La scuola non è pronta per i figli degli immigrati
Secolo XIX 28/8/09
david bidussa
Il confronto politico tra Lega Nord e Chiesa intorno alla questione degli immigrati e della legge sulla sicurezza sta richiamando l’attenzione di molti. È probabile che con una sapiente opera di mediazione quel conflitto rientri. La questione a cui allude, tuttavia, è destinata a rimanere a lungo nell’agenda politica e culturale del Paese.
È sufficiente considerare un dato: 12,7 % è la percentuale rappresentata dai nati in Italia nel 2008 da genitori stranieri (Bilancio demografico nazionale Istat, 2008). Il numero da solo dice poco. Va confrontato con quello del 2007: 1,7%. Il fenomeno è cresciuto di otto volte in un anno.
È un dato di cui nessuno esplicitamente parla, e indica una trasformazione irreversibile: stiamo andando verso una società multietnica in cui il problema non è più, o almeno non è più solo, quello degli immigrati in cerca di lavoro, ma è quello delle famiglie immigrate. Significa che è mutato il problema: da quello del rapporto tra possibilità di lavoro e accoglienza; all’allestimento di politiche capaci di assorbire persone nate qui. Una quantità presumibilmente in crescita nei prossimi anni.
Non credo che siamo attrezzati (Chiesa inclusa) per affrontare questo cambiamento di registro. Non si tratta dell’accoglienza, una questione che, comunque la si regoli, significa predisporre politiche di “controllo del traffico” o di contenimento. La questione che abbiamo di fronte indica che, senza ancora aver digerito i problemi legati all’accoglienza, siamo già entrati in una nuova fase. Il dato sulle nascite, infatti, implica lo spostamento del fuoco del problema: dalle politiche per gli adulti a quelle legate al capitolo della formazione dei cittadini di domani. Significa misurarsi con processi educativi, scale di valori, stili di vita che non sono più il privato o che non si risolvono nelle figure del contratto di lavoro o delle forme di impiego o di utilizzo di manodopera.
Così diventano centrali altri momenti del percorso di vita. La scuola dell’obbligo prima di tutto; le strutture sanitarie di supporto e di controllo per l’infanzia; i servizi per famiglie che presentano anomalie rispetto a quelle italiane (per esempio non hanno nonni e dunque tutta la riscoperta degli anziani e la loro valorizzazione sociale, su cui punta la sussidiarietà non li riguarda).
Non solo. Famiglie talvolta caratterizzate da una seconda anomalia: quella di vedere le donne impiegate al lavoro e gli uomini (quando ci sono) in percentuale non indifferente impiegati in lavori precari (e spesso senza lavoro). Il mondo delle colf e delle badanti non è fatto di donne sole, ma spesso di donne che sono la fonte di reddito della famiglia. Una condizione che è a rischio perché in sistemi culturali fortemente centrati sulla figura maschile una condizione di lavoro in cui i ruoli sono rovesciati in relazione ai valori tradizionali è foriera di disagio sociale.
Quando ciò accade il primo fronte a rischio è costituito dall’infanzia (in termini di violenza subita, di marginalità, di devianza…). E allora la domanda è: siamo una società che ha scelto di puntare in termini di qualità sulle politiche per i cittadini di domani? In particolare: abbiamo politiche adeguate per l’infanzia? Quando si riflette sulla riforma della scuola, non è opportuno inserire anche questo tema nella costruzione della scuola di domani?

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