OLI – Osservatorio Ligure sull’Informazione – Newsletter n. 232 – 2 luglio 2009
OLI – Osservatorio Ligure sull’Informazione
Newsletter n. 232 – 2 luglio 2009
In questo numero
• Versante Ligure – Papisti di escort e di governo (Enzo Costa)
• Rom – Lettera aperta all’assessore Scidone (Pino Petruzzelli)
• Genova Pride – The sound of silence (p.p.)
• Diritti – Non li reclama più nessuno? (p.p.)
• Diritti – Quelli dei migranti e quelli delle donne (Saleh Zaghloul)
• Migranti – Soggiorno e occupazione: un legame da sciogliere (Saleh Zaghloul)
• San Giovanni – Le tradizioni pagane che dispiacciono alla Curia (p.p.)
• Internet – Dal 1948 una legge per il web (m.c.a.)
Lettere
• Oregina, quartiere senza muri (Marco Colucci)
• Da Genovese a clandestino (Marco Roverano)
VERSANTE LIGURE
PAPISTI DI ESCORT E DI GOVERNO
“Corteo vacuo e immorale con di edonismo scopi!”
“Osceno carnevale che scandalizza i pupi!”
(al Gay Pride la morale la fanno i sottoPapi).
Enzo Costa (http://lanterninoenzocosta.blogspot.com; email: enzo@enzocosta.net)
Illustrazione di Aglaja (http://proveaglaja.blogspot.com); email: aglaja@fastwebnet.it)
Rom
Lettera aperta all’assessore Scidone
Capisco che nei momenti di paura, di insicurezza economica lo zingaro diventi facilmente un capro espiatorio.
In Italia, come in tutti i Paesi civili, si è colpevoli per ciò che si commette e non per l’appartenenza etnica. Se anche un solo rom non rubasse lei deve difenderlo da possibili pregiudizi perché le sue sono le parole delle Istituzioni Democratiche che lei rappresenta. Cosa direbbe se un cittadino di Castelvolturno fosse discriminato su base pregiudiziale “perché in quella zona c’è la camorra”?
Prendo tuttavia atto delle parole che lei usa per definire genericamente i rom che viaggiano in camper: “gente che sparge liquami per terra, stende i panni tra i pali della luce e che dove arriva fa aumentare i furti.”
Parlava a titolo personale o a nome delle Istituzioni? Non le sembrano parole eccessive che potrebbero istigare all’odio razziale?
Mi piace citare lo scrittore Claudio Magris che parlando dei rom così dice: “I rom sembrano oggi la minaccia maggiore alla nostra sicurezza. Cieca bugia, distrazione di massa dalla realtà complessiva. Credo che i commercianti taglieggiati dalla camorra scambierebbero volentieri il danno, l’intimidazione -non di rado la morte- che sono costretti a subire con i fastidi di chi abita non lontano da un campo nomadi.” Caro Assessore credo che anche il professor Vattimo e il drammaturgo Pressburger non avrebbero posizioni tanto distanti da quelle di Claudio Magris, tanto per citare alcune personalità della cultura vicine al suo Partito.
Assessore, non le sembra opportuno rifarsi ai valori presentati dagli esponenti di maggiore spessore culturale e umano del suo Partito?
Il rom è da sempre uno splendido campo di battaglia politica, serve a far cadere governi e a metterne in piedi di nuovi, a vincere o a far perdere le elezioni.
E’ vero, alcuni rom rubano come alcuni siciliani sono mafiosi e alcuni pugliesi appartengono alla sacra corona unita, ma il fatto che alcuni vadano fuori dalle regole non ne sancisce una generale e aprioristica negazione dei diritti.
Il rispetto delle regole. Certo, anche i rom debbono rispettare le leggi e se rubano devono andare in galera. Un conto però è chiedere il rispetto delle regole dando diritti, un altro è negare rispetto e diritti. Le continuo a chiedere, dove sono le aree di sosta attrezzate in città? La prego, non mi parli dei campeggi, intendo le aree sosta attrezzate: quelle vere.
Stiamo concedendo diritti ai rom che vivono sotto i ponti di Genova?
