Carceri, unica soluzione la riforma della giustizia
Secolo XIX 18/6/09
marco menduni
Di buone intenzioni è lastricata la strada dell’inferno. Lo straordinario strabismo politico che ha accompagnato il varo dell’indulto nel luglio 2006 sta dispiegando fino a oggi, e sono passati tre anni, i suoi effetti nefasti. Spacciato come l’adesione alle richieste di carità e di perdono arrivate dalle gerarchie cattoliche (d’altronde era stato lo stesso Giovanni Paolo II a sollecitare «un gesto di clemenza per i detenuti»), quel provvedimento nascondeva in realtà una facile scappatoia per risolvere d’un botto il problema del sovraffollamento delle carceri. Nella maniera più semplice e, per quanto è accaduto poi, sconsiderata: aprendo da un giorno all’altro i catenacci delle celle e lasciando in libertà migliaia di condannati senza un’alternativa di vita, un progetto di recupero e di reinserimento, a volte senza neppure una casa e un pasto.
Perché questo passo indietro di tre anni? Perché tra i tanti effetti nefasti dell’indulto c’è stato quello di aver fatto sparire l’emergenza penitenziaria per più di un anno dall’agenda della politica. Con l’illusione che un colpo di bacchetta magica avesse risolto per chissà quanto tempo quell’allarme.
Quando i nodi sono venuti al pettine, le polemiche si sono ancora più invelenite. Hanno travolto, additandolo come unico responsabile, l’allora Guardasigilli Clemente Mastella. Fingendo di dimenticare che il via libera all’indulto era arrivato da una maggioranza variegata e trasversale, che aveva spaccato anche quella che oggi è la maggioranza di governo.
L’unico risultato concreto è stato che, dopo un parziale attimo di sollievo (per gli istituti di pena, ma non per i cittadini colpiti da un aumento assolutamente prevedibile dei reati in quel periodo) la situazione è tornata a precipitare. Ma nel frattempo si era perso altro tempo prezioso per tornare a studiare il problema con un po’ di serietà ed escogitare qualche possibile soluzione. Soluzione strutturale, s’intende, e non momentanea.
Eppure di fronte all’allarme lanciato ieri dai vertici dell’amministrazione penitenziaria e rilanciato dall’autorevole voce del presidente della Repubblica, c’è stato anche chi ha lanciato l’idea, come unica via d’uscita possibile, di un nuovo provvedimento d’indulto. Di fronte a questa proposta il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha avuto facile gioco a dire di no.
L’avvocato-ministro ha una grande ricchezza. È la consapevolezza che la maggioranza degli italiani non è più disposta a seguire nessuno sulla via del “perdonismo”. Alfano sa che coloro che predicano la tolleranza, la misericordia, la clemenza, il recupero hanno molta eco mediatica (anche perché si fa sempre bella figura senza pagar dazio nell’enunciare nobilissimi ideali) ma poco seguito tra i cittadini. Alfano sa benissimo che gli italiani, per larghissima parte, chiedono alcune semplici cose. Che i delinquenti siano messi in grado di non nuocere. Che per le strade si possa girare con tranquillità senza essere aggrediti, scippati o rapinati, e che le proprie cose non siano saccheggiate dai ladri. Che la propria vita sia sorvegliata e sicura. E che per ottenere questa serenità molti sono anche disposti a venire a patti con le gradi tematiche della libertà e dei diritti.
D’altronde la domanda «a quanta parte di libertà sei disposto a rinunciare in cambio della tua sicurezza?»è uno dei quesiti tipici delle società occidentali nel terzo millennio; ma analizzare questo discorso ci porterebbe troppo fuori strada.
Resta da considerare che la “ricchezza” di Alfano sta solo in questa consapevolezza. Quella che manca al Guardasigilli è invece la “ricchezza” vera, cioè i soldi.
Questo giornale ha evidenziato proprio nei giorni scorsi lo stato miserando in cui versano le casse della giustizia. Non si riesce neppure più a pagare chi ha lavorato per l’amministrazione ed è persino sfuggita la parola “pignoramento” nei confronti dello Stato da parte di chi, con tutte le sue buone ragioni, pensa che se lo Stato ti affida un lavoro poi debba anche retribuirtelo. Se poi si considera che il complessivo sistema della giustizia non è certo nel cuore del premier e del partito di maggioranza, il ministro altro non può fare che barcamenarsi. Ascoltare, provare a promettere, ipotizzare situazioni a lungo termine. Certo non può impegnarsi a rimpinguare dall’oggi al domani gli organici asfittici della polizia penitenziaria (beccandosi così la sonora riprovazione dei sindacati) né a ipotizzare un rinforzamento delle strutture edili al di là dei progetti già stabiliti.
Sulle pene alternative e sulle modalità diverse per scontarle si discute da decenni e l’impressione è che se ne parlerà per altrettanti senza arrivare a nessuna soluzione.
Risultato: l’emergenza carceri (ma forse il sostantivo emergenza è improprio, perché dovrebbe descrivere una situazione eccezionale e non la normalità degli eventi) è figlia legittima della crisi della giustizia. Finché le riforme di quest’ultima rimarranno impantanate nella contrapposizione quotidiana della politica-politicante, nessun effetto benefico può veramente sprigionarsi anche sul pianeta degli istituti di pena. Dopo che ieri, sui penitenziari italiani, si è acceso lo spot quirinalizio, tutto tornerà esattamente come prima.
menduni@ilsecoloxix.it

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