Guantanamo, sì ai detenuti ma solo se in cella
Repubblica 17-06-09
Roma tratta su quattro tunisini già ricercati. Maroni resiste, Frattini va avanti
Il Pd attacca: governo inaffida-bile, il premier si impegna e un ministro dice no
Di proposito sono stati individuati presunti terroristi che appena arrivati saranno arrestati
Dice il ministro degli Esteri Franco Frattini che la consegna al nostro Paese di prigionieri detenuti a Guantanamo è «decisione presa». Che il Presidente del Consiglio si è impegnato con il Presidente degli Stati Uniti e, dunque, «la parola finale è stata pronunciata». Eppure, questa storia sembra appena all´inizio. Perché la trattativa tra Washington e Roma è ancora soltanto abbozzata. Perché il numero e i nomi dei prigionieri sono tutt´altro che definiti («Non so se saranno tre o un numero diverso», dice ancora il ministro e lo stesso riferiscono fonti del Dipartimento di pubblica Sicurezza). Appesi come sono innanzitutto alle decisioni della Casa Bianca e del Pentagono (sono 60 i prigionieri da “distribuire” nella Ue). Come pure al compromesso che Berlusconi e Frattini dovranno raggiungere con la Lega, che attraverso il suo ministro dell´Interno, Roberto Maroni, si è già detta «non troppo d´accordo con una decisione in cui l´Europa ha dimostrato di non esserci. Una presa in giro in cui ogni Paese va per conto suo e lascerà i terroristi liberi di muoversi nell´area Schengen».
Si spiega così allora che, a neppure ventiquattro ore dall´incontro alla Casa Bianca, il numero e i nomi dei prigionieri da accogliere in Italia fatto ballare da fonti di governo nella notte di lunedì – «tre tunisini con pendenze penali in Italia» – torni in alto mare. Perché, di fatto, svela non tanto un accordo già raggiunto, ma una proposta che, al momento, resta tutta e soltanto italiana. Esito di un lavoro di compromesso cominciato in aprile, quando l´Amministrazione americana avanza informalmente a Roma una prima richiesta che ipotizza il trasferimento nel nostro Paese di un numero di prigionieri che oscilla tra sei e sette.
E´ in quelle settimane, infatti, che il nostro Dipartimento per la pubblica sicurezza e il nostro ministero di Giustizia (nella persona di Stefano Dambruoso, ex pm di Milano, ex consigliere di Frattini, oggi capo dell´ufficio coordinamento Attività Internazionali) si mettono al lavoro su una lista di nomi che possa soddisfare Washington, ma, innanzitutto, spegnere le preoccupazioni della Lega. L´obiettivo è individuare prigionieri di Guantanamo che rispondano a un requisito: abbiano pendenze penali nel nostro Paese che consentano la loro immediata detenzione non appena arrivati in Italia.
La lista si riduce a quattro tunisini. Riadh Nasri, 43 anni; Moez Fezzani, 40 anni; Abdul Bin Mohammed Bin Ourgy; Adel Ben Mabrouk, 39 anni. Tutti, prima di rendersi irreperibili tra il 2000 e il 2001, hanno soggiornato in Italia. Tutti, in procedimenti diversi e in città diverse (nel caso di Nasri e Fezzani, Bologna e Milano), sono accusati di cosiddetti «reati mezzo» (falsificazione di documenti, il più comune) che ne hanno consentito l´incriminazione quali asseriti fiancheggiatori di «organizzazioni Salafite». Tutti sono inseguiti da provvedimenti di cattura. Tre di loro, (Nasri, Fezzani, Ourgy) sono stati oggetto di richieste di estradizione della procura di Milano. Due formulate ormai da tempo e a cui mai Washington ha dato risposta (Nasri e Mezzani). Una terza in itinere.
Agli occhi di Palazzo Chigi, i nomi individuati a Roma e proposti a Washington hanno – a quanto riferiscono fonti diplomatiche – anche un secondo «pregio». Che ne rende negoziabile il destino. Se la Casa Bianca dovesse accettare l´indicazione sui tre tunisini per i quali pende una richiesta di custodia cautelare della Procura di Milano, l´Italia farebbe immediatamente cadere la richiesta di estradizione. E questo – osservano ancora le stesse fonti con un qualche cinismo – «soddisferebbe tutti». Washington, non estradandoli, ma espellendoli o dichiarandoli “liberabili” rinuncerebbe infatti per sempre alla propria giurisdizione su quei prigionieri, cancellando di fatto con un tratto di penna la loro esperienza nelle gabbie di Guantanamo. Roma, accogliendoli e imprigionandoli appena scesi dall´aereo che li porterà nel nostro Paese, potrà trattarli non come detenuti che hanno già scontato una parte consistente di carcerazione in un Paese straniero, ma come latitanti sorpresi all´interno dei propri confini e, dunque, infliggergli una carcerazione preventiva «piena» per i reati di cui sono accusati.
I prossimi mesi diranno (Obama ha annunciato la chiusura di Guantanamo fine anno). L´opposizione, intanto, attacca con il segretario del Pd Franceschini: «Nella maggioranza esistono crepe eccome. Il presidente del Consiglio assume un impegno. Il ministro dell´Interno dice il contrario».

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