Il suo è l’Assessorato alla città sicura, ma la sicurezza deve accarezzare tutti, compresi i bambini rom che continuano a sopravvivere sotto quei ponti.
(Pino Petruzzelli)
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Genova Pride
The sound of silence
Il silenzio tombale che, tra una raffica e l’altra di applausi, si è fatto in Piazza De Ferrari al nome di Burlando, quando Vladimir Luxuria lo ha ringraziato, lui assente, per il sostegno finanziario dato al Pride, dovrebbe essere ascoltato con molta attenzione dall’interessato, perché in quel silenzio c’era tutta l’immensa distanza che lo separava da quella piazza.
Lo ha tenuto lontano un improrogabile impegno familiare. Peccato, perché la presenza personale, il mettere il proprio corpo, la propria faccia, a contatto con altri corpi e facce è un messaggio politico inequivocabile.
Marta Vincenzi ha capito, c’è andata lei, e c’è andato un bel numero dei suoi assessori. Ha capito che quella del 27 giugno non era una piazza GLTB, ma una piazza piena di gente: G, L, T, B, etero, bianchi, neri, turchini, genovesi e foresti che partecipavano a quella che Enrico Pedemonte su Repubblica definisce “La manifestazione politico culturale più importante che si è svolta a Genova negli ultimi anni”. Una piazza in larghissima prevalenza di sinistra che parlava di diritti e di dignità, importante per tutte le differenze che la attraversavano senza frantumarla, e che ha posto alla politica domande di fondo: sul concetto di famiglia; sul rapporto tra uguaglianza e differenza; sulla soglia angusta su cui si incagliano molte sbandierate dichiarazioni di laicità; sul rispetto del diritto di ciascuno su se stesso, sul suo corpo; su come tentare di tutelare con azioni internazionali e politiche di accoglienza chi rischia la prigione e la morte per le proprie scelte sessuali. La prima piazza che ha dato voce nazionale alla rivolta in Iran. Credo la prima manifestazione a Genova con la traduzione simultanea per i non udenti.
Compito della politica rispondere: esserci, compromettersi.
Pedemonte nel suo bel fondo (ma come mai Repubblica sulle pagine nazionali ha relegato la notizia ad un piccolo articolo in ventunesima pagina?) osserva: “La politica, quella che non è mera occupazione del potere, dovrebbe essere soprattutto battaglia culturale. E quella per i diritti civili non è forse oggi la prima battaglia della sinistra?”
(p.p.)
Diritti
Non li reclama più nessuno?
“A dire il vero, li avevo ereditati… Vede, non ero ancora nata che i grandi d’Europa già ne discutevano, i diritti li ho ricevuti fatti e impacchettati, come la collana di perle della nonna, e forse li davo per scontati.”
“Cara signorina, scusi se la interrompo, doveva stare più attenta. La distrazione, sulle cose serie, proprio non la concepisco. Posso capire perdere un ombrello, un cappellino…Ma i diritti! Vabbè, lasciamo stare… Continuiamo la lista?”
“D’accordo. Ma mi tolga una curiosità: sono l’unica che s’è accorta di averli persi?”
“Credo di no, signorina, ma ultimamente i diritti non li reclama più nessuno.”
9)Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948): art. 6. Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica. 10) art. 13. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.
11) art. 23. Ogni persona ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione. 12) art. 24. 1. Ogni fanciullo, senza discriminazione di razza, colore, sesso, religione, origine nazionale o sociale, condizione economica o nascita, ha diritto a quelle misure protettive che richiede il suo stato minorile, da parte della famiglia, della società e dello stato. 2. Ogni fanciullo deve essere registrato subito dopo la nascita e ad avere un nome. 3. Ogni fanciullo ha diritto ad acquisire una cittadinanza. Dichiarazione e convenzione sull’esercizio dei diritti dei minori art. 8. Gli stati parte si impegnano a rispettare il diritto del fanciullo di conservare la propria identità, nazionalità, nome e relazioni familiari, quali riconosciuti per legge, senza interferenze illegali 13) Dichiarazione e convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (1963). Art.2.2. Nessuno stato deve incoraggiare, raccomandare o sostenere, attraverso misure di pubblica sicurezza o in altro modo, la discriminazione fondata sulla razza, il colore o l’origine etnica praticata dai gruppi, dalle istituzioni e dagli individui.
