Ragazzo ucciso, 15 anni ai baristi

Secolo XIX 17/7/09
la sentenza
Abba, di origine africana, preso a sprangate per un furto di biscotti. La rabbia dei familiari
MILANO. A meno di un anno dalla tragedia, arriva la sentenza per l’omicidio di Abdoul Guiebre, da tutti chiamato «Abba», il diciannovenne con cittadinanza italiana, ma originario del Burkina Faso, ucciso da una sprangata alla testa il 14 settembre del 2008 a Milano.
Il gup di Milano Nicola Clivio, dopo una camera di consiglio brevissima, durata poco più di mezzora, ha condannato a 15 anni e quattro mesi Fausto e Daniele Cristofoli, 52 e 32 anni, baristi che, quella mattina all’alba, si lanciarono all’inseguimento di Abba e di due suoi amici che avevano rubato dal loro bar due pacchetti di biscotti.
«Eravamo convinti che avessero rubato l’incasso», dichiararono i due dopo il fermo, qualche ora dopo l’omicidio. A vibrare la sprangata mortale alla nuca di Abba, e a provocargli una ferita profonda sette centimetri, fu Daniele Cristofoli, ma secondo il pubblico ministero Roberta Brera, suo padre Fausto fu il promotore della spedizione punitiva sfociata in tragedia e durante la quale i due baristi rivolsero ad Abba e ai suoi amici anche epiteti razzisti: «Negri di m….!».
Nessuna distinzione di ruoli secondo il pm e, quindi, uguale richiesta di condanna: 16 anni e otto mesi per omicidio volontario aggravato dai futili motivi e per porto abusivo d’arma (la spranga).
Il giudice dell’udienza preliminare Clivio ha sostanzialmente aderito alle richiesta dell’accusa, pur infliggendo una condanna di qualche mese inferiore. Risultato dello sconto previsto per il rito abbreviato, dell’equivalenza delle aggravanti e delle attenuanti, del risarcimento alla vittima (100 mila euro ottenuti dagli imputati vendendo la loro casa) e dall’atteggiamento processuale dei due che collaborarono alle indagini.
Sottigliezze giuridiche difficilmente comprensibili per genitori, parenti e amici di Abba, presenti anche ieri in aula come in occasione di tutte le altre, precedenti udienze.
«È stata fatta giustizia, ma solo in parte, perché la pena poteva e doveva essere più alta. – ha infatti commentato il padre di Abdoul Hassane – Dov’è mio figlio?». Abdoul Hassane ha quindi aggiunto: «Soddisfazione da parte mia non ce n’è».
Ma a manifestare la rabbia più inconsolabile e amara sono stati i più giovani, tra parenti e amici, ieri dentro e fuori quell’aula di tribunale.
«Mio fratello è stato ucciso per razzismo», ha sibilato tra i denti una delle sue tre sorelle della vittima. «Tanti italiani si sono sentiti offesi per questo omicidio e hanno ammesso che questo è stato un fatto razziale». La ragazza è stata quindi impietosa nel giudizio sugli imputati.
«Il loro sguardo era quello di persone fredde, che non si sono pentite. ha detto – Questa è l’impressione che ho avuto». Fausto e Daniele Cristofoli, in mattinata, erano in verità arrivati con il volto terreo al settimo piano del palazzo di Giustizia di Milano. Con loro l’assegno circolare per il risarcimento. E i parenti di Abba hanno chiesto una somma molto maggiore, oltre 600 mila euro. Il giudice Clivio ha concesso loro una provvisionale di 175 mila euro. Sarà adesso un giudice civile a quantificare la somma complessiva.
I difensori dei Cristofoli – gli avvocati Elisabetta Radici e Marco Bolchini – ricorreranno in appello. Secondo la loro posizione, quello di Abba fu un omicidio preterintenzionale. «Si aspettavano questa sentenza – ha spiegato l’avvocato Radici – perché li avevamo preparati, non avevamo ingenerato illusioni in loro di fronte a un capo d’imputazione così grave, sono rimasti coinvolti in una vicenda più grande di loro».
Stefano Rottigni (Ansa)

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