Il governo arresta le indagini
Manifesto 11/6/09
INTERCETTAZIONI La camera vota la fiducia al ddl Alfano. L’Anm: così muore la giustizia penale
L’opposizione si appella Napolitano: «Presidente, fermi questo scempio»
Stefano Milani ROMA
ROMA
La «morte della giustizia penale in Italia», come l’ha definita l’Associazione nazionale magistrati, viene certificata intorno alle 18:42. A quell’ora sul tabellone dell’aula di Montecitorio fa capolino il risultato finale: 325 sì, 246 no, 2 astenuti. Ovvero la diciannovesima fiducia di questo governo che blinda il disegno di legge Alfano sulle intercettazione. Il voto finale (molto probabilmente a scrutinio segreto) è previsto per oggi intorno alle 16, subito dopo l’esame degli ordini del giorno presentati dal centrosinistra, poi il ddl passerà al Senato dove non è escluso, fanno sapere dalla maggioranza, «ulteriori modifiche». Ultimo atto di una telenovela lunga un anno, fatta di scontri e dibattiti parlamentari, e conclusasi ieri in un amen nel maxiemendamento di 11 pagine redatto in fretta e furia dalla maggioranza, ridiscusso il giorno dopo l’esito del voto amministrativo. A decidere la salomonica regola del do ut des: Berlusconi si rimangia il sostegno al referendum tanto indigesto alla Lega e in cambio il Carroccio arretra sulle intercettazioni rinunciando ad ulteriore modifiche del testo.
Un testo che recepisce di fatto quello già approvato in commissione Giustizia il 19 febbraio scorso, più alcuni emendamenti aggiunti da governo e relatore nel “comitato dei nove”. D’ora in avanti vita dura per le indagini. Il pm potrà chiedere di intercettare solo se ci saranno «evidenti indizi di colpevolezza» e solo se saranno «assolutamente indispensabili». Nelle indagini di mafia e terrorismo basteranno «sufficienti indizi di reato». La richiesta dovrà essere autorizzata da un gip collegiale del capoluogo del distretto, ma il giudice dovrà compiere una valutazione autonoma del caso. Potranno essere intercettati tutti i reati con pene oltre i 5 anni. Non si potrà intercettare per più di 60 giorni: 30 più 15 più 15. Per reati di mafia, terrorismo o minaccia col mezzo del telefono si può arrivare a 40 giorni prorogabili di altri 20. Poi la questione del bavaglio all’informazione. Nessuna intercettazione potrà essere pubblicata neppure parzialmente fino alla conclusione delle indagini preliminari. E per i giornalisti che violeranno tale divieto il rischio è fino ad un anno di carcere trasformabile in sanzione pecuniaria. Confermato anche lo stop alle intercettazioni degli 007: se un pubblico ministero volesse ascoltare le conversazioni telefoniche di un esponente dei servizi segreti dovrà informarne entro 5 giorni il presidente del Consiglio che deciderà se apporre o meno il segreto di Stato.
Com’era prevedibile l’esito del voto ha riacceso la polemica politica, riuscendo nell’impresa di ricompattare l’intera opposizione che grida allo «scandalo». Così Pd, Idv e Udc hanno preso carta e penna e scritto al capo dello Stato affinché fermi «questo scempio». «Confidiamo, signor presidente – si legge nella missiva firmata dal capogruppo del Pd, Antonello Soro, dal vicepresidente dei deputati Udc, Michele Vietti, e dal capogruppo Idv, Massimo Donadi – nel suo intervento, nelle forme che riterrà opportune, per restituire pienezza di contenuti democratici al dibattito parlamentare sulle leggi». Il «dubbio legittimo è che il governo usi impropriamente l’istituto della fiducia come strumento di controllo della propria “amplissima maggioranza”», denunciano i ancora i rappresentanti dell’opposizione.
Durissimo anche il giudizio dell’Anm secondo cui la riforma delle intercettazioni segna nei fatti «la morte della giustizia penale in Italia». Sono norme, dicono i magistrati, che «rappresentano un oggettivo favore ai peggiori delinquenti». Non solo, «impediranno alle forze di polizia e alla magistratura inquirente di individuare i responsabili di gravissimi reati». In pratica, prosegue l’Anm, è come se governo e Parlamento chiedessero «alle forze dell’ordine e alla magistratura inquirente di tutelare la sicurezza dei cittadini uscendo per strada disarmati e con un braccio legato dietro la schiena». Il sindacato delle toghe ricorda i più recenti episodi di cronaca: gli stupri di Roma, le violenze nella clinica di Milano, le scalate bancarie alla Antonveneta e alla Bnl. In nessuno di questi casi, dicono, «con la nuova legge sarebbe stato possibile accertare i fatti e trovare i colpevoli».
Un allarme recepito anche dal procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso che con l’approvazione del ddl Alfano prevede «una minore potenzialità dal punto di vista investigativo». Brinda invece tutto il governo per un testo «fortemente studiato, dentro la coalizione dai partiti che ne fanno parte e dentro il Parlamento». Il ministro della Giustizia Alfano non capisce tutto questo vociare delle opposizioni e dell’Anm. «Il ricorso al voto di fiducia? È previsto dal nostro ordinamento». L’abuso però non è consentito.

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