14) art. 9. Ogni propaganda e organizzazione fondate sull’idea della superiorità di una razza o di un gruppo di persone dello stesso colore o origine etnica, che agisce in vista di giustificare o di incoraggiare una qualsiasi forma di discriminazione razziale, saranno severamente punite o condannate
15) Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (1965). Art. 2.e) Ogni parte si impegna a favorire, all’occorrenza, le organizzazioni e i movimenti integrazionisti multirazziali e altri mezzi propri per eliminare le barriere fra le razze, e a scoraggiare ciò che tende a rinforzare la divisione razziale.
….
(Le convenzioni citate – qui e in OLI 231- sono state formulate tra il 1948 ed il 1984 dagli organismi internazionali che operano nell’ambito dei diritti umani e si ispirano a principi universali. L’Italia le ha ratificate ed adottate, dovrebbe quindi essere impegnata al rispetto di esse.
La “lista dei diritti smarriti” è incompleta e si propone di essere un strumento, per chi vorrà aggiornarla e magari, un giorno, andarli a reclamare. (I testi delle leggi sono stati tratti da Defilippi C. Bosi D. 2001, Codice dei diritti umani, Ed. Giuridiche Simone).
(e.m.)
Diritti
Quelli dei migranti e quelli delle donne
Il 3 giugno, il presidente della Camera Gianfranco Fini ha detto alla Comunità di Sant’Egidio, sua ospite a Montecitorio che “I figli degli immigrati nati in Italia che frequentano le scuole è giusto che abbiano la cittadinanza”.
Secondo “Generazione 2″, associazione dei figli degli immigrati nati in Italia, la cittadinanza è il problema prioritario.
Quando questi ragazzi scoprono che non avere la cittadinanza li priva di una serie di diritti e servizi riservati ai cittadini italiani, si sentono fortemente discriminati e ne sono profondamente colpiti.
Occorre modificare la legge sancendo l’automaticità del diritto alla cittadinanza per tutti coloro che nascono in Italia. La legge 91/92 prevede invece che debbano fare una domanda entro un anno dal raggiungimento della maggiore età se hanno vissuto legalmente e senza interruzione di residenza in Italia.
Accade molto spesso che per certi periodi siano stati irreperibili per gli uffici dell’anagrafe e che la domanda non venga presentata entro un anno: diventa così molto difficile ottenere la cittadinanza.
Le rigidissime norme della legge 91/92 sono vecchie e risalgono di fatto alla legge della cittadinanza del 1912. In base a questa legge, ad esempio, fino al 1975, la donna italiana che sposava un cittadino straniero perdeva la cittadinanza italiana, fino a quando la Corte costituzionale con sentenza 87/75 ne ha dichiarato l’illegittimità nella parte in cui prevede la perdita della cittadinanza italiana indipendentemente dalla volontà della donna.
Solo dal 1983 la donna italiana ha potuto trasmettere la cittadinanza italiana ai figli nati dal matrimonio con un cittadino straniero, quando la Corte costituzionale con sentenza 30/87, ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l’art.1, par.1, della legge del 1912 che stabiliva la condizione di cittadino solo per i nati da padre italiano. Fino a poco tempo fa erano discriminate le stesse cittadine italiane ed i loro figli, mai come allora fu così evidente l’unicità della lotta per l’emancipazione delle donne italiane e la lotta alla discriminazione razziale.
Occorre superare le culture arcaiche per stare al passo delle nuove società democratiche nelle quali le diversità non devono influire sull’accesso ai diritti.
(Saleh Zaghloul)
Migranti
Soggiorno e occupazione: un legame da sciogliere
Quando un lavoratore immigrato perde il lavoro e non ne trova un altro entro sei mesi perde il permesso di soggiorno col risultato che l’immigrato resta in Italia da irregolare o da “clandestino” come alcuni usano dire. Questo legame tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno è auto lesivo: non danneggia solo gli immigrati, ma gli stessi interessi italiani.
