Come muore di camorra un musicista rumeno. Tra indifferenza e paura

Manifesto 17/6/09

NAPOLI Un video mostra i killer in moto in azione alla stazione della Cumana. A farne le spese è Petru, incolpevole. E nessuno lo aiuta

Francesca Pilla
NAPOLI
Petru Birlandeandu e sua moglie camminano spediti in piazzetta Montesanto, alla così detta Pignasecca, nel centro storico di Napoli. È ancora giorno, sono le 19,47 del 26 maggio, e le strade sono piene di persone che tornano dal lavoro. I due ragazzi sono vicini, ma non si parlano. Petru è magrissimo nel suo bermuda, porta a tracolla una fisarmonica e ha delle buste in mano, la sua compagna gli sta accanto con i capelli raccolti, una canottiera bianca un pinocchietto rosa. Si dirigono verso la stazione della Cumana che quotidianamente trasporta decine di pendolari da e verso i comuni del litorale flegreo. Un attimo dopo irrompono sulla scena due moto, una Hornett e una Kawasaki, scortate da due scooter. Otto uomini a bordo, i visi non si distinguono, le pistole invece si riconoscono chiaramente. Iniziano a sparare all’impazzata in direzione di un coloniali, di un negozio, di una pizzeria. Poi qualcuno si volta e esplode ancora dei colpi, questa volta sulla folla, donne, uomini, bambini. Sono i sicari dei Sarno che vogliono dare una lezione a Salvatore Mariano (figlio del boss Ciro) proprio sotto la sua abitazione, per iniziare la faida e la conquista dei Quartieri Spagnoli. I Sarno sono infatti una storica famiglia egemone in periferia che ultimamente grazie a un matrimonio ha acquisito una parentela con i Ricci, clan del centro. La loro è una dimostrazione di forza e anche l’inaugurazione di una nuova guerra.
I proiettili rimbalzano tra via Speranzella e via Montesanto. Marco, 14 anni viene ferito alla spalla, è vivo per miracolo. Petru cade davanti all’entrata della Cumana, si rialza, si rimette in spalla la sua fisarmonica, ancora preoccupato di perdere quello strumento prezioso che gli consente di tirare a campare. Sua moglie lo sorregge, il suo viso è una maschera di dolore. Sulla t-shirt c’è una macchia di sangue, il ragazzo, 33 anni, si porta la mano sul ventre, zoppica. Ha la forza di correre, di scappare, di prendere le scale mobili, nonostante un proiettile, calibro nove, l’abbia centrato nella schiena e sia uscito dalla pancia toccandogli il cuore, mentre un secondo colpo gli si sia conficcato nella gamba. Con sua moglie arriva alle macchinette obliteratrici, poi crolla per terra. Decine di persone assistono alla scena, Petru rantola sul pavimento nel sangue. La moglie gesticola, chiede aiuto si porta le mani sulla testa. Nessuno muove un dito, uomini e donne pensano a obliterare il biglietto e ad andare via, di corsa. Una nonna aiuta la nipote a scavalcare i tornelli per fare più presto. Petru tossisce e il sangue gli esce dalla bocca, alza una mano per chiedere aiuto. Altri passeggeri della Cumana arrivano e scappano. Un ragazzo parla al telefono, forse chiama i soccorsi, una signora bionda vestita di bianco si ferma e agita un fazzoletto, non sa che fare. Petru muore disteso sul fianco, sua moglie piange da sola.
Questo è il video ripreso dalle telecamere a circuito chiuso della società di trasporti Sepsa che ha filmato attimo dopo attimo la morte in diretta del suonatore di fisarmonica, innocente ucciso per sbaglio. Un pugno allo stomaco, anche perché in tutti i fotogrammi, che nel silenzio ruotano come un film muto, quello che colpisce è l’indifferenza della città, la paura dei testimoni a toccare, ad aiutare un giovane in agonia. Quello che è stato pubblicato dal sito del quotidiano Il mattino è una testimonianza di una Napoli ben lontana dalla sua caratteristica solidale, di una città un po’ abituata alla violenza, un po’ razzista. Petru è un romeno che si guadagna da vivere chiedendo l’elemosina, è bastato questo per negargli aiuto?

I commenti sono chiusi.