La commedia degli equivoci
Manifesto 16/6/09
ITALIA-LIBIA
Giampaolo Calchi Novati
Adesso che i cammelli sono tornati nel deserto, è possibile un’analisi meno esagitata della visita di Gheddafi in Italia? È stato un passaggio storico, ha chiuso i pregiudizi legati all’esperienza coloniale. Gheddafi non è come Kenyatta o Boumediène o, per rimanere in casa, come Haile Selassie. È troppo giovane per aver conosciuto direttamente il colonialismo e, come dimostra la foto di Omar sul petto, ha un rapporto tutto di testa con la resistenza anticoloniale. Non va dimenticato che il colpo di stato del 1969 ha rovesciato il vecchio re che era stato il capo della Senussia.
Il viaggio a Roma aveva una portata paradigmatica e doveva avvenire prima. Ma il colonialismo non esaurisce i suoi effetti di lunga durata per l’Italia e per la Libia con il Trattato firmato a Bengasi nel 2008 e con l’impegno dell’Italia a versare un indennizzo di 5 miliardi di dollari in opere pubbliche. Italia e Libia devono pensare soprattutto ai rapporti futuri.
Dispiace che ai più, forse distratti dalla foggia dei vestiti di Gheddafi, sia sfuggito che – se sullo sfondo dei colloqui ufficiali o dei bagni di folla si agitava una metafora – essa riguarda l’incontro fra il Nord e il Sud del mondo. La lezione del colonialismo non è servita a nulla se l’Italia, l’Europa e Occidente non operano affinché l’inclusione dei popoli «altri» nel sistema globalizzato non sia gestita con i teoremi dell’eurocentrismo riciclato in un finto universalismo a senso unico. C’è cascato anche Sarkozy nel suo primo viaggio in Africa da presidente.
Le critiche a come è stata impostata la visita e la stessa relazione bilaterale con Tripoli erano lecite. Le riserve su come si è dato credito a Gheddafi attingevano ad argomenti non banali. Ma era proprio necessario scadere nella sguaiataggine razzistoide che è affiorata qua e là nei commenti letti e sentiti in questi giorni? Per gli uni Gheddafi era un beduino. Per gli altri un cliente. È il protagonismo dei nostri antichi sudditi che non sopportiamo. Possibile che la Libia come realtà e come progetto, fatta di terra, di uomini e donne, di valori condivisi, si riduca al petrolio che ci ha venduto e che deve continuare a venderci finché non riusciremo a produrre abbastanza energia con le fantomatiche centrali atomiche? Se non ci fosse il petrolio potremmo vivere senza la Libia e la Libia senza l’Italia?
In Libia non c’è un sistema pluralistico, rispettoso delle libertà e dei diritti umani come li intendiamo noi. La gestione del potere e anzitutto i tempi e i modi della successione al potere devono ancora trovare soluzioni accettabili in gran parte del mondo arabo. Il rinnovamento delle élites e quindi del corpo sociale ne è ritardato e falsato. Stando a come anche in questa occasione sono stati formulati gli scrupoli legalitari di chi non vorrebbe trattare con i colonnelli, si direbbe che il vulnus ricada su di noi anziché sui popoli interessati. Il partenariato con la Libia acquisterebbe un altro significato se prima di esternare le idiosincrasie dei donatori o dei partners commerciali si tenesse conto delle dinamiche proprie di una società in evoluzione con cui a certe condizioni è possibile crescere insieme. E qui torna a proposito la questione dell’emigrazione, la «macchia nera» della tre giorni di Gheddafi a Roma.
Scendere in piazza a protestare contro il leader libico per aver accettato un accordo che non fa onore a nessuno è giusto. Come è giusto protestare contro le guerre di Stati uniti e Israele. Ma, nel caso specifico, senza dimenticare che l’accordo sul contrasto all’emigrazione clandestina è stato fermamente voluto dal governo italiano. Tutti, anche l’opposizione, erano perfettamente al corrente di ciò che l’accordo comportava, sui due versanti. Si doveva aspettare l’arrivo di Gheddafi per alzare la voce? Gheddafi risponderà ai fratelli africani, che dice di rappresentare e che dovrebbe rappresentare al meglio. Berlusconi e Maroni sono a Roma tutti i giorni. Paradossalmente, il risultato finale, anche della rissa nel Pd, non è stato più responsabilità ma l’esatto contrario. La proposta di Fini di mandare una delegazione parlamentare a visitare i campi di raccolta in Libia, di per sé ragionevole, sarebbe più convincente se l’Italia, establishment e opinione pubblica indifferenziata, non avesse l’abitudine di auto-assolversi per tutto, respingendo con sdegno le riprovazioni che di tanto in tanto ci rivolgono l’Europa e l’Onu su fatti specifici e circostanziati.
Al di là dei singoli episodi, la visita di Gheddafi non è stata una farsa, come ha scritto di sfuggita Scalfari. Se mai, è stata una commedia degli equivoci. Le due parti hanno continuato a parlare linguaggi diversi. Tanti abbracci, tante incomprensioni. E non solo per il probabile travisamento di certe parole o espressioni nella traduzione dall’arabo e per i buchi di un programma che ha dovuto risolvere aspetti essenziali quando erano già arrivate le limousine bianche e le amazzoni. Con queste premesse, potrebbe uscirne compromesso il seguito stesso degli accordi raggiunti nel quadro della riconciliazione. Alla prima «bizzarria» che ci parrà di scorgere nella politica di Gheddafi, ci troveremo impreparati e scoperti. Con tutta la nostra arroganza non abbiamo neanche capito che Gheddafi, anche se sa benissimo che ci sono potenze più importanti, vede l’Italia come trait d’union per comunicare con il mondo riconoscendo, almeno lui, il merito non transeunte della geografia e della storia.

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