L´università ingiusta che aumenta le tasse e non aiuta gli studenti più bravi

Repubblica 3/8/09

L´intervento

VITTORIO COLETTI
LAUREARSI è importante e utilissimo per un giovane. Farà la differenza nella maggior parte dei casi. Ma oggi iscriversi all´università comincia a costare. Le tasse sono ormai alte (a Genova una media di oltre 2000 euro all´anno). Tuttavia, c´è chi le trova ancora troppo basse, sorvolando sul fatto che in Francia e Spagna sono meno di un terzo di quelle nostrane e in Germania e Svezia quasi non se ne pagano. I nostri liberisti prendono a modello le università private, specie le anglosassoni, e auspicano anche per le pubbliche tasse alte, incuranti di rendere ancor più difficile l´iscrizione per i giovani. Fanno come chi deprecasse che gli ospedali sono gratuiti per i malati, portando a esempio le costose cliniche private. In Germania, riflettendo in questi giorni se passare da 50 a 500 euro all´anno, ci si chiede se il guadagno della collettività, con la piccola tassa così introdotta, non sia vanificato dalla perdita per la prevedibile riduzione del numero dei laureati, bene primario di una nazione. Ma al neodarwinismo sociale nostrano del fatto che tanti, possibilmente tutti, possano laurearsi non importa nulla. Del resto, nessuno pensa all´università come servizio pubblico, allo stesso modo di un ospedale, e nessuno pensa che la cultura sia un bene pubblico, come la salute.
A Genova l´Ateneo ha disposto ulteriori aumenti di tasse, sia pur scaglionati per fasce di reddito, e fra poco le famiglie non ce la faranno più a impiegare un intero mese di stipendio (e più) per le sole tasse di iscrizione dei figli. Le autorità accademiche si nascondono dietro le esenzioni totali o parziali. Come se non si sapesse che, fino a quando riguarderanno solo il reddito (e le proprietà ufficiali), ne usufruiranno soprattutto i figli degli autonomi e dei professionisti, di quanti nascondo i beni in società di comodo ed eludono o evadono il fisco. In attesa di un fisco serio, sarebbe indispensabile legare le esenzioni dalle tasse (anche) al merito, al numero degli esami sostenuti, alla media dei voti, al restare sempre in corso, come accade in Spagna. Non sarebbe più giusto far pagare chi usa male questo servizio essenziale, introducendo la punizione economica per chi non tiene il passo con gli esami, si laurea in ritardo, finisce fuori corso? Invece, oggi, in Italia, le amministrazioni universitarie vedono nei fuori corso clienti modello, perché non consumano e pagano parte delle tasse. Anzi, il loro studente ideale è quello che non frequenta. In nessun Paese al mondo ce ne sono, percentualmente sugli iscritti, così tanti come da noi. Una laurea presa senza frequentare non è una laurea. Invece gli atenei adorano i non frequentanti. Pagano tutte le tasse senza chiedere altro che di sostenere gli esami; non usano né aule, né strumenti, né servizi. Altro che incoraggiare la frequenza!

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