«In Libia violati i diritti umani dei migranti ma anche dei libici»

Manifesto 11/6/09

INTERVISTA Christine Weise, presidente di Amnesty Italia

Cinzia Gubbini ROMA
ROMA
Il segretariato internazionale di Amnesty International ha inviato una missione in Libia per verificare la condizione degli immigrati in quel paese. La missione si è conclusa il 23 maggio. Il report è ancora in fase di lavorazione. Ma le informazioni emerse finora descrivono un quadro di grave violazione dei diritti umani. Ne parliamo con la presidente di Amnesty international Italia, Christine Weise, che esprime la preoccupazione dell’associazione non soltanto per la situazione dei migranti, ma anche per quella dei libici, in un paese in cui la repressione del dissenso è la norma. Amnesty ieri ha aderito alla manifestazione che si è svolta a Roma a piazza Farnese, indetta da Fortress Europe per protestare contro le politiche migratorie italiane e libiche. Il momento clou è stata la proiezione del film «Come un uomo sulla terra», che documenta l’inferno sperimentato dai migranti che attraversano la Libia per raggiungere l’Europa.
Cosa hanno visto i ricercatori di Amnesty International in Libia?
I nostri ricercatori hanno visitato il centro di detenzione di Misratah. Hanno trovato centinaia di persone provenienti soprattutto da Eritrea, Somalia, Nigeria e Mali. Il centro era molto affollato. Alcuni si trovavano lì già da due anni. Le persone vivono condizioni molto difficili: dormono sul pavimento, i servizi sanitari sono insufficienti, non hanno alcun tipo di privacy. Molte delle persone intervistate hanno detto che questo è uno dei centri migliori, erano stati trattenuti in luoghi peggiori. Amnesty ha anche raccolto denunce di migranti non detenuti che lamentano maltrattamenti e discriminazioni da parte della polizia e dei cittadini. Le autorità libiche hanno sostenuto che in Libia non sono presenti rifugiati . Le autorità libiche hanno inoltre dichiarato che non intendono aderire alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati. Ci hanno detto che è in discussione un testo di legge sul diritto di asilo, ma Amnesty non ha potuto prenderne visione.
Cosa pensa Amnesty del trattato di amicizia e cooperazione tra Italia e Libia?
La nostra valutazione riguarda la completa assenza di elementi riguardanti la protezione dei diritti umani. C’è stata inoltre una carenza di trasparenza: non è stato dato modo alle ong di intervenire né nella fase preparatoria da parte del governo, né nella fase della ratifica – piuttosto veloce – del parlamento, avvenuta nel febbraio 2009. Organismi come Amnesty non hanno così potuto proporre modifiche.
La conseguenza pratica di questo accordo sono stati i respingimenti dei migranti in Libia..
Sono state respinte in mare verso la Libia circa cinquecento persone che cercavano di raggiungere l’Italia, tra migranti e richiedenti asilo. E’ stato un precedente molto grave. L’Italia ha violato i propri obblighi internazionali. La Libia non può essere considerato un paese sicuro. Basti un esempio: i nostri ricercatori non sono stati in grado di sapere che fine hanno fatto le persone respinte, non si sa chi sono né dove sono.
L’Italia sta lavorando per esternalizzare qualche fase della procedura per la richiesta di asilo in Libia. Qual è l’opinione di Amnesty?
Pensiamo che migliorare le procedure di asilo in Libia sarebbe un passo positivo. E’ necessario che chi vuole chiedere asilo politico in Libia ne abbia la possibilità. Quello che non accettiamo è un’esternalizzazione: non è possibile negare l’accesso in Italia alle persone che vogliono chiedere asilo politico in Italia.
Quale messaggio dovrebbe lanciare il governo italiano al leader libico in occasione di questa sua storica visita, secondo voi?
Il messaggio che andrebbe lanciato è sicuramente un maggiore rispetto dei diritti umani in tutti i sensi, nei confronti dei migranti che si trovano in Libia ma non solo. In Libia esistono molti prigionieri politici e ci sono molte limitazioni del diritto di riunione, associazione e libera espressione e una repressione del dissenso molto forte. Non critichiamo la decisione di avere dei rapporti politici e economici con paesi come la Libia. Quello che chiediamo è di mettere sempre i diritti umani sul piatto della bilancia. Quando si decide di avere dei rapporti di questo tipo non bisognerebbe mai tacere su questo aspetto.

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