Detenuti di Guantanamo presto in carcere a Milano
Manifesto 17/6/09
IL CARCERE DI GUANTANAMO. IN BASSO A DESTRA SILVIO BERLUSCONI CON IL PRESIDENTE OBAMA. A SINISTRA GIORGIO NAPOLITANO /FOTO AP ITALIA-USA Berlusconi accontenta Obama ma Maroni non è d’accordo
Mariangela Maturi
L’Italia, «alleato cruciale» degli Stati Uniti, ha dato la disponibilità ad ospitare un paio di quei molto presunti terroristi di Guantanamo quando il carcere chiuderà. Il presidente Obama aveva promesso che entro gennaio 2010 nell’isola cubana non resteranno che le cicale. Oltre duecento detenuti da anni sospesi nell’incertezza giuridica, lasceranno l’avanposto americano, simbolo ormai dell’era Bush e delle violenze gratuite inflitte ai condannati. Più volte la Casa Bianca aveva chiesto un contributo per «smistare» i prigionieri, e Berlusconi si è presentato a Washington pronto a fare la sua parte. In Italia, pare, ne arriveranno tre, ma al ministro degli interni Maroni già ora ribolle il sangue nelle vene: «Noi non siamo tanto d’accordo…», commenta infastidito. L’empasse, almeno formalmente, è il fatto che potrebbero essere a piede libero, «a meno che non si possano trattenere in carcere, altrimenti vorrebbe dire che arrivano in Italia e che sono liberi di girare senza alcun controllo». E con tutto l’affanno che costa alla Lega l’attuale politica xenofoba, può essere imbarazzante per i leghisti accogliere gli ex detenuti di Guantanamo solo per fare un piacere, e piacere, al presindente degli Usa. Suona più o meno così il fastidio di Maroni.
C’è una via di fuga, però: se gli ex-detenuti avessero delle pendenze penali in Italia, sarebbero arrestati ancor prima di scendere la scaletta dell’aereo. A Guantanamo sono attualmente imprigionati tre tunisini che qui hanno già i loro guai: due anni fa, la Procura di Milano aveva destinato a Riadh Nasri e Moez Fezzani un’ordinanza di custodia cautelare con l’accusa di associazione a delinquere, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e qualche altro reato. Inoltre, sono accusati anche di aver fornito supporto logistico a una cellula del «Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento», associazione terrorista che preparava martiri per la jihad. Il terzo detenuto tunisino, Abdul Bin Mohammed Bin Ourgy, è accusato (secondo i rapporti del Pentagono) di reclutare volontari per le guerre in Afghanistan e Iraq. Per i tre, i pm milanesi avevano chiesto l’estradizione, senza ottenere risposta dagli Usa. Quando arriveranno in Italia, i tunisini saranno quasi sicuramente detenuti nel carcere di Opera. Da un mese a questa parte, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha abolito l’antico circuito ad elevato indice di vigilanza (condannato dalla corte europea dei diritti dell’uomo). Al suo posto, ha creato il circuito «Alta sicurezza, secondo livello», destinato a indagati, imputati e condannati per terrorismo, anche internazionale, o per eversione dell’ordine democratico attraverso atti di violenza.
Il ministro degli esteri Franco Frattini però frena, mostrando di non saperne granché: «Non abbiamo ancora i nomi e il numero dei detenuti». Poi difende il collega Maroni: «La decisione politica che io ho condiviso spetta al presidente del consiglio. Le preoccupazioni di Maroni si collegano alla possibilità che gli ex prigionieri siano liberi di circolare in Europa». Non tutti sono così morbidi con il ministro degli interni: «Un ministro che contesta quanto il presidente del consiglio ha detto al presidente degli Stati uniti è un fatto di una gravità istituzionale assoluta», commenta Mario Segni, presidente nazionale del comitato per il referendum. Dall’Italia dei Valori interviene Felice Belisario: «Vogliamo solo esser certi che abbiano avuto un corretto e giusto processo e che siano stati garantiti loro tutti i diritti. Ma ci sembra che, per la Lega, la loro sia solo una remota eventualità». Parte più o meno all’attacco il leader del Pd Dario Franceschini: «C’è un impegno internazionale assunto dal presidente del consiglio. Vedere il suo ministro dell’Interno che lo contraddice a migliaia di chilometri di distanza significa che non si sono nemmeno parlati. E questo non è normale». Il ministro della difesa La Russa, invece, fa il conciliante: «Facciamo parte di un consesso internazionale e non dobbiamo avere atteggiamenti di chiusura preconcetta. Il presidente del consiglio, il ministro della giustizia e il ministro dell’interno valuteranno con attenzione».

HOME | MAPPA DEL SITO | CONTATTI | ISCRIVITI |
TUTTI I CONTENUTI DEL SITO SONO DISTRIBUITI SOTTO LICENZA CREATIVE COMMONS | CREDITI