Orgoglio genovese

Manifesto 25/6/09

altra italia

Sabato l’annuale manifestazione a Genova. Per festeggiare i 40 anni del movimento lgbt italiano. Una giornata nella sede del comitato organizzatore, nel centro storico della città. Tra telefoni che squillano di continuo, drag resident, trans e rivendicazioni di diritti negati
Alessandra Fava
GENOVA
Avere visibilità, arrivare a un’unità nazionale tra le varie sigle e riprendere le battaglie per il matrimonio delle coppie omosessuali: al Comitato del Genova Pride 2009 hanno le idee chiare. La fucina da cui nascerà il Pride nazionale è un ufficio di una trentina di metri quadri stipato di scatoloni con magliette, gadget, braccialetti, preservativi, computer, sedie e scrivanie, dove in una giornata s’aggirano decine di persone. Siamo in vico Mezzagalera, sopra a piazza delle Erbe, cuore del centro storico e della movida genovese, accanto a un asilo, sopra a una pizzeria, sotto a un’associazione per per ex carcerati. I telefoni squillano in continuazione, e vai con una risposta su come arrivare, su chi contattare nella tua città. Non sono mancate promesse spose preoccupate che il loro corteo restasse bloccato in quello del Pride.
Valerio Barbini, segretario organizzativo del Comitato del Pride, è alle prese con la diffusione di cartoline nei locali gay e mostra una guida con convenzioni, musei, calendario degli eventi e anche note turistiche. «Stiamo distribuendo 300 kit a negozianti e albergatori con la bandiera, le informazioni, una vetrofania da mettere alla porta, Kit che vendiamo a 50 euro – spiega Valerio – spieghiamo quale sarà il percorso e invitiamo i negozi a tenere aperto più a lungo. Il corteo di sabato parte dal Palazzo del Principe per arrivare a piazza De Ferrari verso le 20, poi alla sera c’è una festa al Porto antico. Stiamo organizzando una piccola notte bianca, ad esempio a piazza Colombo (dietro via XX Settembre) ci sarà una serata di tango. Insomma invitiamo la città a restare aperta tra le 20 e le 23 perché in giro ci sarà tanta gente. L’idea è far vivere Genova e vogliamo che chi viene per manifestare si goda Genova e la conosca».
Sui numeri nessuno azzarda previsioni. Per ora sono certi 15 pullman da tutta Italia, ma tanti altri verranno con treni e auto (tra l’altro c’è un accordo con Genova Parcheggi per parcheggiare tutto il giorno a 6 euro). Come dice Massimo Vianella, vicepreside dell’Arcigay genovese e coordinatore del Comitato: «Se guardi indietro a un anno di lavoro, non siamo mica messi male. La questura ci ha già detto che gli alberghi sono tutti a tappo». Il Pride è per tanti una prova del fuoco che si gioca tra entusiasmo, attesa e qualche delusione per chi non si ha voluto impegnarsi abbastanza. «Il tuo amico non ha preso il kit? Digli che lo faccia, almeno lo mettiamo in lista», dice Massimo a una ragazza con amico con bed&breakfast.
Grande entusiasmo ha scatenato il blitz sotto la lanterna di Vladimir Luxuria, immortalata in lungo e in rosa su un gozzo con la bandiera del Pride. «La presentazione del libro di Vladimir a Palazzo Ducale è stato un evento così mischiato con ragazzini, signore e anziane», dicono. Intanto «ha chiamato una signora per chiedere se non faremo troppo casino il 27 – dice Valerio – una dei vicoli. Vuol dire che ci sei, ti conoscono, hanno trovato il numero. Insomma sei riconosciuto e non sei visto come un pericolo altrimenti se facessi paura avrebbe chiamato i vigili».
L’euforia e lo stress dell’ultimo minuto si chiama Village, una struttura all’Arena del mare al Porto antico all’Arena del mare, in cima al molo dei Magazzini del cotone, un posto unico dove ti pare di sfiorare i traghetti che escono dal porto e saluti di persona la gente a bordo che sfila come un balcone di un palazzo itinerante. Village vuol dire appuntamenti fissi dalle 18 a mezzanotte passata fino al 28 giugno, con una rassegna di presentazioni di libri, concerti con Arisa, Joe Squillo piuttosto che una presenza di Eva Robins, il tutto preceduto dalle performance di travestimento di due drag resident brasiliane e per chi non fosse ancora soddisfatto shopping cosmetico, massaggi, ristorante e bar. Anche lì ci sono in vendita le magliette come «sono la pecora rosa della famiglia» oppure keep on loving, i cappellini di Penati con i Penguine Love o quelli con una farfalla di Staino che sembra una faccia, una maschera, un sesso femminile o chissà.
Alessandro Pozza è uno della macchina del Pride, silenzioso, concentrato sul suo laptop in wireless, è orgoglioso che alla Fiera del libro al Village arrivi ad esempio Nicola Lecca che ha scritto «Il corpo odiato» e borbotta «dobbiamo trovargli l’aereo di ritorno». Poi ci sarà l’elezione di Mister Gay Liguria, performance teatrali. Programma stampato nel cervello. «È la terza volta che si fa un Village in Italia – spiega Alessandro – Genova è indietro per locali gay e vita gay notturna eppure è così bella, c’è il mare. Allora invece di andare a Nizza o in Versilia vogliamo che il Village si faccia ogni estate e che gli lgbt vengano qui» e mostra le immagini di un artista, Etienne Zerah, che in occasione del Pride farà una mostra in una galleria cittadina con autoritratti immaginifici. «Serve un lavandino portatile per l’estetista», grida uno. «No, è per la massaggiatrice». Al Village ci saranno anche due negozi di abbigliamento, uno di artigiano indonesiano, trucco per massaggi, unghie e tè in filtri di seta.
