Il Csm: «è una riforma devastante, il governo deciderà le indagini»
Secolo XIX 16/7/09
processo penale
Roma. Viola quattro principi costituzionali, a cominciare dall’obbligatorietà dell’azione penale, e avrà effetti «devastanti» sull’«efficacia» delle indagini il ddl del ministro Alfano sulla riforma del processo penale. E inoltre, «rafforzando la dipendenza della polizia giudiziaria dal potere esecutivo» e insieme «estromettendo il pm dalle indagini», potrebbe permettere al governo di controllare o quanto meno di condizionare l’azione penale.
È una stroncatura senza appello quella della Sesta Commissione del Csm, contenuta in un parere che già oggi potrebbe essere discusso dal plenum. Una presa di posizione criticata dalla maggioranza (che con il capogruppo del Pdl alla Camera, Italo Bocchino, accusa il Csm di voler svolgere «funzioni di terza Camera») e apprezzata dall’opposizione che accusa il governo di «schizofrenia» (Lanfranco Tenaglia, dei Ds) e con Antonio Di Pietro (Idv) bolla come «criminale» il ddl. Non sembra preoccupato il ministro Alfano, convinto che il parere del Csm non limiterà le Camere, visto che «il Parlamento è sovrano».
Le critiche del Csm sono soprattutto alle norme-chiave del provvedimento. A cominciare da quella che ridisegna i rapporti tra polizia giudiziaria e pubblico ministero, innanzitutto assegnando al magistrato, un ruolo «passivo» nelle indagini, visto che non potrà più acquisire direttamente le notizie di reato (compito che diverrà esclusivo della pg).
«L’eliminazione del potere del pm di acquisire anche di propria iniziativa le notizie di reato realizza un vulnus al principio della obbligatorietà dell’azione penale – denunciano i consiglieri -. Per poter attuare il dettato costituzionale, infatti, il pm deve poter agire anche di propria iniziativa». E non è tutto: cancellare, come fa la norma, la dipendenza dei servizi di polizia giudiziaria dal pm, «non solo sembra contrastare» con l’articolo 109 della Costituzione, secondo cui il magistrato dispone direttamente della polizia giudiziaria, ma «si traduce in una sottrazione alla magistratura dei mezzi per compiere le indagini».
La preoccupazione del Csm è altissima anche per la possibilità per il governo di condizionare o indirizzare le indagini: la maggiore autonomia della polizia giudiziaria dal pm determinerà«inevitabilmente un rafforzamento della sua dipendenza dal potere esecutivo», scrivono i consiglieri; e «chi gestisce la polizia giudiziaria può disporre dell’azione penale, condizionandone al tempo stesso l’iniziativa con il controllo delle notizie di reato, dei mezzi e delle persone impegnate nelle indagini». E non è tutto: la cancellazione del termine entro il quale la polizia giudiziaria deve riferire della sua attività al pm e in generale la maggiore autonomia della pg avranno «devastanti conseguenze sull’efficienza dell’azione investigativa», determineranno una «dilatazione» dei tempi delle indagini, e comporteranno «minor tutela dei diritti della difesa».
Tra le norme che allarmano il Csm anche quella che estende i casi di astensione e di ricusazione dei giudici ai giudizi espressi fuori dall’esercizio delle funzioni nei confronti delle parti del procedimento e tali da provocare fondato motivo di pregiudizio all’imparzialità del giudice. Non solo si pone «un serio limite alla manifestazione del pensiero del giudice», ma si crea «uno strumento che incide sulla individuazione del giudice predeterminato per legge» e che, attraverso un concetto «indefinito di imparzialità», può«scardinare, un gran numero di processi».

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