Rinasce la consulta “carceri-città”

Secolo XIX 16/06/2009
via libera in commissione a tursi
A Pontedecimo e Marassi 864 detenuti, 300 oltre la capienza. «Per una città sicura aiutiamo a lavorare chi ha scontato la pena»

RISOLVERE i problemi delle carceri per avere una città più sicura. È l’appello che parte dalle associazioni di volontariato ascoltate ieri in commissione a Palazzo Tursi . E si concretizzerà in una iniziativa politica: «Promuoveremo la rinascita della Consulta carcere-città», dice Maria Rosa Biggi, presidente della commissione. Ovvero quello strumento chiamato ad ascoltare la voce di chi vive in cella ma anche i mille problemi delle famiglie incolpevoli dei detenuti, dei lavoratori della case circondariali e dei cittadini che chiedono semplicemente sicurezza.
Problemi che diventano insormontabili nella situazione attuale di sovraffollamento. Il carcere di Marassi, oggi, ospita 722 detenuti, mentre la capienza regolamentare è di 465. E non è migliore la situazione di Pontedecimo, dove – a fronte di 97 posti previsti sulla carta – i detenuti sono 142, 75 donne e 67 uomini. Significa che in cella ci sono oltre trecento persone più di quelle che le case circondariali cittadine sarebbero in grado di contenere.
«Ma il problema delle carceri riguarda molte più persone, non è una realtà chiusa – dice Anna Grosso, della conferenza regionale “Volontariato e giustizia” – lo stesso numero dei detenuti, è molto più alto perché non si parla di una popolazione stabile: i 900 complessivi che sono la fotografia di questo momento devono essere almeno quadruplicati se si considerano gli ingressi in un solo anno». Persone che entrano ed escono, spesso più volte per brevi periodi a distanza ravvicinata.
Livia Botto, della cooperativa di Pontedecimo “Reinserimento e lavoro”, parla degli ex detenuti come “mine vaganti” lasciate colpevolmente in mezzo al mare della città. «Le persone che arrivano al momento atteso del “fine pena” – racconta – si ritrovano a cercare lavoro nelle condizioni difficilissime che tutti conosciamo. Se sono fortunate, lo trovano magari dopo tre mesi, il primo stipendio arriverà dopo un ulteriore mese di attesa. Per questo dico che non c’è niente di peggio che scarcerare una persona da un giorno all’altro saltando i passaggi intermedi, come la semilibertà o le misure alternative, senza i quali la recidiva diventa quasi inevitabile».
Tendere una mano a chi ha scontato i suoi debiti con la giustizia, allora, diventa più di un atto di carità o solidarietà. «La creazione di percorsi di reinserimento sociale – dice l’assessore ai Servizi Sociali Roberta Papi – è strettamente legata alla sicurezza urbana, prima ancora delle azioni repressive».
Bruno Viani

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