Gay in piazza: «My name is Noemi»

Manifesto 14/6/09

ROMA Decine di migliaia (300 mila secondo i promotori) hanno sfilato per dire no ad ogni forma di discriminazione

Carri e magliette dedicate al «Papi» di Casoria contro un’Italia «sempre più cupa»
Giacomo Russo Spena ROMA
ROMA
Sfila l’orgoglio gay e trans. Ma non solo. «Siamo 300mila» diranno alla fine, dal palco di piazza Navona, gli organizzatori del Roma Pride, entusiasti per la grande giornata «di rivendicazione di diritti e di gioia». E pensare che fino all’ultimo le istituzioni capitoline hanno ostacolato la manifestazione, che cade a quarant’anni dalla rivolta di Stonewall, la nascita del movimento lgbtq.
Il carro d’apertura, venti in totale, è in stile anni Sessanta e Settanta. Sopra a riscaldare gli animi La Karl du Pignè (la storica speaker del Pride). Lo striscione d’apertura recita «Liberi tutti, libere tutte», a sorreggerlo gli esponenti della comunità lgbtq e alcuni volti della sinistra presente in piazza: Vladimir Luxuria, Franco Grillini, Paolo Ferrero (Prc), Luigi Nieri (consigliere regionale di Sl) Paola Concia (Pd), che chiede scusa a nome del suo partito per le mancate battaglie sui diritti civili, e Ferrando (Pcl). Subito dietro, tra un gruppo di drag queens brasiliane che si esibiscono seminude in balli scatenati, cammina Nicola Zingaretti, presidente della Provincia, che a differenza del Comune ha patrocinato l’evento.
«Ho deciso di partecipare dopo aver appreso la notizia dell’ennesima aggressioni omofoba – spiega – Contrastare qualsiasi discriminazione è la base della democrazia». Ma ad attirare l’attenzione di fotografi e cronisti sono i tanti cartelli con su scritto «Habemus papi» con l’immagine di Berlusconi con la bocca aperta in segno di smorfia e il carro «Papi gay» allestito dal circolo omosex Mario Mieli e dedicato alla vicenda Noemi: gogos brasiliani con enormi ali argentate e perizomi ballano come matti. «Il premier non ci può dare lezioni di moralità, è evidente che non se lo può permettere. Questo Paese ha bisogno di serietà sia nella politica sia nei diritti per la nostra comunità», afferma Rossana Praitano, presidentessa del Mario Mieli. «Spesso siamo dipinti come estremi – aggiunge – invece ci dimostriamo serissimi nella rivendicazione dei nostri diritti e chiediamo lo stesso alla politica italiana». E la piattaforma del Pride è uguale, da trent’anni. Perché in Italia poco o niente si è fatto per le rivendicazioni della comunità lgbtq. Non a caso in piazza c’è sconforto, si sentono abbandonati. Franco indossa la maglietta con sopra Wonderbears: «Bisogna essere supereroi in questo momento per riuscire a strappare qualcosa».
«Ho sempre votato a sinistra», sottolinea Gianni ma «dopo il governo Prodi sono rimasto troppo deluso e adesso alle europee mi sono astenuto». Come lui molti altri. Intanto il corteo, partito da piazza della Repubblica, si snoda per le vie del centro. Dal carro dell’Arcigay vengono lanciati preservativi mentre un camper «anticiarpame» raccoglie gli articoli di giornale «con dichiarazioni razziste e omofobe» e auto addobbate a nozze trasportano coppie omosessuali con la scritta «just married» o «Domani sposi?». Nel dubbio molti preferiscono andare all’estero per «aggirare» la cupa Italia. Non solo per sposarsi, ma anche per quella fecondazione assistita, da noi quasi impossibile. E’ il caso delle famiglie arcobaleno che sfilano con un trenino addobbato coi disegni dei loro figli, divertiti per la gran confusione.
In aumento sono i casi di genitori omosex, ma prima etero, oppure di due donne o di due uomini (grazie alla maternità surrogata) con figli. «La famiglia non è padre, madre, cane, gatto – ricorda Luca – Ma è l’amore che crea il tutto». Altra lezione arriva dall’Inghilterra dove la regina Elisabetta ha dato il riconoscimento di «poeta di corte» (alta onoreficenza) a Carol Ann Duffy. Lesbica dichiarata.
Al Pride, però, nessuno ci vuole pensare. Prevale il divertimento e il folklore: drag queens, danzatori seminudi e uomini scolpiti che indossano solo striminziti slip di pelle sono tanti. Ma c’è anche chi usa uno stile più sobrio indossando un abito da sposa bianco con cappello estivo e guanto ricamato. Poi ci sono gli etero. Moltissimi in un corteo che parla di diritti per tutti, non solo quindi della comunità lgbtq. Il camion di Facciamo Breccia invece evidenzia le «ingerenze del Vaticano», «il fascismo delle istituzioni» e le negligenze della ministra Carfagna. Due scritte attaccate al loro carro sono più che esplicite: «Grazie mamma per avermi fatto lesbica» e «Nessuno mi può giudicare».
Verso le 8 la manifestazione arriva a piazza Navona, dove ad attenderla c’è Ornella Muti la madrina dell’evento. «Stiamo stretti ce devono dà una piazza più grande… tipo San Pietro o il Grande raccordo anulare», qualcuno scherza. La sera finale col botto: musica, alcol e divertimento fino a tarda notte al locale Muccassassina. Il Pride è anche questo.

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