Omicidio Aldrovandi: 3 anni e 6 mesi di carcere ai poliziotti

Omicidio Aldrovandi: 3 anni e 6 mesi di carcere ai poliziotti
sentenza del tribunale di ferrara
In aula i genitori scoppiano a piangere. Gli avvocati della difesa annunciano ricorso. L’agente Pontani: giustizia non è stata fatta
Il Secolo xix – 07/07/2009
Ferrara. Il giudice Francesco Maria Caruso del tribunale di Ferrara ha condannato a tre anni e sei mesi i quattro poliziotti accusati di eccesso colposo nell’omicidio colposo di Federico Aldrovandi, il ragazzo di 18 anni morto il 25 settembre 2005 durante un intervento di polizia.
Alla lettura della sentenza i genitori del ragazzo si sono abbracciati piangendo e in aula sono partiti applausi.
«Tutti i processi hanno tre gradi di giudizio, vedremo la coda lunga di questo», ha osservato uscendo dall’aula dopo la sentenza Alessandro Pellegrini, uno dei quattro difensori.
«Ciò che dovevo dire l’ho detto al giudice», si è limitato a dire Gabriele Bordoni, che aveva creduto fino in fondo su un esito diverso al processo proponendo l’assoluzione degli agenti. Mentre Michela Vecchi ha annuito ai colleghi in merito al fatto che la sentenza dovrà avere il vaglio degli altri gradi di giudizio.
Volti delusi, com’era prevedibile, dopo la lettura della sentenza da parte dei difensori. Giovanni Trombini è sembrato il più distaccato: «Leggeremo le motivazioni, attentamente e poi proporremo appello». Le sue non sono state solo le solite dichiarazioni di circostanza: «Abbiamo prospettato al giudice ciò di cui eravamo e siamo convinti ossia la totale estraneità dei quattro agenti, che riproporremo in appello». Unico a commentare la sentenza tra gli imputati è stato Enzo Pontani (l’altro agente presente era Luca Pollastri, mentre gli altri due erano assenti, uno perché in servizio al G8 dell’Aquila): «Posso dire che stasera giustizia non è stata fatta. E posso anche dire che io la notte dormo sonni tranquilli, qualcun altro non lo so», ha detto Pontani.
Inchiesta e processo hanno visto come parte fondamentale la famiglia Aldrovandi, la mamma Patrizia Moretti e il papà Lino, in prima linea per chiedere la verità. Il pm Nicola Proto aveva chiesto condanne per tre anni e otto mesi a ciascuno dei quattro agenti. L’accusa è di aver ecceduto nel loro intervento, di non aver raccolto le richieste di aiuto del ragazzo, di aver infierito su di lui in una colluttazione imprudente usando i manganelli che poi si sono rotti. La parte civile ha ricostruito sotto quattro angolazioni diverse le difficoltà per raggiungere non la verità ma il processo stesso, sostenendo che la morte di Federico sia addebitabile alla colluttazione con gli agenti (nel corso della quale si ruppero due manganelli) e all’ammanettamento del giovane a pancia in giù con le mani dietro la schiena. Posizione che, secondo i loro consulenti, avrebbe causato un’asfissia posturale. A questa causa va aggiunta la tesi di un cardiopatologo dell’Università di Padova, il professor Thiene, secondo il quale il cuore avrebbe subito un arresto dopo aver ricevuto un colpo violento.
Per la difesa, invece, l’agitazione del ragazzo quella mattina era dovuta all’effetto di sostanze assunte la notte con gli amici. Sostanze che lo avrebbe portato a uno scompenso di ossigeno durante la colluttazione. Tutte gli avvocati della difesa hanno chiesto l’assoluzione piena degli imputati, che agirono rispettando le regole previste per interventi di contenimento di persone fuori controllo. Nonostante l’intervento di quindici tra i più affermati e riconosciuti esperti italiani (medico-legali, tossicologi, anestesiologi, cardiopatologi) ancora ieri non si è arrivati a chiarire con certezza le cause della morte del ragazzo.

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