sua revoca o al mancato rinnovo e che non si è arreso di fronte allo stop al processo di uscita dalla clandestinità. Solo il 12 per cento dei provvedimenti del Tar ligure ha visto gli immigrati perdere la loro partita.
Una netta inversione di tendenza rispetto all’anno passato, quando i no del giudice amministrativo ai ricorsi degli extracomunitari erano stati il 51 per cento, mentre le vittorie si erano fermate al 35 per cento. Ma i valori assoluti potrebbero essere molto più alti se all’accesso alla giurisdizione del Tar non ci fossero degli sbarramenti non dichiarati (e forse non confessabili) ma assai efficaci: la stragrande maggioranza delle sentenze di accoglimento dei ricorsi, che dichiaratamente smentiscono il pugno di ferro adottato da questure e prefetture, non condanna mai il ministero né al risarcimento dei danni né al mero pagamento delle spese legali. E un ricorso al Tar costa mediamente 1.270 euro: mille di onorari da versare all’avvocato, 250 euro per l’iscrizione al ruolo del tribunale e 20 euro per le notifiche. Somme che potrebbero scoraggiare anche gli stranieri più sicuri del loro diritto al permesso di soggiorno negato. Senza dimenticare che il gratuito patrocinio, che lo Stato garantisce a chi è senza reddito, difficilmente può essere ottenuto da chi ha bisogno di dichiarare un reddito per restare in Italia.
Accade così che il giudice confermi la severità delle questure, quando per esempio viene rigettato il ricorso presentato troppo tardi da Amerika Karola Olvera Vera: aveva atteso la traduzione in italiano del provvedimento con cui le veniva revocato il permesso di soggiorno. Il Tar ha concluso che dopo dieci anni di permanenza nel nostro Paese avrebbe dovuto conoscere l’italiano ormai da un pezzo.
Ma accade anche, con sempre maggior frequenza, che il giudice amministrativo incenerisca espulsioni e restituisca permessi di soggiorno e nulla osta alla regolarizzazione a stranieri vittime di veri e propri abusi di potere. E così a Besnik Skura, studente all’università di Genova con un permesso di studio, viene negata l’autorizzazione a restare in Italia solo perché gli esami non sono andati tutti bene. La legge però non prevede che siano premiati solo i promossi.
Succede anche che il prefetto respinga d’ufficio l’istanza di regolarizzazione per lavoro subordinato di Lainez Jaramillo Oscar Fabricio, e avvisi l’immigrato solo a cose fatte, impedendogli ogni difesa. Poco importa che ci sia una condanna per furto aggravato. La forma e la legge vanno rispettate, prima di tutto dalle istituzioni. E succede, come capitato ad Aslan Yilmaz, che un permesso di soggiorno ottenuto grazie alla sanatoria venga revocato dal questore per una semplice denuncia (di falso). È il Tar a bacchettare la polizia, avvisando che indagini di questo tipo devono essere accurate e non sommarie. E di fatti, prima della restituzione del permesso di soggiorno, era arrivata anche l’assoluzione del giudice penale. Il contratto di lavoro era autentico.
Il sospetto, nutrito da una fitta schiera di avvocati habitué del Tar, è che, nel dubbio, i funzionari delle prefettura o delle questure sbattano le porte in faccia all’immigrato di turno. La discrezionalità, prevista dalla legge, glielo consente. Facciano pure ricorso al giudice. Saranno loro, pur sempre, a pagarne le spese. I ricorsi fioccano. E con la nuova sanatoria, fioccheranno sempre di più.
Graziano Cetara

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