Recluso in 2,7 metri per 18 ore al giorno Strasburgo: l´Italia risarcisca il detenuto

Repubblica 6/8/09
La Corte: è inumano. Ma le carceri scoppiano: dentro sono 63.500

Il governo corre ai ripari e promette cinquemila posti in più entro i prossimi due anni
Rebibbia, sei mesi di prigionia degradante. Il ladro bosniaco riceverà mille euro
VLADIMIRO POLCHI
ROMA – Vivere 18 ore al giorno in 2,7 metri quadrati è «inumano e degradante». Per questo la Corte europea dei diritti dell´uomo ha condannato l´Italia a risarcire mille euro a un detenuto bosniaco. La causa? I danni morali riportati per il pesante sovraffollamento della sua cella a Rebibbia. Non un caso isolato: nelle nostre carceri su 43.327 posti “regolamentari” i reclusi sono ben 63.587. E così il governo corre ai ripari, tornando a promettere più celle: 5mila in due anni.
La sentenza emessa dalla Corte di Strasbugo, con cinque voti a favore e due contrari, obbliga l´Italia a risarcire Izet Sulejmanovic, un detenuto bosniaco condannato a due anni per furto aggravato. Tra il novembre 2002 e l´aprile 2003, infatti, Sulejmanovic ha condiviso (nel carcere romano di Rebibbia) una cella di 16,20 metri quadri con altre cinque persone, disponendo dunque di una superficie di 2,7 metri quadri dove ha trascorso oltre diciotto ore al giorno. Uno spazio di molto inferiore agli standard previsti dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura, che stabilisce in 7 metri quadri a persona il minimo sostenibile per una cella.
Il capo del Dipartimento dell´amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, ammette che Sulejmanovic è stato in quelle condizioni ma «per un periodo di tempo limitato» e parla di un «equo indennizzo». Per l´avvocato Alessandra Mari, che assieme al collega Nicolò Paoletti ha curato il ricorso, «la Corte ha sancito un principio fondamentale che apre la strada a decine di ricorsi». Un principio che, secondo il presidente di “Antigone”, Patrizio Gonnella, rischia di costare all´Italia circa 64 milioni di euro «poiché nel nostro Paese i detenuti che vivono in condizioni di sovraffollamento sono la quasi totalità». Gonnella, tra l´altro, propone di fare «come negli Usa: delle liste di attesa per i piccoli crimini».
Qualche numero: oggi i detenuti in Italia sono 63.587, la metà è in attesa di giudizio, il 37% è straniero. Tanti? Per capire: la situazione è talmente al collasso che l´amministrazione penitenziaria non prende più in considerazione la capienza “regolamentare”, vale a dire il numero effettivo di posti (43.327), ma la capienza “tollerabile” (64.111), cioè il numero massimo di persone che si possono ammassare nei vari istituti. Ebbene, secondo il sindacato di polizia penitenziaria Sappe 11 Regioni superano anche quest´ultimo limite. Mentre due, Lombardia e Basilicata, sono sul filo. Non solo. Per il Sappe le carceri, oltre a essere sovraffollate, soffrono di carenza di personale: a fronte di un organico previsto di oltre 41mila unità, in servizio risultano solo poco più di 35mila agenti. E ancora: per il sindacato Osapp i numeri sulle presenze nelle celle forniti dal ministero non sono veritieri e dopo l´estate ci sarà un ulteriore aumento.
Dall´opposizione Lanfranco Tenaglia, responsabile giustizia del Pd, ricorda: «Il ministro Alfano per aprile 2009 aveva annunciato, in pompa magna, la presentazione di un piano carceri. Un progetto che, a suo dire, avrebbe risolto il problema del sovraffollamento e dell´edilizia carceraria. Stiamo ancora aspettando. Di quel piano – prosegue Tenaglia – si sono perse le tracce e intanto le carceri italiane stanno scoppiando». La replica dell´Esecutivo è affidata al sottosegretario alla Giustizia, Elisabetta Casellati, secondo la quale grazie al piano del governo «nel giro di due anni saranno garantiti circa 5mila posti in più, mentre a regime l´aumento della capienza sarà di 17mila unità».
«Più carceri» è quanto chiede anche il sindaco di Roma, Gianni Alemanno «per garantire situazioni di umanità e sicurezza ai cittadini». L´Unione delle Camere Penali chiede invece un maggiore ricorso alle misure alternative alla detenzione. «E´ necessaria – sostiene l´Ucpi – una nuova valutazione sulla custodia preventiva prima del processo, considerando la detenzione in carcere come extrema ratio da applicarsi soltanto per i reati di effettivo allarme sociale».

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