Genova, il giorno dei deportati «Quegli operai finiti a Mauthausen»
Secolo XIX 15/6/09
16 giugno 1944: giovanni agosti ricorda
Genova. Sessantacinque anni fa, il 16 giugno 1944, quasi 1.500 lavoratori genovesi furono deportati dai tedeschi nei campi di lavoro in Germania. Molti di loro non fecero ritorno a casa. La commemorazione si tiene domani con un corteo che alle 9,30 si snoderà a Genova da corso Perrone (all’altezza della Sogegross) verso i giardini Sartori dove parleranno Paolo Arvati, Raimondo Ricci, Giovanni Agosti, monsignor Luigi Palletti, Enrico Panini, Anna Maria Furlan. Verrà scoperta una targa celebrativa e benedetta La Madonna dell’Ilva. Coordinatore Stefano Benini. Giovanni Agosti è stato, suo malgrado, protagonista di quei giorni di infamia e di dolore.
«Nei primi mesi del 1944, il prefetto di Genova, Basile, aveva emanato un ordine che chiedeva ai giovani di rispondere alla leva e intimava agli operai del ponente genovese di non azzardarsi a scendere in sciopero».
In fabbrica era il partito comunista ad avere l’iniziativa?«Prevalentemente sì. In ogni fabbrica agiva il comitato clandestino che aveva organizzato gli scioperi del marzo 1943. Io lavoravo a Sestri, nel cantiere navale. Qualche giorno prima del rastrellamento era salito a bordo il direttore generale dell’Ansaldo e ci aveva avvertiti: “Non scioperate più o vengono i tedeschi e vi portano tutti in Germania”»
Quali erano i poli industriali genovesi?
«Le acciaierie di Campi, i cantieri di Sestri, la San Giorgio, l’Ansaldo-Fossati e altre fabbriche minori. Il numero dei deportati fu calcolato attorno a 1.400». Lei era un ex militare?
«Sì. L’8 settembre ero a Santa Marinella, nei pressi di Roma, fante di marina del Battaglione San Marco. Ci avevano trasferiti da Tirrenia per fare da guardia del corpo al governo Badoglio, a dirlo mi scappa da ridere. Quando la radio annunciò l’armistizio noi esplodemmo di gioia. “La guerra è finita!”, gridavamo. Il nostro tenente, un piemontese, ci radunò in piazza e ci parlò: “Ragazzi, la guerra non è affatto finita. Abbiamo i tedeschi in casa e non vi lasceranno neanche gli occhi per piangere”»
Prima della guerra che cosa faceva?
«A 17 anni, sono del ’23, ero garzone in porto, per un’impresa di sbarco e imbarco. Con la guerra, il lavoro è mancato e il principale ci ha lasciati tutti a casa, io tra i primi. Allora mi sono rivolto all’industria, avevo fatto la scuola da saldatore elettrico. Un giorno un mio zio mi portò a calata Mandraccio e mi fece assumere da una ditta. Da garzone prendevo 30 lire la settimana, in busta trovai 70 lire. Non volevo crederci. Corsi a casa, in Campopisano:”Mamma mamma, mia c’a l’è anaeta ben!”. Mio fratello ha fatto 26 mesi di Grecia, e anche lui è finito in Germania ed è tornato solo a luglio del 1946. Sei anni senza venire a casa».
Tornato a Genova dopo l’8 settembre trovò lavoro nei cantieri di Sestri?
«Proprio così. E il 16 giugno del ’44, arrivarono tedeschi, ci radunarono e ci caricarono sui mezzi dell’Uite, l’Amt dell’epoca, e ci trasportarono alla stazione ferroviaria di Campi. Caricati sui vagoni iniziò il nostro calvario. Nessuno era riuscito ad avvertire i familiari, nessuno sapeva che cosa ci aspettava. Ma capivamo che si metteva male e che non avremmo rivisto i nostri cari per molto tempo, forse mai».
Dopo?