La sospensione del rapporto lavoro/permesso in questa fase di crisi è stata sollecitata sia dai sindacati (in particolare dalla CGIL), sia dalle associazioni dei datori di lavoro interessati a ripartire, finita la crisi, con lavoratori già formati professionalmente e che conoscono la lingua e il sistema italiano. In alcune città come Verona, Pavia e Treviso, ci sono state delle intese informali con le questure per raddoppiare la durata del permesso di soggiorno del disoccupato da 6 mesi a 12 mesi.
La circolare del Ministero dell’Interno del 06 maggio 2009, stabilisce invece che il permesso di soggiorno per attesa occupazione da rilasciare all’immigrato che perde il lavoro non può essere superiore a sei mesi. Occorre modificare la normativa ed è in contraddizione con la convenzione OIL n. 143/75, ratificata dall’Italia, che dispone (art.
che “il lavoratore migrante non potrà essere considerato in posizione illegale o comunque irregolare a seguito della perdita del lavoro, perdita che non deve, di per sé, causare il ritiro del permesso di soggiorno”.
Inoltre il disoccupato italiano usufruisce di ammortizzatori sociali (disoccupazione ordinaria, cassa integrazione guadagni ordinaria e straordinaria, indennità di mobilità) per periodi che vanno da 6 fino a 24, 36 e 48 mesi. Il disoccupato straniero invece ne può usufruire di fatto solo per sei mesi, mentre gli articoli 8 e 9 della Convenzione OIL prevedono che il suo trattamento sia parificato a quello di un italiano.
La Convenzione impegna infatti gli Stati firmatari ad abrogare o modificare qualsiasi disposizione legislativa, disposizione o prassi amministrativa incompatibili con i propri contenuti: occorre quindi che il permesso di soggiorno per attesa occupazione abbia durata pari almeno a quella degli ammortizzatori sociali previsti: ad esempio 24 mesi in caso di cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione e riconversione aziendale.
(Saleh Zaghloul)
San Giovanni
Le tradizioni pagane che dispiacciono alla curia
Il 23 giugno passo da Piazza Matteotti alla ricerca della festa di San Giovanni ma, al posto della grande festa passionale che ricordavo, trovo una piazza distratta, una musica fuori contesto e un vicesindaco un po’ malinconico in attesa di accendere un fuocherello piccolo piccolo: a distanza sembrava che nemmeno lo avessero preparato, il falò.
Degli anni passati, quelli dal 2003 al 2007, non ricordavo solo il sontuoso rogo circondato da danze, con al centro colei che doveva essere bruciata, la sensuale e perfida Erodiade, ma tutto quello che aveva preceduto l’acme finale: visite guidate nei luoghi a vario titolo legati a San Giovanni, installazioni, attori e artisti di strada per letture, proiezioni cinematografiche, animazioni e brevi azioni sceniche a ripetizione, l’intreccio col Festival della poesia e la caccia al tesoro: chi la vinceva avrebbe acceso il rogo finale.
Prima del falò un lungo corteo per i vicoli portava al rogo il fantoccio di Erodiade. Quello che passava con forza nelle emozioni di chi partecipava era l’intreccio tra religiosità cristiana ed elementi pagani: la celebrazione della nascita di Giovanni fatta coincidere con i rituali del solstizio d’estate, senza dimenticare, diceva una brossure dell’epoca, la venerazione di cui lo stesso Giovanni è oggetto nell’Islam. Nella intenzione degli organizzatori di allora la festa voleva essere una “rivisitazione della principale festa genovese come fatto unificante della comunità cittadina – con il coinvolgimento di numerose realtà italiane e straniere – nella prospettiva di future edizioni sempre più articolate e sentite”
. Ora col passaggio di mano del Municipio Centro Est, il fuoco di San Giovanni si sta malinconicamente spegnendo.
Si dirà: la crisi, la diminuzione di fondi… No. Quello che è cambiato non è la grandiosità della festa, ma il suo spirito: il sottofondo pagano che animava le precedenti edizioni è diventato indigesto: non si vuole – ci dicono – dispiacere alla Curia. Meglio, molto meglio che sui quotidiani la processione del 24 giugno non perda posizioni a favore di un evento dal sapore profano. Cosa puntualmente avvenuta.
Il tentativo di ristabilire un contatto tra la città e le tradizioni che la animavano nei secoli passati, avrebbe avuto necessità di consolidarsi, invece è stato interrotto, sottraendoci gioia e cultura.
