Fini attacca la Libia «Miope e deludente»
Manifesto 22/7/09
IMMIGRATI Scambio di lettere e accuse. La Jamahiriya replica alla richiesta di Montecitorio: «Potete venire nei centri, ma non parlateci di rifugiati. E poi questa è una questione interna»
Scontro Roma-Tripoli sulla richiesta di una commissione parlamentare congiunta per visitare i centri di detenzione
Stefano Liberti
«La risposta della Libia è stata inadeguata, deludente e politicamente miope: definirla così è un dato di fatto». Non ha usato giri di parole né formule diplomatiche il presidente della camera Gianfranco Fini per definire la risposta avuta dal suo omologo libico alla richiesta di creare una commissione parlamentare mista di italiani e libici per visitare i centri in cui vengono rinchiusi in Libia gli immigrati in transito verso l’Europa.
L’idea era nata a giugno scorso, in occasione della prima visita del leader libico Muammar Gheddafi in Italia, che doveva anche essere scandita da una tappa alla Camera dei deputati (saltata poi per eccesso di ritardo del Colonnello). «Avevo prospettato la costituzione concreta di una delegazione mista di parlamentari – ha spiegato ieri Fini – che potessero recarsi nei centri di raccolta in Libia degli immigrati per verificare in quei luoghi il rispetto dei diritti umani e delle garanzie per chi richiede asilo».
Alla domanda partita da Montecitorio, il segretario del Congresso generale del popolo, Embarak el Shamek, ha risposto di essere d’accordo, ma di «non condividerne i motivi», giacché – ha voluto sottolineare – in quei centri «non ci sono rifugiati politici». A questa annotazione, Shamek ha aggiunto la precisazione che «quella dei campi è una questione interna libica».
Quindi, semaforo verde alla commissione congiunta, ma con una serie di paletti. Paletti che hanno spinto Fini a replicare con un tono inusuale e ben al di là della normale langue de bois della diplomazia.
Il diverbio rischia di imbarazzare il governo e soprattutto il ministro degli interni Roberto Maroni, che ha fatto della collaborazione con la Libia la pietra angolare della sua politica di contrasto all’immigrazione irregolare. Dal maggio scorso, con l’inaugurazione dei «respingimenti in mare» centinaia di immigrati intercettati nel canale di Sicilia sono rimandati in Libia e rispediti proprio in quei centri che il presidente della camera vorrebbe visitare.
I respingimenti sono il corollario di una collaborazione suggellata nell’agosto del 2008 dalla firma a Bengasi del Trattato di partenariato, amicizia e collaborazione tra il premier Silvio Berlusconi e il leader libico Muammar Gheddafi. Questo trattato, che garantisce compensazioni per i danni arrecati durante l’epoca coloniale nell’ordine di 5 miliardi di dollari su 25 anni, prevede anche la «realizzazione di un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche, da affidare a società italiane in possesso delle necessarie competenze tecnologiche» (leggi Finmeccanica), finanziato per il 50 per cento dall’Italia e il 50 per cento dall’Unione europea.
L’afflusso di soldi italiani e le pressioni del Viminale hanno spinto negli ultimi anni Tripoli a indurire la propria posizione nei confronti dell’immigrazione clandestina: a oggi, ci sono nella Jamahiriya 18 centri di detenzione ufficiali per immigrati, a cui vanno sommate anche le carceri in cui gli stranieri vengono a volte rinchiusi. Non è previsto un periodo di detenzione massima. In linea teorica, gli immigrati irregolari dovrebbero restare nei centri in attesa del rimpatrio. Ma spesso, soprattutto per quanto riguarda i cittadini dei paesi del Corno d’Africa verso i quali è impossibile organizzare i rimpatri, i tempi di permanenza si dilatano all’infinito. Proprio da questo punto – e dalle ripetute denunce di violenze e soprusi subiti nei centri libici da parte degli immigrati africani che sono riusciti ad arrivare in Italia – è partita la richiesta di Fini. E la sua piccata replica alla risposta libica.
Ma la politica di collaborazione a tutto campo con la Libia in materia di immigrazione non provoca polemiche solo in Italia. Anche in Europa sono state sollevate diverse perplessità. Solo una settimana fa, il commissario alla giustizia, libertà e sicurezza Jacques Barrot ha inviato una lettera a Maroni, in cui gli ha chiesto chiarimenti sui respingimenti. «Non c’è possibilità di rimpatrio nei paesi dove non ci sono garanzie di protezione consolare», aveva avvertito il francese. Che aveva poi aggiunto: «Il principio del non respingimento è scritto nel diritto internazionale». IL NUMERO Degli immigrati respinti in Libia il 1° luglio. Di questi 76 erano profughi eritrei (potevano chiedere asilo), di cui 9 donne e 6 bambini

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