«Abbiamo fatto tappa al confine, poi a Linz, in Austria, e infine a Mauthausen. Scesi dal treno, dopo un po’ di cammino abbiamo visto i tedeschi disarmare le Brigate Nere che li avevano aiutati nel rastrellare le fabbriche. “Ciazeivan comme di figgeu piccin”. Si vede che non si fidavano di loro. A Mauthausen li hanno messi da una parte, certo non potevano rinchiuderli con noi. Non so che fine hanno fatto. Noi siamo rimasti più di tre mesi a Mauthausen a lavorare duro, dodici ore, giorno e notte. Da mangiare ci davano una sbobba schifosa. Mi feci animo: se volevo sopravvivere, dovevo ingoiarla. Trascorsi tre mesi, hanno cominciato ad assegnarci ai nostri lavori di specializzazione. Smistati in diversi campi – io finii nei pressi di Linz – ogni mattina eravamo condotti in fabbrica. Si facevano i turni, una settimana di notte e una di giorno, dieci ore a turno. Ricordo dei prigionieri spagnoli, gonfi in faccia per la fame. I tedeschi erano aguzzini».
Quanti di voi non ce l’ha fatta?
«Tanti ma nessuno è riuscito a contarli. Alcuni sono tornati prima. Ricordo un tizio, con una gamba rigida, lo hanno rispedito in Italia. C’erano delle famiglie ucraine, dicevano che erano volontarie ma era una balla. Le donne servivano per manovrare le gru. Mi ero fatto amico un prigioniero russo che lavorava con me. Ci si capiva a gesti, qualche parola: Spassiba, kartoffeln. E dei romeni. C’erano degli italiani andati volontariamente a lavorare. Ce n’era uno che aveva più di 50 anni, di notte non ce la faceva più e tante volte io ho fatto il mio e il suo, anche se essendo andato volontario…».
La sua era una famiglia antifascista?
«Le racconto un episodio. Un giorno torno a casa con la divisa da Balilla, con tanto di fez. Mio padre vede quella roba e fa: “Cos’è quella roba?” Ha preso tutto quanto e l’ha scaraventato sotto il guardaroba. “Sta a sentire”, era emiliano e mi parlava in italiano. “Tu sei minorenne e fai quello che ti dico di fare. Quando sarai maggiorenne allora farai di testa tua”. C’era l’obbligo del premarinaro, io ero di Marina, e il sabato pomeriggio si doveva marciare al molo Cagni, dove c’è la sede dello Yacht Club. Andai due o tre volte e poi piantai lì. Mi mandarono a chiamare e un capoccia fascista mi fece la ramanzina. “Ho famiglia, un fratello soldato, sono a casa con mia mamma e mia sorella”, replicai. Ma quello insisteva. Un giorno, ero già a militare, ricevo una lettera di mia madre che mi informa che a casa era arrivata una multa da 50 lire perché avevo saltato il premilitare… Abitavamo sotto il ponte di Carignano, una zona operaia. Ricordo le squadracce fasciste andare di casa in casa bastonando i comunisti, qualche volta ci scappava anche il morto, ma cosa potevamo fare? Ho conosciuti due o tre militanti che vivevano nella clandestinità. Finirono fucilati al Forte di San Martino, nel ’45».
Quando si è iscritto al Pci?
«Appena tornato dalla Germania. Sono entrato nel consiglio di amministrazione della Culmv nel 1953, sono stato vicecapo e poi capo della sezione più grossa, la San Giorgio, quella dei giornalieri che lavoravano in stiva. I camalli lavoravano a terra, i cassai riparavano le casse rotte, gli imballatori che cucivano i sacchi rotti, i portabagagli, le sezioni erano sette. Nel 1966 ero diventato console».
È difficile parlare ai giovani di quelle lontane vicende?
«Ha fatto bene Obama ad andare a Buchenwald e a dire quello che ha detto ad Ahmadinejad, che nega l’esistenza dei campi di sterminio. Purtroppo nei libri di storia si parla poco o niente delle deportazioni in Germania».
Come tramandare la memoria, allora?
«Dopo tanti anni alla presidenza dell’associazione 16 giugno, ho passato la mano al senatore Aleandro Longhi, figlio di un deportato. Sto per compiere 86 anni, tocca ai giovani tenere vivo il ricordo».
Renzo Parodi
parodi@ilsecoloxix.it

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