Leggiamo in una presentazione del 2003 la descrizione dell’annalista Bartolomeo Scriba, anno 1227: “I fanciulli tutti empievano di lieti canti la città, e dove anche le vecchie ballavano e si reggevano sopra un sol piede, e in cui gli uomini maturi si diportavano alla guisa dei giovani e le fanciulle si mostravano audaci nelle danze, mentre i suonatori non avevano tregua e i cavalieri correvano in ogni direzione”.
La Chiesa considerò a lungo questi fuochi mere sopravvivenze del paganesimo. Visto però l’insuccesso delle reiterate condanne promulgate dai concilî e dai sinodi, la gerarchia ecclesiastica ricorse alla sperimentata tecnica dell’‘accomodamento’, in modo da rendere i falò simbolicamente ortodossi.
Ora, in assenza di una vitalità popolare, basta abbassare la fiamma. Ferdinando Bonora, animatore delle feste perdute, commenta: quanta desolata e incazzata tristezza…
(p.p.)
Internet
Dal 1948 una legge per il web
A volte sembra che chi fa le leggi che regolano internet, usi internet solo per scaricare la posta, o più facilmente paghi qualcuno perché si occupi di questa laboriosa faccenda. Il risultato è che ogni normativa che tenti di regolamentare internet è destinata a non funzionare, a essere disattesa, o semplicemente a essere ritirata. Perché è stata scritta da chi internet non lo conosce e che cerca, ciecamente, di applicare norme e criteri nati altrove e che non funzionano su internet.
L’ultima perla arriva con la famigerata legge sulle intercettazioni, che sarà a breve discussa al Senato. La legge introduce, nell’articolo 15, una norma che estende anche ai “siti informatici” le procedure di rettifica delle informazioni ritenute non veritiere o lesive della reputazione dei soggetti coinvolti.
Cos’è un sito informatico?
Di norma tutto quanto, sulla rete, produca ‘contenuti’: sia esso un sito professionale o il blog di un ragazzino o una casalinga.
Od OLI.
Cosa è l’obbligo di rettifica?
Poniamo che sul mio blog qualcuno, chiamiamolo Caio, scriva un commento in cui critica pesantemente Tizio. Cosa succede oggi? Nel mondo reale Tizio si collega al mio blog, vede il commento di Caio e risponde per le rime alle critiche che ha ricevuto da Caio, o risponde sul suo blog alle falsità scritte nel mio blog.
E’ il bello di internet, le informazioni si muovono continuamente, c’è scambio di opinioni.
Secondo la legge no. Secondo la legge Tizio deve mandare a me, “gestore del sito informatico”s una comunicazione in cui chiede ufficialmente che sia inserita una rettifica in calce al commento scritto da Caio. Io ho 48 ore per inserire la rettifica. Se non lo faccio pago svariate migliaia di euro di multa.
Ci manca solo la richiesta di apporre un timbro con inchiostro sul monitor per autenticare la rettifica.
Il problema è chiaro: la norma applicata all’internet del 2009 è del 1948, appiccicata alla bene e meglio a internet come se internet fosse un quotidiano che esce ogni giorno e ogni giorno muore, come se i blogger (sempre meno) fossero giornalisti pagati da un editore e come se chi viene criticato su internet non avesse gli strumenti per rispondere. Non che non esista il problema della diffamazione su internet, ma la legge è semplicemente inapplicabile e ingiusta. Vi immaginate se domani Berlusconi mandasse una e-mail a Facebook chiedendo che venga apposto a ogni commento, stato, nota, foto, video che lo riguardano una personale rettifica in cui spiega che c’è un complotto nei suoi confronti? Ve lo immaginate? Ecco, anche io.
(m.c.a.)
LETTERE
Oregina quartiere senza muri
Il nostro quartiere (Lagaccio) e quelli adiacenti sono stati, in questi mesi, oggetto di grande attenzione da parte dei mass media e dei “politici” a seguito della decisione della Amministrazione Comunale di edificare, sul nostro territorio, un luogo di culto destinato alla comunità Musulmana.