Nell’ufficio dove Davide s’aggira con una cintura dei SuperKik, a un certo punto compare anche una delle drag resident, Agatha Hinmann (nome d’arte), Daniel Gaspar (nome vero), 26 anni, timidissimo. «Faccio playback in italiano e brasiliano da Elsa Soares a Clara Nunes – spiega – mi travesto da Carmen Miranda, sono una drag queen un po’ dancing, ma non chiamatemi travestito, sono un gay travestito da donna, mi considero un uomo». La definizione diventa uno degli argomenti di dibattito e subito qualcuno se la prende con la stampa che parla di «un trans camallo del porto». «La trans va scritto». Parte l’idea di mandare un glossario ai giornalisti prima del Pride. Hinmann intanto mostra un sito con centinaia di foto dei travestimenti degli artisti di un locale di Salvador di Bahia dove lavorava sino a due mesi fa: «Me ne sono andato di casa a 13 anni per godere della mia libertà, sono stato fidanzato con il mio insegnante di storia per nove anni, ho fatto teatro, danza classica, moderna e jazz. Ultimamente ero a Salvador de Bahia e per mantenermi dalle 6 alle 9,30 lavoravo in un call center per una banca, poi per tutto il giorno facevo il parrucchiere, alle 20 cenavo, alle 23 andavo a far spettacolo in due locali, l’Ancora o il Barretos, pensa che solo all’Ancora ci sono 61 artisti». Con lui sul palco ci sarà Victoria Del Rio in grado di cantare da Cindy Lauper a Carrà o Mina. «Siamo una coppia Dolly Dolly», conclude Daniel.
Lilia Mulas, portavoce del Comitato del Gay Pride nazionale, borbotta «troppe scatole fra i piedi, questo non è più un ufficio», mentre sul suo desktop compare una biancaneve in giarrettiere con scritto VM 18. «Abbiamo pochi soldi e stiamo facendo i salti mortali – continua – i giornali non ci danno spazio più di tanto a meno che non ci sia da pubblicizzare qualche propagando orrenda tipo quella messa su dal centrodestra per un laboratorio di favole gay alla Biblioteca dei ragazzi. La verità è che dovremmo comprarci una televisione. Però sono felice dei contatti con persone nuove, accoglienti, all’università ad esempio potrebbero inserire la storia del lesbismo e dell’omosessualità nei programmi di laurea. Il Pride a Genova porterà cambiamenti forti, potrebbe essere molto liberatorio, una ventata di libertà e finalmente sdoganare il tema dal pruriginoso e ridurre la questione omosessuale a un fatto privatistico. Insomma è un arricchimento».
«Eva Robins al telefono – esclama Pamela Farone, responsabile del Village camminando per quanto possibile nell’ufficio – dice che viene il 19 sul palco con Ivan Cattaneo che le è anche simpatico. Due canzoni intervallate da un’intervista». Intanto sono arrivati altri ragazzi, parte l’input, «oggi volantiniamo. Manifestiamo». Uno di loro ha coperto il coccodrillo di una Lacoste con la spilletta Gaypride. Lilia intanto dichiara di aver adottato l’acronimo Stronza, «Signora totalmente realizzata orgogliosa no zerbino autonoma». Arriva un altro che sventola un libro «Educazione al rispetto dell’omosessualità». Valerio Barbini della segreteria del Pride insieme ad Alberto Villa, secondo portavoce del Pride nazionale genovese insieme a Lilia, controllano la grafica da mettere sul sito www.genovapride.it. Pamela ha le mani tra i capelli «fuori ci sono 36 persone che vogliono lavorare per noi, come le scegliamo?». Chi propende per i più fighi, chi per il cervello. Intanto passa un portavoce della comunità gay e transessuale latinoamericana che ha appena fatto una festa al centro sociale Zapata per raccogliere fondi e partecipare con un carro al Pride: «Del Pride si vede l’aspetto spettacolare ma non si capisce quello sociale – dice – noi vogliamo spiegare che cosa c’è dietro ai colori. Per cui oltre ad offrire musica latino-americana il nostro carro parlerà anche del fatto che per un trans la prostituzione spesso è l’unico modo di vivere e di come si viene colpiti dalla legge col pacchetto sicurezza e con le leggi sulla prostituzione».
Alberto Villa (vuole si sappia che la drag resident intervistata è suo marito) così chiosa la giornata: «Genova è considerata una città chiusa, ma quando ci sono manifestazioni politiche come un Pride le accetta con serenità, tranquillità e con la consapevolezza che non esistono cittadini di serie a e b in un paese civile e moderno, postmoderno». Passate le polemiche del centrodestra sull’uso nel logo del Pride della lanterna, sulla vicinanza dell’ufficio del Comitato a un asilo e la questione del laboratorio delle favole alla biblioteca dei ragazzi De Amicis, sembra che i pochi avversari abbiano esaurito gli argomenti. «Sarà un Pride importante perché festeggia 40 anni del movimento – spiega Villa – Però vogliamo anche che tutti si rendano conto che dobbiamo ripartire con i diritti negati, non c’è più tempo, Italia e Grecia sono gli unici paesi in Europa dove le coppie dello stesso sesso non hanno niente. A questo punto bisogna che le varie associazioni si riuniscano in un tavolo federativo perché così non abbiamo forza. Sul territorio ci sono tante istanze ma non sempre il movimento le coglie e dobbiamo anche capire dove abbiamo sbagliato finora. In autunno rilanceremo il tema del matrimonio con forza perché oggi si sposano persino in Sudafrica». Per questo il carro del Comitato sarà molto politico.

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