Intercettazioni, scontro totale

Secolo XIX 12/6/09
Defezioni nell’opposizione. Per protesta contro Alfano si dimettono tre del Csm
Roma. La Camera ha approvato, ieri mattina, a scrutinio segreto, il disegno di legge sulle intercettazioni. In un clima surreale. Con la maggioranza soddisfatta ad applaudire, e con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, presente a tutta la seduta, tra i banchi del governo. Con l’Idv che ha inscenato, in aula e fuori, una durissima protesta: al grido di «Vergogna» sono stati esposti cartelli che accusavano il centrodestra di aver «legato le mani» ai magistrati e «messo il bavaglio alla stampa». Ma anche con il tabellone elettronico che, impietoso, sanciva 318 voti a favore, 224 contrari, un astenuto: coperti dal voto segreto (chiesto dal Pd) una ventina di franchi tiratori dell’opposizione hanno votato a favore del provvedimento. «Ho lavorato molto per questo – ha spiegato ai suoi vicini, il premier, alludendo al “travaso” di voti – In aula hanno protestato, ma poi, nel segreto dell’urna hanno ammesso che le nostre proposte erano giuste. La gente non vuole essere ascoltata o intercettata».
La caccia ai franchi tiratori si è rivelata un buco nell’acqua: certa solo l’astensione di Karl Zellerm, delle autonomie linguistiche, per sua stessa ammissione. E’ forte il sospetto che molti esponenti dell’Udc abbiano disatteso le indicazioni di Pier Ferdinando Casini, lanciando, così, un preciso segnale ai vertici del partito: non hanno alcuna intenzione di spostarsi nell’area del centrosinistra. Ma anche alcuni radicali, eletti nelle liste del Pd, potrebbero aver votato “secondo coscienza”.
Dentro e fuori dell’aula, lo scontro aveva toccato livelli record. L’attacco dell’Associazione magistrati è stato più violento di altre volte: «Ci legano le mani – aveva dichiarato il segretario, Giuseppe Cascini – Si potranno fare intercettazioni solo se ci sono evidenti indizi di colpevolezza: quindi si rendono inammissibili quando servono, possiamo farle quando non servono più». Tre membri del Csm si sono dimessi per protestare contro il Guardasigilli, Angelino Alfano, che, in un’intervista, aveva accusato il Consiglio di seguire “logiche spartitorie”. Duro anche l’attacco delle forze dell’ordine: «E’ bene che la gente sappia: non si potrà mettere una microspia in casa di un pericoloso latitante, non si potranno ascoltare i vertici mafiosi o le riunioni preparatorie ad un crimine. Siamo certi – ha detto Enzo Letizia, segretario dell’associazione tra i funzionari di Ps – che a questa legge hanno brindato assassini, usurai, estorsori, rapinatori e trafficanti di droga». Pesanti anche i giudizi dei rappresentanti dei giornalisti: «E’ stato raggiunto un obiettivo: impedirci di onorare la professione ed un dovere costituzionale – si legge in una nota congiunta di Lorenzo del Boca ed Enzo Iacopino, vertici dell’Ordine dei giornalisti – Occorrerà studiare forme di disobbedienza civile».
In aula stesso clima. «Signor Guardasigilli – ha detto Massimo Donati, rivolgendosi al Ministro Alfano – Ogni singola morte che questa legge provocherà ricadrà sulla sua coscienza»; Antonio Di Pietro si è rivolto nuovamente al Presidente della Repubblica perché non firmi il provvedimento: «Abbiamo a disposizione la penicillina, ma c’è il divieto di usarla». La Lega ha usato toni ben diversi: «Non abbiamo nulla da imparare da “teste vuote” come le vostre», sono state le parole scelte dal capogruppo Luciano Dussin. Il dissenso, nel centrodestra è emerso, anche se non si è espresso nel voto. Il movimento delle autonomie ha accettato per “coerenza di maggioranza” il disegno di legge, anche se “non completamente condivisibile”. Più insidioso l’ordine del giorno presentato da Fabio Granata, Pdl (e fedelissimo di Gianfranco Fini) assieme ad Ermete Realacci (Pd): «Viste le forti perplessità suscitate dalla normativa, si invita il governo a monitorare gli effetti della legge per eventuali modifiche». Come a dire: la partita non è chiusa.
Angelo Bocconetti

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