Arrivano i no global la città è blindata
Secolo XIX 10/7/09
Oggi seimila persone in corteo. Incubo black bloc
L’Aquila. Gli appelli alla calma si moltiplicano, il prefetto Franco Gabrielli ostenta la sicurezza di rito : «Le misure di sicurezza sono sufficienti come approntate».
E i Cobas giurano che non si metteranno nemmeno in marcia, se solo avranno un segnale che nel corteo ci sono degli infiltrati. Oggi è il giorno della grande manifestazione no global all’Aquila, vicino al cuore del G8, e tutti fanno a gara per dichiarare che sarà una manifestazione pacifica, senza scontri né violenze.
L’esperienza delle cose insegna che questo è un esercizio scaramantico e obbligato, ma i fatti che ne conseguono sono completamente sganciati dalle intenzioni, anche dalle migliori intenzioni. Infatti la polizia non ci crede, teme lo sgambetto della solita fazione più dura e oltranzista e prepara sul campo le contromosse. E affida il governo della giornata più difficile del vertice, almeno sotto il profilo della sicurezza pubblica, a una serie di contromosse.
Lo schieramento ufficiale delle forze dell’ordine sul territorio dell’Aquila mette in campo 14 mila uomini. C’è l’esercito, con gli alpini e l’aviazione, ci sono i carabinieri e la polizia. Poi la Guardia forestale, la polizia provinciale, la Guardia di finanza, i vigili del fuoco. Ancora, agenti inviati dai comandi di polizia municipale del Lazio, dalle Marche da diversi comuni del Nord. Il controllo di ogni angolo, di ogni strada, di ogni giardino del capoluogo è assolutamente capillare. Ma potrebbe non bastare.
Il pericolo è rappresentato, infatti, non tanto dalla massa dei manifestanti (sono attese almeno cinque, seimila persone) ma dai gruppetti che potrebbero staccarsi dal corpo del corteo e, secondo la sperimentata strategia dei black bloc, dar filo da torcere agli agenti schierati. L’arma segreta del dipartimento di pubblica sicurezza (ma anche questa sperimentata già in qualche situazione a rischio del passato) è rappresentata da alcune squadre di agenti in borghese, libere di muoversi sul territorio, pronte a intercettare chiunque si voglia proiettare all’esterno del percorso previsto per creare incidenti.
Quale sia lo stato d’animo che attraversa il movimento no global dopo i 21 arresti di Torino per gli incidenti al G8 delle Università del maggio scorso, è ben rappresentato dalle parole di Piero Bernocchi. Bernocchi, professore, portavoce nazionale dei Cobas, ipotizza nell’occasione una strana alleanza: «Quella tra un procuratore della Repubblica, Giancarlo Caselli, magistrato vicino al Partito Democratico – dice Bernocchi – e il ministro dell’Interno, il leghista Roberto Maroni. Un’alleanza per mettere fuori gioco il movimento e per criminalizzarlo». La tesi è sicuramente suggestiva, anche se difficilmente praticabile. Ma ben dimostra quanto il colpo giunto da una procura che gli antagonisti consideravano in qualche modo “amica della sinistra” abbia creato disorientamento.
Bernocchi, utilizzando parole colte (è un professore) va teorizzando da anni che ogni scontro, ogni violenza, ogni incidente alle manifestazioni non è mai provocato dai manifestanti stessi, nemmeno da una parte di loro, ma sempre e comunque dalle provocazioni e dalle reazioni spropositate della polizia. Anche in questo caso, non sembra sia andata sempre così. Non fosse altro perché smentita dal comportamento di chi va ai cortei con mazze, passamontagna, caschi e pietre in tasca.
Ma l’indagine di Torino, così come una serie di filmati sulla recente manifestazione di Vicenza contro l’ampliamento della base statunitense, creano qualche imbarazzo ulteriore al movimento antagonista. In entrambe le situazioni, infatti, le foto e i video hanno mostrato una realtà difficilmente contestabile: i violenti non sono un corpo estraneo, non sono una scheggia impazzita, ma molto spesso si appoggiano a una connivenza piuttosto evidente dei manifestanti pacifici. In qualche caso, le cose addirittura si sovrappongono: a Vicenza è proprio un manipolo all’interno del corteo ufficiale che si veste, indossa i mephisto e i caschi, devia dal percorso e raggiunge la testa del corteo stesso per dar vita a qualche minuto di scontri violentissimi con la polizia. Per poi tornare a indossare panni assai più remissivi e rientrare nel cuore della manifestazione.
In ogni manifestazione c’è un fronte che va dalle poche decine alle duecento persone disposte al tutto per tutto pur di creare incidenti. E duecento persone fuori dal controllo possono, da sole, scatenare l’inferno.
Questi gli incubi peggiori del prefetto e del capo della polizia, Antonio Manganelli. Appena mitigati dalle continue rassicurazioni che arrivano dall’Aquila. Stefano Frezza, rappresentante del comitato Epicentro Solidale, l’unico tra i comitati cittadini ad aderire alla manifestazione, fa il punto della situazione: «Pullman sono attesi da tutta Italia; ne arriveranno da Siracusa, Catania, Milano, Bologna, Piacenza, Ferrara, Latina, Rieti e 15 sono annunciati da Roma. Il nostro è un comune appello perché questo evento sia pacifico e corretto. Tutti gli aquilani hanno garantito che, alla prima scaramuccia e al primo accenno di disordine, lasceranno il corteo». Si parte alle 13 dalla stazione di Paganica.
marco menduni
menduni@ilsecoloxix.it

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