«Test regionali per i prof»
Secolo XIX 30/7/09
La Lega insiste, «ma non c’è l’esame di dialetto». E la Gelmini apre
ROMA. La Lega fa un passo indietro sul dialetto, ma tira dritto sui test regionali per gli insegnanti. Mentre il ministro dell’Istruzione Gelmini apre, trascurando la smentita leghista: «L’idea di inserire il dialetto nelle scuole è una proposta su cui ragionare. Sulla scuola non c’è nessuna divisione tra Pdl e Lega». Un auspicio, più che una verità, perché nella già agitata maggioranza il tema scuola ha seminato nuove tensioni. E parecchia confusione. Gli effetti di una proposta di legge della Lega, secondo cui gli insegnanti andrebbero selezionati tramite un test che valuti «la tutela e la valorizzazione del territorio da parte dell’insegnante». Una prova che sarebbe indispensabile per l’iscrizione ai cosiddetti albi regionali, e in cui la Lega voleva inserire anche un test di dialetto per gli aspiranti docenti.
Ieri, di fronte alle reazioni indignate dell’opposizione e ai tanti mal di pancia anche nel centrodestra, il capogruppo del Carroccio alla Camera, Roberto Cota, ha fatto marcia indietro: «Il presunto esame di dialetto per i professori è una colossale bufala, prima di protestare bisognerebbe leggere il testo della nostra proposta di legge». Ma a ingenerare confusione erano state proprio le parole delle relatrice del testo, la deputata leghista Paola Goisis: «Per l’iscrizione agli albi regionali, servirà una pre-selezione che attesti anche il livello di conoscenza della lingua della regione in cui vogliono andare ad insegnare». Cota però smentisce, e precisa: «La proposta dei test pre-selettivi, propedeutici rispetto al superamento dei concorsi pubblici, rimane. Vogliamo che non sia dato peso solo ai titoli scolastici, perché come sappiamo ci sono università più”generose” e università più”rigorose”».
La Lega insomma insiste con i test regionali. E, sempre per bocca di Cota, sottolinea: «Le riforme le fa il ministro dell’Istruzione Gelmini, e non i presidenti di commissione». Ovvero il presidente della commissione Cultura, Valentina Aprea, fautrice di una riforma della scuola «che non ha nulla a che fare con la riforma Gelmini, già approvata dal Parlamento», come precisano dal ministero. Due giorni fa Aprea si era scontrata in commissione con la Lega, proprio sui test. E ieri ha replicato così a Cota: «Provo stupore e amarezza per il fatto che un capogruppo di maggioranza esprima tanta sfiducia nei confronti delle funzioni del Parlamento. In questo modo le Aule vengono esautorate».
Presa tra due fuochi, Mariastella Gelmini prova a gettare acqua sul fuoco: «Sulla scuola non ci sono divisioni tra Lega e Pdl». Per dimostrarlo, non chiude la porta ai test, e di fatto sconfessa Cota: «Quella della Lega sul dialetto e sulle tradizioni locali è una proposta sulla quale si può assolutamente ragionare. Il tema sarà affrontato in sede di revisione dei programmi, e la maggioranza non faticherà a trovare un accordo».
Gelmini quindi conferma indirettamente che il dialetto rientra nei test. Per l’ira dell’opposizione, scatenata contro il ministro. Manuela Ghizzoni del Pd sibila: «Mentre la Lega simula passi indietro per sgonfiare le polemiche sui test di cultura e dialetto locale, il ministro Gelmini fa passi in avanti che ridicolizzano ancora di più la scuola pubblica. Siamo di fronte a uno sconfortante balletto».
La capogruppo dei Democratici in Senato, Anna Finocchiaro, parla invece di «cose inammissibili in un Paese unito», e chiosa: «Il governo è stritolato tra i ricatti della Lega e il fantomatico Partito del Sud». Per il segretario del Prc, Paolo Ferrero, la proposta sui test «è solo un altro modo per depistare dai problemi veri del Paese». Nella maggioranza, c’è chi ricorre all’ironia, come l’europarlamentare Clemente Mastella, campano doc: «Test di dialetto per i docenti? Il problema non è il nostro perché il dialetto napoletano è universale, e potremmo insegnare in tutte le università o scuole popolari del Nord. Il problema sarebbe loro, perché sarebbero non comprensibili nelle realtà meridionali». Duro invece il presidente dell’Associazione nazionale presidi, Giorgio Rembado: «Quella della Lega è una proposta irrealistica, e dal profilo di costituzionalità assai dubbio. Se l’obiettivo è quello della qualificazione professionale, non è certo questo il modo per raggiungerlo». Mentre Massimo Di Menna, segretario generale della Uil Scuola, afferma: «Un test regionale per i professori? Non sta né in cielo, né in terra. La formazione degli insegnanti è impostata su tre anni di laurea normale più due anni di laurea specialistica per gli aspetti didattici, il superamento di un concorso e un tirocinio di tre anni presso le scuole per la conferma: è un iter che offre garanzie adeguate di preparazione degli insegnanti». Tra tante polemiche, fa capolino il caso del Friuli Venezia Giulia, dove il 60% dei ragazzi a scuola studia il friulano. Una materia facoltativa, come la religione. L’articolazione delle ore viene decisa dai singoli istituti, mentre per la scelta degli insegnanti i direttori si basano sui titoli ufficiali e sui curriculum.
L.D.C.

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