«Tornatene a casa tua» Aggressione razzista per un parcheggio

Manifesto 26/6/09

MILANO

Mariangela Maturi MILANO
MILANO
Randa Ghazy è una ragazza sveglia, giovane e decisa. Ma quando racconta di quello che è successo a suo padre, nella sua voce si sente vibrare la rabbia.
Ibrahim Ghazy è un uomo di 64 anni, egiziano, che vive in provincia di Milano, a Limbiate, da quasi 30 anni. E’ un cittadino onesto, cuoco di professione. Lunedì scorso è stato vittima di una brutale aggressione, evidentemente premeditata, ad opera di suoi concittadini. La famiglia di Roberto Genovesi al gran completo: lui, sua madre e suo padre, sua moglie e suo figlio (di 17 anni) che avevano già avuto da ridire con Ibrahim Ghazy. L’avevano aggredito lo scorso venerdì perché secondo loro l’uomo aveva parcheggiato male l’auto, davanti all’officina dove l’aveva portata a riparare. Lunedì, quando il signor Ghazy è tornato all’officina, ha trovato ad attenderlo l’intera famiglia Genovese. L’hanno pestato a sangue. La nonnina l’ha atterrato con il bastone da passeggio. Caduto a terra, mentre uno lo teneva fermo, lo picchiavano tutti.
Ordinaria follia? Non solo. Non era in ballo esclusivamente il parcheggio. La scelta delle parole degli aggressori è nota e significativa: «Tornatene a casa tua». Peccato che la casa della famiglia Ghazy sia a pochi metri da lì.
Sua figlia Randa è una piccola grande scrittrice. Il suo ultimo libro, «Oggi forse non ammazzo nessuno», racconta della seconda generazione, dei giovani come lei nati in Italia da famiglie straniere. Una ricchezza. Lei non può dire lo stesso: «Ormai l’Italia è sempre peggio. Credo ci sia una compenetrazione della politica e del pensiero delle persone, anche il linguaggio violento e xenofobo di qualche esponente del governo è allucinante. O Borghezio che andava in giro con lo spray per pulire dove si sedevano le nigeriane. Da pazzi. C’è un clima generale di intolleranza verso gli stranieri. Ma noi siamo qui da sempre, mia sorella è ingegnere e io studio relazioni internazionali. Abbiamo un modo di porci normale, quello che è successo mi ha lasciato basita».
Sul fatto che la componente razzista sia presente nell’aggressione di suo padre, Randa non ha dubbi: «Premesso che delle persone così sono certamente violente di loro, penso che il razzismo ci sia, eccome. Con le frasi che dicevano… Mi viene in mente il caso di Abdul Guibre, hai presente? Tutti lì a dire che il razzismo non c’era… Fatto sta che quando pesti uno straniero, ti senti superiore. Quasi come se fossi più legittimato a farlo, o fosse più facile».
Anche il meccanico dell’officina è d’accordo con Randa: «Un linciaggio, ecco cos’era. E contro un uomo come Ibrahim, sempre gentile e a modo. Non alza mai la voce, figuriamoci le mani. Sono sicuro che a scatenare la rabbia c’è stato il fatto che fosse egiziano».
Ora Ibrahim Ghezy è all’ospedale con due costole rotte e una vertebra scheggiata. «Se lo vedessi…- dice sua figlia – Ha 60 anni, è magro magro… Non so come si faccia a fargli del male. Comunque poteva andare peggio, ora deve tenere il busto per un po’, il tempo che si ricostruiscano le ossa». Ibrahim Ghezy se l’è vista brutta, ma già ieri ha potuto fare una deposizione ai carabinieri. Ovviamente la famiglia Genovese intanto scorrazza a piede libero.
In uno dei suoi romanzi, Randa faceva dire alla protagonista: «Quante volte mi sono sentita fottutamente diversa?…Sono sempre lì tesa verso l’integrazione perfetta, l’assimilazione più totale. Senza rendermi conto che forse alla fine è un miraggio lontano. Tu ti sforzi e fai di tutto per avvicinarti, ma più ti avvicini più perdi qualcosa, e anche se ti sembra vicino, non ci arrivi mai».
Sarebbe bello poter dire, giurare e dimostrare a Randa che non è così. E invece.

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