Strage di Bologna, fischi a Bondi “Odio politico ancora profondo”

Repubblica 3/8/09
Il Pdl: basta col dogma della matrice fascista

Ministro costretto a interrompere il discorso nel 29° anniversario del 2 agosto
MICHELE SMARGIASSI
BOLOGNA – Un istante prima che la parola passi a Sandro Bondi le telecamere si girano e inquadrano la piazza della stazione: qualche migliaio di persone silenziose. Ma tutti sanno cosa sta per accadere. E accade: «vattene buffone» e peggio, fischi, gestacci. «State insultando il significato di questa cerimonia», reagisce il ministro, ma è benzina sul fuoco. Dura cinque minuti, poi Bondi s´interrompe, stizzito, sbattendo in faccia ai contestatori una citazione di Calamandrei: le vittime della strage «sono il tribunale invisibile di fronte a cui rispondiamo dei nostri atti».
Il fornello della bomba fascista del 2 agosto 1980, 85 morti e 200 feriti è lì in sala d´attesa, colmo di fiori. Ma da ventinove anni la rabbia della città sfregiata esplode in piazza. Ormai ritualmente contro gli ospiti di governo. Ecco perché venerdì, quando Gianni Letta ha chiesto ai ministri «chi va a Bologna?», non trovava volontari. Tremonti (fischiato nel 2005): «Io ho già dato». Alla fine è toccato a Bondi, non senza abnegazione. Arriva in ritardo, col figlio Francesco, undicenne: sono in partenza per le ferie. Sale sul palco mentre parla Paolo Bolognesi, presidente dell´Associazione familiari delle vittime, discorso duro: verità che mancano, «piste cosiddette alternative» che «servono solo a fuorviare i meno informati», ricordo dei depistaggi, dei segreti di Stato, i mandanti ignoti, l´umiliazione delle pensioni per invalidità intralciate dalla burocrazia; amara morale: «La certezza della pena è riservata solo alle vittime». Per lui applausi, come per il neo-sindaco Flavio Delbono, alla sua prima prova, superata con impeto pasoliniano: «anche senza prove giudiziarie noi sappiamo cosa successe il 2 agosto». Poi il lamento delle locomotive, il silenzio con gli occhi all´orologio fermo sulle 10.25 da quasi tre decenni.
Parte da lì il ministro: «Sono passati quasi trent´anni…». Ci prova tre volte, respinto dal fragore che gli si para davanti. Se è organizzato, non ne ha l´aspetto. Le bandiere dell´ultrasinistra, come previsto, se ne vanno. Metà piazza le segue. Le urla arrivano da ragazzi, anziani col cappello fatto col giornale, signore con borsetta, a domanda rispondono: «Sono solo un cittadino». Bondi ha un discorso non scontato, parla di «debolezza di uno Stato minato dall´interno e dall´esterno da forze antidemocratiche», ma nessuno lo ascolta, così passa al corpo-a-corpo: «io vengo da Fivizzano», apostrofa a voce tesa, «lì furono uccise quattrocento persone, so cosa vuol dire libertà». Poi d´improvviso il ministro tace: la cerimonia è finita. Bondi è amareggiato, «l´odio politico è ancora profondo. Conto che le istituzioni esprimano la loro riprovazione». In realtà arriva soprattutto dal centrodestra. Da dove parte anche la provocazione di Daniele Capezzone, portavoce del Pdl: va rivisto, dice, «il dogma della strage fascista, riaprendo il caso Mambro-Fioravanti. I familiari delle vittime farebbero bene a cercare i veri mandanti e i veri esecutori».
Sul palco due candidati leader del Pd, Pierluigi Bersani e Dario Franceschini: hanno fatto assieme il corteo, ostentando amicizia, si dicono «dispiaciuti» entrambi. Laconico il sindaco: «È il giorno del ricordo e non delle polemiche». «Queste cose danno solo visibilità a un ministro», si duole Bolognesi, «parlate del mio discorso, non dei fischi». Dal palco ha gridato che «le vittime del terrorismo sono un peso per politicanti che vorrebbero solo apparire in tv negli anniversari». Forse Bondi ieri ne avrebbe fatto a meno.

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