Brescia, l’algerino picchiato dai vigili condannato a 4 mesi per resistenza
Manifesto 26/8/09
RAZZISMO
Ibrahim Djallo, responsabile immigrazione della Cgil bresciana, non si arrende e chiede spiegazioni anche al suo sindacato
Luca Fazio
MILANO
«Spero che questa brutta storia non si chiuda in modo così spiacevole, con la vittima che viene condannata passando addirittura dalla parte del torto, adesso bisogna avere il coraggio di individuare i colpevoli senza criminalizzare tutto il corpo dei vigili». Ibrahim Djallo, responsabile dell’ufficio immigrazione della Camera del Lavoro di Brescia, è convinto che Abdallah Lakhdara, il trentottenne algerino che venerdì scorso è stato pestato brutalmente da tre vigili urbani, abbia detto la verità. «Ho parlato con dei testimoni, molti hanno visto il pestaggio – spiega – e quel ragazzo stava andando a pregare, non stava andando allo stadio per una battaglia, mi sembra incredibile la versione dei vigili che hanno detto di essere stati aggrediti». Invece, forse, questa vicenda si chiuderà proprio così, perché ieri il tribunale di Brescia ha condannato Adballah Lakhdara a 4 mesi per resistenza a pubblico ufficiale.
L’avvocato Pierluigi Bossoni ha deciso per il patteggiamento nonostante ci fossero diverse persone disposte a testimoniare per il ragazzo algerino; lo avrebbe fatto per non correre rischi in quanto l’imputato, dieci anni fa, aveva subìto una condanna per aver venduto merce contraffatta. Una decisione che ha scontentato molti antirazzisti e che rischia di affossare una vicenda del tutto simile a quella di Emmanuel Bonsu, lo studente ghanese che l’anno scorso – con ben altro clamore – è stato picchiato e umiliato dai vigili di Parma. Come Adballah Lakhdara, picchiato, preso per il collo e per i testicoli, buttato a terra, ammanettato, trascinato in una cella e portato al pronto soccorso sette ore dopo il pestaggio (15 giorni di prognosi per contusioni da percosse, e due settimane di collare).
Veronique Laester, la socia di Adballah, ha assistito all’aggressione. E’ amareggiata. Anche lei subirà un processo – «io avrei aggredito i vigili con la borsetta» – ma non perde né la calma né il gusto per la battuta, «se continuano a picchiare gli immigrati anche io che sono una francese…». La signora Laester non è donna di legge ma è convinta che questo processo si poteva condurre diversamente. «A mio avviso si poteva continuare – dice – e poi la parola patteggiamento si presta a essere mal compresa, a capovolgere la situazione, adesso le vittime sono diventate i vigili. Incredibile: ieri mattina ho visto l’agente che picchiava più forte, si è presentato in tribunale zoppicando con il bastone! Ho sentito dire che questo personaggio altre volte ha tenuto un comportamento simile, so che ci sono vigili che sanno ciò che accade a Brescia eppure hanno paura ad esporsi».
Se ne sentono di cose sui vigili, nella città amministrata dalla coppia Paroli-Rolfi (Pdl, Lega). Delle più strane: che ci sono addirittura «bravi» agenti (isolati) che vanno in avanscoperta per avvisare le vittime prescelte delle prossime missioni – come l’unico vigile che in cella ha assistito il ragazzo algerino dolorante consigliandogli di chiedere aiuto a un numero di telefono. E delle più tristemente note: «Da un po’ di tempo un certo clima da caccia agli stranieri è legittimato anche da chi ha vinto le elezioni e quindi non stupisce che chi riceve ordini si senta legittimato ad agire in questi modi inaccettabili», spiega Ibrahim Djallo. Lui sta di casa alla Cgil, ma non per questo si deve sentire responsabile di alcunché. Anzi. «Senti, questa vicenda non deve finire qui, adesso sto salendo al secondo piano per parlare con il segretario della Funzione pubblica, spero che tra i vigili ci sia ancora qualche iscritto alla Cgil». O no?

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