Diversamente da chi ha costituito “contro-comitati” e dai partiti che se ne sono serviti a fini elettorali (Lega, AN, e partiti della maggioranza della Circoscrizione Centro-Est), abbiamo invece costituito una rete di 25 Associazioni presenti da anni (alcune da decenni) sul territorio per formulare una proposta che non fosse di rifiuto ma semmai di integrazione, non disgiunta però da una proposta complessiva di riqualificazione urbanistica e culturale del territorio.
Non siamo tecnici (anche se fra noi ci sono architetti) né sociologi (anche se abbiamo avuto l’appoggio del prof. Giuliano Carlini dell’Università di Genova, docente in sociologia) ma siamo associazioni che, stando sul territorio per fare altri mestieri (sport, bocce, cultura, attività parrocchiale, pubblica assistenza, cura del verde…) ne conoscono, ognuna dal suo punto di vista, i bisogni e le aspettative.
Le nostre considerazioni e proposte sono contenute nel documento “Quartiere senza muri” che abbiamo presentato al Comune di Genova e all’ arch. Richard Burnett, che collabora allo stesso come consulente. Tale documento è stato distribuito anche ai cittadini del quartiere, sabato 13 Giugno, durante una festa multietnica, ormai tradizione del quartiere da sette anni.
Le ragioni della rete che abbiamo creato e del documento che abbiamo deciso di scrivere sono sintetizzate in un articolo che abbiamo pubblicato sul giornalino locale La Riunda.
(Marco Colucci)
Da Genovese a clandestino
A causa della crisi, tra la fine del 2008 e tutt’oggi almeno tremila lavoratrici e lavoratori migranti hanno perso il lavoro nei settori della cantieristica navale, delle costruzioni, dei servizi e del terziario.
Questi lavoratori regolari spesso non hanno accesso ad ammortizzatori sociali, e a causa della Bossi Fini vanno seriamente incontro alla perdita del permesso di soggiorno. Alcune questure, compresa Genova, interpretando in maniera intelligente la norma che prevede la concessione di un permesso per attesa occupazione “non inferiore a sei mesi” finora hanno evitato che la situazione precipitasse.
Ma ha prontamente provveduto il ministro Maroni con una circolare che pone nella concessione di questa tipologia di permesso il limite tassativo di sei mesi!
Quale è la logica?
Forse Maroni e il governo pensano e programmano che decine di miglia di immigrati regolari che risiedono in Italia ormai da molti anni, che hanno comprato casa, fatto nascere qui i loro figli o li hanno fatti venire nel nostro paese, cosi come i loro vecchi, diventino clandestini, se ne vadano, si cancellino, spariscano insieme alle loro cose, ai loro affetti, che spesso sono anche i nostri.
La combinazione della crisi, della Bossi-Fini e del pacchetto sicurezza determineranno uno scenario degno di un vero paese razzista.
Se sei immigrato la crisi ti trasforma da Genovese a clandestino, senza rimedio: la tua famiglia è disperata, i tuoi legami affettivi spezzati dalla paura, i tuoi diritti di cittadino, comprese proprietà e interessi cancellati, e se hai figli minorenni registrati sul tuo permesso, questi potranno essere affidati ad altri dal Tribunale dei minori. Per strada ti potrà capitare di incontrare le ronde nero-verdi, finisce che hai paura di tutto e di tutti, ma non vuoi lasciare tutto quello che hai costruito qui con enormi sacrifici.
Genova è una città di tradizioni alte sul piano dei diritti: saprà reagire per quel che è il suo pezzettino di ruolo e responsabilità in questo paese, non abbandonando se stessa e i migranti?
Molti sono gli amici o i semplici conoscenti con cui ci interroghiamo sull’andare via da questo finto paradiso che sta diventando un inferno per i migranti, ma anche per ognuno di noi che non sopporta più di stare in una realtà sempre più estranea, aliena per chi abbia avuto il privilegio di aver vissuto da adulto in questo paese, quando (non tanto tempo fa) nessuno usava come un’arma la parola “identità”, e per molto meno di quel che stiamo vedendo sarebbero scesi in strada cittadini di centro, di sinistra, di sinistra sinistra, e penso anche di destra liberale. Che enorme tristezza.
(Marco Roverano)

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