«Non ci fermeranno, rimarremo qui: è la nostra casa»
Manifesto 4/8/09
INTERVISTA Mike Hamel, presidente della storica associazione Lgbt Aguda, teatro dell’assalto omofobico
(mi.chi.)
TEL AVIV
L’attacco alla sede dell’Associazione Aguda del 1 agosto scorso ha gettato nel panico la comunità Lgbt di Tel Aviv, città nota per la sua libertà, la sua vivacità e la sua tolleranza, nonché città che ha festeggiato quest’anno il suo undicesimo Gay Pride. Nonostante il lavoro incessante delle forze di polizia ancora non si conoscono né l’identità dell’assassino né i motivi del gesto. La solidarietà della comunità omosessuale israeliana ed estera non si è fatta attendere, e anche Tzipi Livni, presidente del partito centrista Kadima, ha subito condannato l’accaduto.
Mike Hamel, presidente di Aguda, prima associazione Lgbt israeliana fondata nel 1975, riesce a fatica ad esprimere ciò che prova: «Sono triste e sono arrabbiato e lo scenario in cui questo attacco è avvenuto lascia a bocca a perta. Non so davvero darmi e dare spiegazioni. La solidarietà è tanta, nonostante non si sappia nulla del movente. Né prima, né durante, né dopo l’attacco siamo stati in grado di dare o trovare indizi sul motivo di questa violenza. In ogni caso, preferisco credere che sia stato un gesto di uno squilibrato omofobico, piuttosto che un raptus di una persona all’interno della nostra comunità. Non lo sopporterei».
Il locale in Nachmani Street 28, aperto nel 1993 grazie a una serie di donazioni, è la prima sede storica di Aguda, che col tempo si è trasformata in luogo di ritrovo per i giovani omosessuali e per tutti i diversi gruppi Lgbt che hanno portato avanti campagne importanti, soprattutto sui diritti civili delle coppie omosessuali e sulla prevenzione all’aids. «Il nostro lavoro è importante all’interno della comunità Lgbt e quello che è successo non cambierà il nostro modo di lavorare, comportarci o vivere. Negli ultimi giorni, sebbene la paura e la confusione siano profonde, siamo scesi in strada per condividere questi sentimenti e per rassicurarci gli uni con gli altri». Il tono di Mike, sommesso e commosso, cambia improvvisamente all’ultima domanda: «Certo che non ce ne andiamo! Quel posto non è solo un ufficio, è casa nostra. È stato l’epicentro della vita Lgbt in Israele. Qui abbiamo pianificato le nostre battaglie per i diritti degli omosessuali. È anche per questo che molti membri della nostra comunità in questi giorni soffrono: vedere la propria casa violata senza uno straccio di spiegazione non può che generare senso di abbandono. Per il momento troveremo un posto alternativo. Poi puliremo, sistemeremo e torneremo a lavorare in quella che è stata la nostra casa negli ultimi sedici anni. Non abbiamo intezione di farci fermare da questa violenza. Torneremo a casa e ricominceremo d’accapo, meglio di prima».

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