UNA SCOMMESSA MORALE

Repubblica 25/8/09

WASHINGTON
Il tempo della tortura come strumento di guerra del Bene contro il Male è finito. La decisione annunciata dal presidente Obama di escludere la Cia dallo «sporco lavoro» degli interrogatori per affidarlo a una nuova “task force” a una forza speciale affidata allo Fbi è una doverosa scelta etica e insieme un azzardo politico. Nel giorno in cui viene diffuso il rapporto con molti (ma non tutti) dettagli sulle famigerate “tecniche avanzate” di interrogatorio, il provvedimento è un segnale importante di distacco dalla politica del suo predecessore.
Un passo coraggioso, compiuto per uscire dal pantano morale in cui la Casa Bianca di Bush e Dick Cheney, aveva sprofondato, insieme con se stessa, il prestigio degli Stati Uniti nel mondo.
Era proprio dalle torture, propagandisticamente ridefinite «tecniche avanzate» di interrogatorio, dalla consegna pilatesca di sospetti ad aguzzini di altre nazioni per lavarsi le mani dai mezzi ma sfruttare comunque i risultati, che la nitidezza della guerra di civiltà fra il Bene e il Male, proclamata dopo l´11 settembre, aveva cominciato a intorbidirsi. Utilizzare i metodi dei nemici per sconfiggerli, come aveva notato anche il candidato repubblicano alla Casa Bianca John McCain, aveva significato inesorabilmente scendere al loro livello. E intaccare quella superiorità etica che avrebbe dovuto costituire il fondamento di una guerra condotta per dimostrare al mondo, quello arabo e mussulmano innanzitutto, non la ovvia superiorità militare, ma la superiorità civile dell´Occidente.
Ma, come illustra il rapporto ufficiale uscito ieri, con i suoi dettagli umilianti di sevizie fisiche e psicologiche, con trapani elettrici, finte esecuzioni, privazioni e sevizie, la dinamica della confessione a ogni costo, anche se falsa e prodotta soltanto dal desiderio di fermare le sofferenze, aveva preso la mano a funzionari sui quali l´autorità politica premeva perché giustificassero la vergogna con i risultati. Da questa pressione politica schiacciante, simile a quella esercitata sulla Cia per le false informazioni sulle armi di Saddam, erano venute le immagini di Abu Ghraib, le «extraordinary rendition», i voli segreti per appaltare gli interrogatori, le immagini del campo di Guantanamo, lacerazione a quei principi costituzionali dei quali l´America si vanta. Erano state le vere battaglie perse dall´America di Bush.
Chiudere questo capitolo amaro della storia americana, affidare futuri interrogatori a gruppi di esperti prelevati da quell´agenzia, lo Fbi, che nelle indagini ha la propria specialità, e alla Forza Armata, il cui manuale di operazioni esplicitamente vieta la tortura, era un atto dovuto dall´Amministrazione Obama. Perché era semplicemente la cosa giusta da fare, per non compromettere la necessità di continuare il lavoro di prevenzione e repressione di un terrorismo globale che non si è affatto arreso. Ma insieme per non accreditare la sensazione, coltivata dai nemici di questa presidenza e temuta anche dai suoi amici, che il presidente eletto per cambiare tutto in realtà stesse cambiando poco o nulla.
Obama non avrebbe dunque potuto proseguire sulla strada del «business as usual», del tutto come prima, senza perdere un´altra tessera del proprio prestigio morale e senza deludere quell´ala progressista dell´elettorato che già freme nervosa assistendo alla sua retromarcia sulla riforma della sanità.
Ma, seppure dovuto, lo strappo da Abu Ghraib non è senza rischi. Il più ovvio, e temuto, è il sempre possibile nuovo attacco terroristico, che, danni, vittime e dolore a parte, immediatamente verrebbe messo sul conto del «buonismo» obamiano e dell´impressione di non tenere il piede pigiato sul pedale dell´offensiva, come Bush prometteva di fare.
L´altro rischio, sempre in agguato, è l´accusa di ipocrisia, di condannare il passato senza davvero rinnegarlo, tenendo in funzione quella «Abu Ghraib» d´Oriente, quella base militare ex sovietica di Bagram in Afghanistan dove molti denunciano gli stessi orrori visti nel carcere delle sofferenze a Bagdad. Per eliminare questo possibile sospetto di doppiezza, la soluzione più chiara sarebbe quella di aprire un processo pubblico contro gli uomini di quella Cia, e di quella passata Amministrazione, che vollero ed eseguirono la linea delle torture. In questa direzione si è mosso il grande amico di Obama e ministro della Giustizia, Eric Holder, che fremeva per cominciare l´inchiesta penale, contro la volontà espressa proprio da Obama di lasciare che il passato seppellisca il passato e «ripartire da zero».
Ma proprio dalla Cia, che teme una caccia alle streghe e una purga indiscriminata, arrivano le proteste del direttore dell´agenzia nominato anche lui da Obama, Leon Panetta, e dal Parlamento vengono, soprattutto dai repubblicani, gli ammonimenti a non lanciare una sorta di santa inquisizione contro la centrale dello spionaggio, ben sapendo che inevitabilmente diverrebbe un processo a Bush, a Cheney e al bushismo. Se Obama vuol sperare in qualche voto d´opposizione per la cosa che realmente ha a cuore, la riforma della sanità, se li può scordare, con un processo a Bush e al bushismo. La sua nuova «task force» per gli interrogatori è quindi un tentativo per scavalcare le fosse dove sono sepolti, ancora troppo inquieti e freschi, gli scheletri del passato.

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