Dopo oltre sei anni le truppe americane lasciano Baghdad

Manifesto 1/7/09

IRAQ/STATI UNITI

Giuliana Sgrena
Migliaia di iracheni hanno celebrato ieri nel parco al Zawra, nel centro di Baghdad, la Giornata della sovranità nazionale, in occasione del ritiro delle truppe americane dalle città. Celebrazione funestata a Kirkuk da un’autobomba fatta esplodere nel mercato affollato provocando la morte di 25 persone. La città petrolifera contesa da kurdi e arabi è la più bersagliata dagli ultimi attentati.
Il ritiro delle truppe per gli iracheni rappresenta la fine dell’incubo dell’occupazione. Anzi, per ora si tratta solo dell’inizio della fine, più simbolico che reale. Ma che assume maggiore valore simbolico perché segna anche la fine dell’era Bush.
Le truppe Usa hanno abbandonato le città per ridislocarsi nelle loro basi, ma 128.000 uomini (comprese dodici brigate da combattimento) resteranno in Iraq fino a dopo le elezioni di gennaio e comunque il ritiro completo (che completo non sarà) è previsto solo entro la fine del 2011. Per ora restano sul terreno, «embedded» nelle forze di sicurezza irachene, migliaia di soldati americani addetti all’addestramento.
Gli iracheni ieri hanno comunque voluto festeggiare il ritorno della loro sovranità seppur limitata e ancora minacciata, da al Qaeda e non solo. L’aspetto più importante della celebrazione è l’assunzione della responsabilità da parte degli iracheni, non solo delle autorità ma forse ancor più della popolazione che non vuole farsi intimorire dagli attentati. Che continueranno, e non colpiranno tanto gli occupanti (quattro soldati Usa sono stati uccisi alla vigilia del ritiro) che non si vedranno più per le strade, ma altri iracheni ritenuti «infedeli» da chi professa un’altra corrente dell’islam. La presenza di al Qaeda è stata ridotta dai Consigli del risveglio che ora si sentono nel mirino. La sicurezza è la prima sfida che si trova ad affrontare il governo iracheno dopo il ridispiegamento delle truppe Usa e, nonostante il premier al Maliki si dica sicuro di vincerla, il presidente Talabani fa appello alla collaborazione dei paesi vicini.
La celebrazione non può sfuggire a un bilancio di oltre sei anni di occupazione. Innanzitutto il numero delle vittime: 4.321 i soldati americani uccisi, secondo le cifre ufficiali, più difficile il calcolo per gli iracheni, per l’Iraq body count sono tra i 92.435 e i 100.911 i civili uccisi, ma si tratta solo dei casi accertati. Se il numero reale non si saprà mai, una nota positiva è rappresentata dalla continua diminuzione delle vittime, finora nel 2009 sono state 1.891. Sempre troppe. Le condizioni materiali della popolazione restano estremamente precarie: circa 1 milione di persone rischia la fame, la fornitura di energia elettrica è limitata a 7-10 ore al giorno ed estremamente saltuaria. Secondo l’Onu, solo il 32 per cento della popolazine ha accesso ad acqua potabile e il 19 a un sistema fognario. La mancanza di un sistema sanitario adeguato e la scarsa disponibilità di medicine (in gran parte scadute) aumentano il rischio di epidemie. A peggiorare la situazione contribuisce la corruzione dilagante.
Il governo iracheno ha approfittato della celebrazione di ieri per dare il via a una maxi gara d’appalto per lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio e gas. Le riserve irachene, considerate le terze al mondo, potrebbero però essere superiori persino a quelle dell’Arabia saudita. Da qui l’interesse delle compagnie internazionali, 35 delle quali, comprese due italiane, erano presenti all’hotel Rasheed per spartirsi l’oro nero. Appalti che verranno assegnati prima ancora dell’approvazione della legge sul petrolio e che secondo i critici, come Fayad al Nema, direttore della South oil company, condizionerà l’indipendenza economica del paese per i prossimi 20-25 anni.

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